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LABIRINTI DEL PENSIERO

Giorgio Carboni, marzo 2002. Revisione del maggio 2008.

 


FRONTESPIZIO
Nonostante la sua grande importanza, il pensiero scientifico è solo una parte del sapere e della cultura umana e deve essere adeguatamente raccordato con le altre forme di conoscenza. Questa operazione non è semplice come si potrebbe credere. Infatti, nelle società esistono organizzazioni che attraverso la cultura cercano di controllare la mente e il comportamento della gente. Di conseguenza, nell'ambito della cultura, si fronteggiano forme di pensiero libere ed altre "autoritarie". Per potere gestire adeguatamente le proprie conoscenze, comprese quelle scientifiche, è necessario fare un po' di chiarezza all'interno della cultura.

La lotta tra libertà e autoritarismo risale almeno ai tempi di Pericle. Da allora in poi, il pensiero libero è spesso stato aggredito da forme di pensiero organizzate in modo autoritario. Nel secolo appena trascorso, ideologie totalitarie hanno provocato decine di milioni di morti nel loro tentativo di conquistare il mondo. All'alba del terzo millennio, ci eravamo illusi che le ideologie fossero state definitivamente sconfitte e che per l'umanità si fosse finalmente aperta un'epoca di pace. Ben presto questa illusione è caduta ed ora ci troviamo alle prese con un nuovo totalitarismo che s'insinua nelle nostre società ed anche con estese forme di disorientamento e di nichilismo.

Gestire se stessi non è facile. La gente ha bisogno di valori, di speranze e di una guida, ma la scienza non è in grado di dare risposte di questo genere: non è il suo mestiere. La scienza spiega com’è fatto il mondo, ma non può pronunciarsi su ciò che è bene o male, non indica valori né fini da raggiungere. Di questa situazione cercano di approfittare ideologie e religioni, soprattutto nelle loro forme totalitarie, proponendo alla gente la propria guida, i propri valori e il proprio senso delle cose. Le persone non si rendono conto che abbracciando questa guida, cedono la sovranità di se stesse e verranno ridotte a militanti.

Alle forme di pensiero chiuso, si contrappone dunque il pensiero libero, una forma di pensiero che deve però fare i conti con l'incertezza e con una libertà sconfinata, spesso difficili da gestire. Fanno parte del pensiero libero la scienza, la filosofia e la letteratura. E’ all’interno del dibattito libero e aperto offerto da questi spazi di riflessione che ciascuno di noi può valutare le risposte alle domande di tipo etico come quelle che riguardano il bene e il male, i valori, le speranze e i fini.

Il pensiero libero si contrappone ai regimi etici e promuove l'espressione delle persone. Al contrario, nei regimi autoritari le persone sono subordinate al sistema, la loro vita privata viene annullata e spesso la loro stessa esistenza viene sacrificata per il rafforzamento dello Stato:

Mentre le religioni e le ideologie sono attivamente propagandate, il pensiero libero non è difeso da nessuno e può essere solo la conquista personale di individui che istintivamente rifiutano la propria massificazione. Questo lavoro si sforza di colmare almeno in parte questa carenza e cerca di creare una maggiore consapevolezza sulle condizioni che promuovono il pensiero subordinato o quello libero. Esso è diviso in due parti: la prima descrive le caratteristiche del pensiero subordinato, mentre la seconda descrive quelle del pensiero libero e fornisce indicazioni per trovare ciascuno la propria strada.

La scienza è una parte molto importante del pensiero libero. Essa contribuisce anche a formare una mentalità positiva, fiduciosa della ragione, consapevole delle difficoltà di comprendere la realtà, consapevole della presenza di numerosi punti di vista, consapevole della necessità che i cittadini partecipino alle scelte politiche e che i diversi poteri dello Stato si equilibrino l'un l'altro.
 

 

I N D I C E

 

INTRODUZIONE
PRESENTAZIONE
COME E' NATA QUESTA INDAGINE
LA CONDIZIONE SUBORDINATA
LABIRINTI
PER UNA TEORIA DELLA CONOSCENZA QUOTIDIANA
LA CULTURA VERTICALE  (l'asservimento razionale)
   RIDUZIONISMO
   MILITANZA
   SUBCULTURE, SUBSOCIETA'
   CONCLUSIONE, LE SCATOLE CHIUSE
UOMO O CELLULA SOCIALE? (l'asservimento Sistemico)
   IL MALESSERE DELL'UOMO CONTEMPORANEO
   CELLULA SOCIALE
   ETERONOMIA
   CULTURA URBANA
   CONCLUSIONE
IDEOLOGIA, UTOPIA, CULTURA (l'asservimento emotivo e politico)
   INTRODUZIONE
   UTOPIA E IDEOLOGIA, VECCHIE E NUOVE CONCEZIONI
   L'IDEOLOGIA E LE ALTRE FORME DI PENSIERO
   L'UTOPIA, MIRAGGIO ED INCANTESIMO
   MITO E METAFISICA NELLE SOCIETÀ INDUSTRIALIZZATE
   LA PARABOLA DELLE IDEOLOGIE
   RIFORMA DEI SISTEMI TOTALITARI
   UNO SCONTRO DI CIVILTA'?
   CONCLUSIONE DELLA PRIMA PARTE
 
LA CONDIZIONE LIBERA
DISINCANTO
DISORIENTAMENTO
METAMORFOSI
NUOVE FORME
    IL DISAGIO DELLA LIBERTA'
    UNA CONOSCENZA ORIZZONTALE
       IL QUADRO DEL SAPERE
       SUDDIVISIONE DEL SAPERE
       DAL SEMPLICE AL COMPLESSO
       I PIANI DELLA REALTA'
       INTERDISCIPLINARITA'
       DIAGRAMMA DELLE CONOSCENZE
       RIEQUILIBRIO DELLE CONOSCENZE
       GESTIONE DELLE CONOSCENZE
       VALUTAZIONE DELLE CONOSCENZE
       LA POSIZIONE COMPARATIVA
       IL PANTHEON
    RESPONSABILITA' MORALE
    RAGIONE PRATICA
    RAZIONALISMO CRITICO
    AUTENTICITA'
CONOSCI TE STESSO!
   INTRODUZIONE
   CHI E CHE COSA SIAMO?
   INTELLIGENZA, LINGUAGGIO, CONOSCENZA
   VALORI NATURALI
   VALORI ACQUISITI
   DETERMINA LE TUE MODALITA' DI ESSERE
   L'ALTERNARSI DELLE ATTIVITA'
   CONOSCI TE STESSO! CONCLUSIONE
ATTIVITA' LIBERE
IL SEGRETO DELL'OCCIDENTE
CONCLUSIONE GENERALE
BIBLIOGRAFIA

 

INTRODUZIONE
PRESENTAZIONE
indice

Sappiamo bene che la cultura è in grado di mostrarci come sono le cose e di aprirci la mente, tanto è vero che la scuola è stata fondata proprio con lo scopo di fare conoscere il mondo ai giovani. Eppure basta semplicemente nominare termini quali ideologia e propaganda per ricordarci di come la cultura sia anche in grado di influenzarci e perfino di dominarci. Bastano poche righe per renderci conto dell'intima duplicità della cultura, di come essa possa svolgere tanto funzioni di liberazione quanto di asservimento.

Il presente lavoro rappresenta una analisi sugli effetti di determinate forme di cultura sulla libertà degli uomini. Cerca inoltre di esaminare i metodi di conoscenza usati dagli individui per metterne in luce alcuni dei principali errori compiuti. Questa analisi si riferisce al contesto storico e culturale degli ultimi decenni. Ad essa segue la proposta di metodi di conoscenza e di forme di cultura capaci di permetterci un modo più libero ed autentico di vivere.

Coloro che sono consapevoli della capacità di condizionamento della cultura di solito si riferiscono alla pubblicità e alla propaganda politica, ma queste forme di manipolazione sono troppo scoperte per essere realmente efficaci. La gente viene ingannata da meccanismi ben più sottili e nascosti. Viviamo in un mondo nel quale spesso facciamo fatica a capire quello che succede. A causa della molteplicità dei punti di vista e dei modi di interpretare gli eventi, spesso percepiamo la realtà come enigmatica e ci sentiamo come prigionieri di un grande labirinto, incomprensibile ed inafferrabile. Le nostre naturali esigenze di capire di ciò che ci circonda, quelle di ridurre gli sforzi nella raccolta e nell'interpretazione delle informazioni, il nostro bisogno di vivere in comunità ci spingono ad adottare sistemi di pensiero già pronti che non si limiteranno a ridurre la confusione e a farci da guida, ma prenderanno in cambio la nostra libertà. Come in un patto faustiano, barattiamo la nostra anima con la "conoscenza", senza accorgerci che la moneta con cui ci pagano è falsa.

Quante volte abbiamo visto persone colte comportarsi in modo fazioso. Perché questo avviene? Tutto è cultura, oppure ci sono conoscenze migliori di altre, più vere di altre? Che differenza c'è tra cultura e ideologia?... E fra cultura e conoscenza? Che cosa sono i sistemi totalitari? Come si stabilisce un legame emotivo nei confronti delle idee? Che funzioni svolge l'utopia? Che cosa sono i fanatismi e come si propagano? E' possibile andare oltre la propria carta di identità per sapere chi siamo? Che rapporto c'è fra l'io sociale e quello naturale? Come si può gestire la propria libertà senza riferimenti ideologici? E' possibile un'etica al di fuori delle religioni?

La cultura è comparsa recentemente nella storia della nostra specie e non abbiamo ancora imparato a gestirla convenientemente. Lo scopo di questo libro è quello di chiarire i termini del nostro rapporto con la cultura, soprattutto nelle sue forme organizzate, e di fare in modo che essa non ci tenga più prigionieri, ma che si limiti ad esercitare su di noi soltanto la sua funzione illuminista.

Questo testo è diviso in due parti: la prima descrive i più importanti errori di metodo che vengono compiuti nel trattare le conoscenze ed i principali meccanismi con i quali la cultura svolge funzioni di asservimento; la seconda propone metodi di gestione delle conoscenze capaci di favorire modelli di pensiero libero. Lo scopo è quello di aiutare l'uomo contemporaneo a liberarsi dai condizionamenti e ad ottenere un rapporto più diretto ed autentico con il mondo e con se stesso. A livello sociale, questo lavoro può contribuire alla comprensione dei sistemi totalitari, può inoltre servire a disinnescare i fanatismi e ad ostacolare il ritorno di sistemi autoritari come quelli che hanno prodotto tanti lutti specialmente nel secolo appena trascorso.


COME E' NATA QUESTA INDAGINE
indice

L'idea di scrivere questo libro è nata da un corso serale di scuola media per adulti che avevo tenuto anni fa con alcuni amici in un paese della provincia di Roma. Il corso durava solo un anno ed i risultati erano stati molto buoni. Tuttavia l'ambiente in cui vivevano i nostri allievi era poco stimolante e presto avrebbero dimenticato gran parte delle conoscenze apprese. Avevamo quindi preparato una "guida alla lettura": un elenco di libri che avrebbero dovuto accompagnare i nostri allievi oltre la scuola.

Questa prima realizzazione mi stimolò a preparare una guida più completa. Cominciai ad accumulare annotazioni, temi da approfondire, ritagli di giornale e recensioni. Intanto il tempo passava e sentivo sempre più forte l'impulso di riprendere quella vecchia guida, ma quando dopo diversi anni, cominciai a scrivere, mi accorsi che il tempo non era trascorso senza lasciare tracce. Erano gli anni del terrorismo e del diffondersi della droga e questi avvenimenti erano in qualche modo penetrati nel lavoro che stavo facendo, esercitandovi effetti profondi.

A questo contribuì anche la constatazione che tali fenomeni non sono che la parte appariscente di un malessere sociale che spesso assume le forme di un disorientamento o al contrario delle certezze ideologiche. Ma disorientamento e fanatismo sono fenomeni culturali. Da qui a sospettare che nella cultura ci fosse qualcosa che non funzionava il passo era breve e la convinzione che avevo fino a quel momento che la cultura esercitasse soltanto funzioni positive andò in crisi.

A mano a mano che progredivo con il lavoro di preparazione della nuova guida, mi sentivo sempre meno convinto di operare per il vantaggio dei lettori. Mi chiedevo che senso avesse offrire più cultura, quando è proprio nelle università, fra giornalisti, studiosi, intellettuali, quindi proprio là dove è massima l'istruzione, che questi fenomeni erano sorti, per poi estendersi al resto della società. Questa contraddizione divenne sempre più acuta finché non mi risolsi ad esaminare la cultura stessa, nel tentativo di capire che cosa succedesse al suo interno.

Questo libro rappresenta dunque il risultato di questa ricerca e si sforza anche di favorire una maggiore consapevolezza sui problemi ed i metodi di gestione delle nostre conoscenze. Durante l'analisi del ruolo di asservimento sociale storicamente esercitato dalla cultura, sono andato anche alla ricerca di forme alternative di pensiero. Forme che abbiano la capacità restituirci, insieme con la libertà, anche la nostra anima.


LA CONDIZIONE SUBORDINATA
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In questa analisi, prenderemo in considerazione principalmente le forme di pensiero organizzate. In questa prima parte, esamineremo alcuni dei principali metodi con cui la cultura condiziona il nostro pensiero ed il nostro agire. In particolare, nel capitolo: "La Cultura Verticale", affronteremo l'asservimento razionale; nel capitolo: "Uomo o Cellula Sociale?", affronteremo l'asservimento sistemico e nel capitolo: "Ideologia, Utopia, Cultura", affronteremo il ruolo dei sistemi di pensiero nell'asservimento politico.


LABIRINTI
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Che cosa sono i labirinti? Sappiamo che sono luoghi dove è facile perdersi e dai quali non è facile uscire. Anticamente, i labirinti erano costruzioni i cui muri, corridoi e stanze erano realizzati con grossi macigni. I labirinti del rinascimento erano invece fatti di siepi fitte e spinose. I labirinti di oggi vengono costruiti direttamente nel nostro cervello e si proiettano in ciò che guardiamo.

Quando cerchiamo di capire com'è nato il mondo, ci è facile finire in un labirinto talmente intricato ed impalpabile da farci rimpiangere quelli antichi, fatti di macigni. Infatti, se partiamo dall'ipotesi che il mondo sia stato creato da Dio, ogni cosa ci apparirà come parte di una creazione divina e anche le imperfezioni delle singole cose acquisteranno un senso perché volute da Dio. In tutto ciò che ci circonda vedremo la volontà divina e non potremo fare altro che accettarlo così com'è. Se invece partiamo dall'ipotesi che il mondo sia il prodotto di pure cause fisiche, ogni cosa ci apparirà priva di senso e il mondo ci sembrerà un caos senza capo né coda. Se ancora partiamo dall'ipotesi che Dio abbia provocato il Big Bang, per poi lasciare che le cose evolvessero da sole senza più intervenire, potremo pensare che egli abbia voluto lasciarci la nostra libertà, evitandoci di rimanere schiacciati sotto l'idea di un Dio incombente.

Come vedete, al riguardo dell'origine del mondo si possono fare tante ipotesi, ciascuna delle quali ci apre corridoi diversi. Ben presto ci accorgiamo di esserci perduti in una moltitudine di corridoi che si intrecciano e si snodano in tutte le direzioni, verso l'infinito. Il bello è che non è facile distinguere fra realtà ed interpretazione. Realtà e modello si confondono, compenetrandosi l'uno nell'altro. Ad un certo punto, non riusciremo nemmeno più a capire se questi labirinti siano nella nostra mente o nella realtà.

Il mondo delle parole spesso ci sfugge. Con le parole possiamo descrivere un avvenimento, ma basta scegliere un termine anziché un altro ed ecco che l'avvenimento assume tutto un altro significato. A volte ci rendiamo conto di non essere in grado di descrivere le cose adeguatamente e che il linguaggio ci limita o ci condiziona. Siamo in qualche modo prigionieri di queste realtà verbali. Capiamo che ci nascondono la realtà vera, ma non riusciamo a farne a meno. I termini che usiamo hanno una corrispondenza con la realtà oppure la alterano? Le relazioni che i nostri discorsi stabiliscono fra gli oggetti, descrivono in modo corretto quelle "vere" o sono solo immaginarie?

Esistono poi i labirinti creati dai giornalisti, dagli uomini politici, dai religiosi delle diverse fedi, dagli specialisti delle diverse discipline scientifiche, dai guaritori delle diverse medicine e delle pratiche alternative. I corridoi che ci dipingono quotidianamente con i loro discorsi sono tutti diversi gli uni dagli altri e spesso cadiamo nello sconforto. Speriamo ardentemente di trovare il filo d'Arianna per ritrovare l'uscita, il cammino verso la realtà vera, verso noi stessi. Ma dov'è andata Arianna? Se n'è andata insieme agli dèi dell'Olimpo? Se troviamo una ragazza che dice di essere Arianna, ci possiamo fidare di lei?

L'effetto più importante prodotto dai labirinti è quello di disorientarci, di spingerci alla ricerca della descrizione vera della realtà. Non è affatto difficile ottenere una tale descrizione, anzi se ne possono trovare tante, come quelle offerte dai partiti politici, dalle ideologie, dalle religioni, etc. Il solo inconveniente è che sono tutte diverse l'una dall'altra. Molti giovani ne adottano una, spesso la prima che capita loro e si perdono nel labirinto.


PER UNA TEORIA DELLA CONOSCENZA QUOTIDIANA
indice

LE COMPONENTI DELLA CULTURA
La cultura è formata dall'istruzione, dall'educazione, da quello che abbiamo imparato a scuola, dall'esempio dei genitori, fratelli,  amici, insegnanti, etc. E' formata anche da elementi non teorici, ma di costume quali abitudini, valori di base, regole, comportamenti, gesti. A questa categoria appartengono anche il proprio senso estetico (es: nell'abbigliamento, nell'architettura, nella cucina). E' formata dalle tradizioni e dalla cultura della propria comunità, dai libri che abbiamo letto, dai film e spettacoli, dalle conversazioni e dalle discussioni con i propri amici e colleghi, dalle informazioni dei giornali, radio e TV. E' formata ancora dalle proprie idee, dalle esperienze di lavoro e della vita quotidiana e dalle proprie riflessioni. Insomma, la cultura è composta da una moltitudine di elementi.

Osserviamo ora questi elementi dal punto di vista della loro organizzazione. Possiamo ordinare gli elementi della nostra cultura in base alla loro complessità. Fra gli elementi più semplici poniamo un numero di telefono, un indirizzo, un'idea, un proverbio, etc. Fra gli elementi più complessi possiamo porre quelli che come le religioni e le ideologie legano gli elementi della cultura in un sistema organizzato. Religioni ed ideologie hanno proprio la tendenza a ordinare tutti gli elementi della cultura di un individuo in un tutto organizzato. Questa analisi prenderà in considerazione essenzialmente i sistemi di pensiero.

La gente ha una spontanea tendenza a cercare di allargare i propri orizzonti ed a cercare di capire le cose in modo complessivo. Soffre anche dello stato incoerente in cui versano spesso grandi quantità di notizie. Per questi ed altri motivi, essa cerca delle teorie che rendano conto di tutte le cose in un'unica visione, dei sistemi che mettano ordine nelle diverse conoscenze, secondo una rappresentazione il più possibile unitaria, vasta e coerente.

I CACCIATORI DI ANIME
Ormai da parecchio tempo, la quantità di conoscenze prodotte dall'umanità ha superato la capacità individuale di possederla interamente. Oggi, la produzione intellettuale è organizzata su vasta scala. Ad essa partecipano centri di ricerca, imprese editoriali, reti giornalistiche, etc. Le energie a disposizione di una persona bastano appena per mantenerla informata su di una parte assai limitata del sapere.

Per il comune mortale, è quindi prassi corrente rivolgersi ad esperti per ottenere le informazioni di cui ha bisogno. Egli si rivolge a specialisti per ogni genere di informazioni. Si lascia cullare da questo meccanismo bene oliato fino al giorno in cui, per gli stessi sintomi, due medici gli diagnosticano malattie diverse, due giornalisti trasformano lo stesso evento in avvenimenti diversi. A quel punto, l'armonia delle sfere celesti si tramuta in un digrignare di ingranaggi, il mondo cade a pezzi e il nostro amico perde la tranquillità.

Ma, se gli esperti sono in disaccordo, si pone per noi il problema del giudizio delle loro affermazioni. Ma noi non siamo degli esperti, comunque non possiamo essere esperti in ogni campo. Allora, quali metodi possiamo impiegare per giudicare le affermazioni e le notizie che ci provengono dal mondo degli esperti? E da quale punto di vista ci dobbiamo porre? Come possiamo valutare le teorie scientifiche e religiose sullo stesso argomento? Per esempio, al riguardo dell'origine della vita sulla Terra, vogliamo dare credito ad una visione materialistica che esclude ogni intervento divino oppure al creazionismo religioso? Vogliamo credere nella teoria del Big Bang oppure che Dio avrebbe creato il mondo in sei giorni? E poi, qualsiasi sia la risposta, come abbiamo fatto questa scelta?

Ci sono numerosi casi come questo, nei quali si fronteggiano teorie diverse. Per esempio, i comportamenti "impropri" di molta gente possono essere spiegati da parte di uno psicanalista in base a confusioni sessuali nell'adolescenza, da parte di un biologo in base a carenze nella trasmissione dei segnali neuronali, da parte di un sociologo in base alle solite discriminazioni di classe, da parte di un religioso in base alla mancanza di fede. Quale di queste spiegazioni riscuoterà la nostra indomita fiducia? E' chiaro anche che lo stesso soggetto, osservato da punti di vista diversi assume significati diversi. In queste condizioni, la gente è incerta e non sa quale spiegazione scegliere fra le tante che le vengono sottoposte. A causa di questa incertezza spesso la gente soffre di un profondo disagio psicologico.

Si può evitare di scegliere fra una teoria e l'altra? Si può rimandare la scelta per un periodo più o meno lungo, ma prima o poi diventa inevitabile scegliere perché la vita ci sottopone continuamente problemi che dobbiamo affrontare su due piedi. Inoltre, è importante scegliere perché le informazioni ci servono per comporre una immagine del mondo, perché sentiamo necessario organizzare le conoscenze in modo coerente, etc. Quindi, ci troviamo spesso a dover compiere delle scelte fra informazioni discordanti e senza possedere i criteri necessari.

I membri delle società moderne sono dunque travolti da grandi quantità di notizie e informazioni che non sanno né gestire né valutare. Soffrono del fatto che perfino gli esperti sono spesso in disaccordo. Questa penosa situazione li spinge a cercare un principio, una Verità per mezzo della quale sia possibile giudicare tutte le notizie e informazioni.

Tuttavia le nostre scelte non sono solo una questione di ricerca della verità, soprattutto non sono politicamente indifferenti. Infatti, il loro esito non è importante solo per noi che le compiamo, ma anche per altri. Ci sono organizzazioni che hanno interesse che il nostro favore vada in una direzione, anziché in un'altra. Quindi, il disaccordo degli esperti non è dovuto sempre e soltanto ad un onesto confronto intellettuale, ma spesso fa parte della battaglia che determinate organizzazioni combattono per ottenere il nostro consenso, per trasformarci in adepti, per condizionare il nostro comportamento politico e di consumatori. Basta cambiare punto di osservazione e ciò che normalmente viene visto come un sano dibattito democratico si capovolge in una guerra combattuta sulle nostre teste per il nostro asservimento.

Nelle società occidentali, viene riconosciuta la libertà di parola. In base a questo principio, ognuno può esprimere il proprio pensiero pubblicamente e spesso si sviluppano dibattiti utili per il progresso civile. Una delle conseguenze di questa libertà è anche la libertà di proselitismo in base alla quale i cittadini di queste società sono sottoposti a continue suggestioni da parte di religioni, ideologie, guru, astrologi ed altri cacciatori di anime. Purtroppo, a questa libertà di proselitismo non corrisponde una preparazione dei giovani a difendersi da coloro che vogliono controllarne le menti e, spinti dalla necessità di un principio di spiegazione universale, gran parte di loro ne cade vittima.


LA CULTURA VERTICALE
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Che cos'è la cultura verticale? E' una cultura che appartiene ad un singolo ed esclusivo punto di vista e che manca di alternative. Questa condizione era quasi universale durante l'antichità ed il medioevo, quando la gente viaggiava poco e raramente aveva contatti con persone di altri culture. Ancora oggi la gran parte dei seguaci delle diverse fedi conosce solo la propria religione e vive in uno stato di ignoranza di tutte le altre. Inoltre, quasi sempre, anche la conoscenza della propria religione è molto approssimativa e schematica.

L'organizzazione della cultura per compartimenti stagni è anche caratteristica di una organizzazione specialistica del sapere, nella quale mancano le conoscenze necessarie per collegarsi con altri ambiti del sapere. In questo modo, si finisce in una specie di universo a bolle, dove ogni disciplina-bolla vive per conto suo, isolata dalle altre. In virtù della sua particolare organizzazione, definisco questa cultura "verticale".

Per cultura verticale possiamo intendere dunque una cultura chiusa, che non ha contatti con altri punti di vista. La cultura verticale è una cultura che ostacola la comunicazione ed i rapporti con gli altri saperi e che spesso viene usata a scopi di asservimento politico. In linea di principio tutti i sistemi di pensiero possono presentare aspetti autoritari ed altri liberi. Come vedremo più avanti, è possibile cercare di contrastare gli uni e di promuovere gli altri. Di seguito, diamo un'occhiata alle principali forme di cultura verticale.


RIDUZIONISMO
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Il riduzionismo consiste nel voler spiegare il comportamento di un sistema a partire dai suoi elementi, negando quindi l'autonomia del sistema stesso. Per esempio, consiste nello spiegare i fenomeni mentali a partire dai neuroni e dai neurotrasmettitori, ignorando il rapporto del soggetto con il proprio ambiente sociale e culturale. Qua considereremo riduzionismo anche il voler spiegare molti eventi, anche tutti, a partire da un unico principio.

Il termine riduzionismo richiama appunto la riduzione della complessità della realtà per opera dell'unico punto di osservazione da cui viene esaminata. Lo specialista tende spesso ad utilizzare questi suoi attrezzi per spiegare anche fenomeni lontani dal proprio campo. Per esempio, uno psicologo può non limitarsi a spiegare il comportamento di singoli individui, ma può sentirsi autorizzato anche a spiegare eventi storici. A sua volta, un economista può sentirsi in grado di spiegare anche fenomeni religiosi o artistici in base a fattori economici, e via di seguito.

Anche le religioni e le ideologie, spiegano gli eventi per mezzo del solo proprio punto di vista, riducendo la complessità della realtà ad una sola dimensione. In realtà, il riduzionismo non spiega la realtà, ma la traduce secondo un certo codice e l'appiattisce. Dalla cultura verticale, derivano importanti conseguenze sociali che vedremo fra poco.


MILITANZA
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A livello individuale, quello che sappiamo intorno ad un certo aspetto della realtà, giusto o sbagliato che sia, contribuisce a determinare il nostro comportamento. Per esempio, se siamo convinti che la posizione che avevano gli astri nel cielo quando siamo nati sia importante nel determinare il nostro carattere, fortuna e destino, saremo portati a consultare l'oroscopo per sapere come affrontare i nostri problemi. Quindi, le conoscenze sono dotate di un intrinseco potere condizionante, e ciò indipendentemente dal loro valore di verità. Se però siamo disposti ad accettare il condizionamento dovuto a conoscenze vere, lo siamo meno nei confronti di quelle false. Infatti queste ultime ci fanno compiere azioni del tutto inutili, se non dannose. Questo potrebbe per esempio essere il caso di determinate pratiche magiche messe in atto per la cura di una malattia. Nel medioevo, i medici praticavano salassi e cure tali che spesso il paziente moriva più per le cure che per la malattia. A quel tempo, la gente aveva una così scarsa fiducia nei medici, che li chiamavano quando ormai per il paziente non c'era più nulla da fare.

Fin qui dunque niente di speciale, salvo dover affrontare incessantemente il problema di come produrre conoscenze vere e quello non secondario di saper distinguere quelle vere da quelle false. Invece le idee non esauriscono qui la loro funzione condizionante. Come abbiamo visto, la complessità del mondo e la discordanza delle spiegazioni che sperimentiamo quotidianamente, ci mettono in una condizione di disagio. Questa confusione è per noi piuttosto imbarazzante e ci rendiamo anche conto di non possedere criteri evidenti per compiere tali valutazioni. D'altra parte, non possiamo neppure evitare di compiere le scelte che la vita ci sottopone incessantemente. Informazioni affidabili ci servono inoltre per poter comporre un'immagine coerente del mondo. Questi problemi sarebbero di più facile soluzione, se non ci fossero numerose sapienze che pretendono di possedere la Verità. Anch'esse sono in competizione fra di loro e producono una confusione nella quale risulta difficile raccapezzarsi. Purtroppo, queste sapienze non si limitano a creare confusione, ma determinano anche importanti conseguenze politiche.

Ma come può la scelta di una informazione al posto di un'altra avere tali importanti conseguenze? Le informazioni a cui prestiamo fede contribuiscono un poco alla volta a determinare la nostra rappresentazione della realtà. Anche se a prima vista potrebbe sembrare che la scelta di una tesi fra tante non possa avere conseguenze di rilievo, essa contribuisce invece alla composizione di una intera visione del mondo. Per esempio, un giovane che fin da bambino sia stato educato secondo principi religiosi, probabilmente si sarà creato una visione del mondo basata sulla fede. Da adulto tenderà a nutrire fiducia nella religione e propenderà per formazioni politiche conservatrici. Al contrario, un giovane che sia stato educato sulla base di spiegazioni razionali o scientifiche, è più facile che a proposito dell'origine del mondo trovi più ragionevole l'ipotesi del big bang rispetto a quella creazionista. Probabilmente in seguito egli continuerà a preferire rappresentazioni scientifiche e razionaliste, piuttosto che quelle trascendentali. A lungo termine, egli comporrà una descrizione scientifica e deterministica della realtà e si orienterà verso formazioni politiche laiche.

Da un punto di vista religioso, il peccato originale ha un significato assai diverso di quello che può avere da un punto di vista scientifico. Infatti, in un caso il peccato originale è una disobbedienza a Dio, letteralmente compiuta da Adamo ed Eva e a cui era seguita una punizione per tutta l'umanità, mentre nell'altro caso esso non è che un mito, il quale può al massimo essere considerato come la metafora dell'abbandono della natura da parte dell'uomo e delle difficoltà che egli incontra nell'adattarsi al modo di vivere artificiale, proprio delle società urbane.

A sua volta, la visione del mondo prescelta, non è qualcosa di inerte come un dato qualsiasi, ma tende a riordinare tutte le conoscenze, che fino a quel momento versavano in uno stato di confusione. Se per esempio il punto di vista adottato è quello di una religione monoteistica, il metro con il quale verranno valutate e organizzate tutte le cose diventerà la parola di Dio nella forma rivelata nelle rispettive sacre scritture. La visione del mondo scelta possiede dunque una funzione strutturante dell'insieme delle conoscenze. Così come le conoscenze particolari influenzano il nostro comportamento nell'affrontare un problema particolare, altrettanto le teorie generali determinano la rappresentazione generale della realtà, influenzano il nostro comportamento generale e orientano le nostre scelte più importanti. Oltre a fondare quella che può essere definita la propria metafisica, questa visione generale del mondo determina anche i principi fondamentali in base ai quali ragioniamo. Il pensiero, organizzato in un sistema coerente, possiede ora i criteri per la valutazione di ogni informazione e da quel momento in poi tale sistema tenderà a consolidarsi.

A proposito delle visioni del mondo, si parla anche di paradigmi. Con questo termine si intende un sistema di affermazioni condivise all'interno di un certo ambiente. Si può parlare di paradigma religioso, scientifico, artistico, etc. Il paradigma religioso consiste nelle idee, forme di pensiero ed atteggiamenti che ogni uomo di fede ha in comune con gli altri credenti. Ma all'interno della religione, il taoismo e l'induismo sono paradigmi molto diversi. Ciascuno di questi è caratterizzato da particolari tratti distintivi, pur condividendone altri che li distinguono dal paradigma scientifico. Anche all'interno del paradigma scientifico, a proposito dei diversi ambiti specialistici, si può parlare di paradigmi, come pure all'interno di uno di essi al riguardo di determinate scuole. Anche l'arte costituisce un grande paradigma, e al suo interno se ne possono enumerare numerosi altri, di ordine inferiore. Ci sono inoltre paradigmi filosofici, politici, etc.

Molto spesso gli uomini sono militanti di un paradigma. Assai raramente sono in grado di confrontare punti di vista diversi. Più facile risulta invece imbattersi nella difesa di un punto di vista particolare, vissuto come l'unico possibile. Così non è raro incontrare artisti che si mostrano insofferenti verso tutto ciò che sappia di scientifico o di razionale; religiosi che considerano limitate le conoscenze scientifiche e quelle filosofiche; uomini di scienza che si mostrano impazienti di fronte alle conoscenze filosofiche, religiose, artistiche, etc. In qualche modo, questi atteggiamenti sono anche comprensibili. L'artista deve esplorare nuovi modi di interpretare le cose e non può rispettare le convenzioni senza limitare la propria ricerca estetica. Se dovesse lavorare accanto ad uno scienziato, nascerebbe ben presto una baruffa sul modo di concepire l'ordine fra gli attrezzi. Il religioso ritiene che le conoscenze filosofiche e scientifiche siano il prodotto di metodi che manterrebbero l'uomo confinato nella materialità e che gli precluderebbero la conoscenza del mondo soprannaturale dal quale anche quello fisico dipenderebbe come una realtà in qualche modo inferiore. Tale conoscenza sarebbe invece raggiungibile solo attraverso la rivelazione divina e la fede. Questi paradigmi non sono sempre innocui come quelli scientifico ed artistico. Le ideologie politiche e gli integralismi religiosi rappresentano dei paradigmi che hanno perduto il senso delle proporzioni e la capacità dell'autocritica.

E che conseguenze ha la scelta di un paradigma? Di per sé, un paradigma non è negativo. Con tale termine si intende un modello di pensiero ed esistono anche modelli aperti. A volte purtroppo, proprio per la mancanza di collegamenti fra i vari ambiti disciplinari, si determinano paradigmi chiusi che tendono a spiegare ogni cosa con lo stesso grimaldello. Essi sono molto utili nel ridurre la fatica di giudicare ed ordinare le informazioni che ci assalgono in continuazione. Sono perfino in grado di fornirci indicazioni sugli scopi generali dell'esistenza e su come comportarci nei casi particolari della vita quotidiana ed hanno dunque un grande potere di suggestione. I termini di paradigma e di ideologia sono molto simili, tuttavia, con il termine ideologia si sottolineano gli aspetti sistemici e di condizionamento politico.

La scelta del paradigma o dell'ideologia corrisponde dunque ad una scelta di visione del mondo, una scelta di parte. Normalmente questa scelta non è consapevole, come non sono consapevoli neppure le sue conseguenze. In tali condizioni, questa scelta corrisponde ad un asservimento culturale e politico. Purtroppo essa ha quasi sempre un carattere definitivo. Arrivata all'età adulta ed identificatasi in un'ideologia, una persona può cambiare opinione al riguardo di una singola cosa, ma difficilmente metterà in questione la sua intera visione del mondo. Al contrario, essa la difenderà da ogni assalto, come se fosse la torre che la difende dai barbari. Difendendo l'ideologia in cui si è identificata, essa crederà di difendere se stessa, mentre non difenderà che la propria prigione.

Per il prestigio che gode, esiste la tendenza a considerare la scienza esente dai pericoli della cultura verticale. Invece anche lo scienziato vi cade quando vede la scienza come l'unica fonte di conoscenza valida, quando la ritiene in grado di affrontare qualsiasi problema, quando rifiuta la validità di ogni altro punto di vista, quando nega la presenza di alcunché oltre l'orizzonte scientifico. Per fortuna, la grande maggioranza degli scienziati è ben lontana dal cadere in ingenuità come queste, proprie dello scientismo.

Riprendendo il discorso iniziale del potere intrinsecamente condizionante delle singole idee, a maggior ragione è da ritenere condizionante una visione del mondo, specialmente quando non si conoscono delle alternative. Quello che bisogna tenere ben presente è che queste nostre scelte non sono importanti solo per noi, ma anche per altre persone ed organizzazioni, per cui esiste una guerra combattuta a nostra insaputa per ottenere che il nostro favore vada in un senso, anziché in un altro. Alla fine, chi accetta una "verità" allo scopo di poter giudicare gli eventi e per dare senso al mondo e alla propria esistenza finisce per essere subordinato ad un'organizzazione politica che lo trasformerà in un militante e lo utilizzerà per il proprio vantaggio. Il lavaggio del cervello procurato da questa cultura chiusa può essere tale da convincere chi lo subisce anche a sacrificare la propria vita per il trionfo della causa.

Non bisogna però pensare che tutti i seguaci di un'ideologia debbano per forza diventare dei fanatici. Per fortuna, nell'animo degli uomini, l'ideologia si trova a confrontarsi con la loro esperienza, con la loro indole e sensibilità. Di conseguenza, molte persone mantengono spontaneamente un atteggiamento aperto e pacifico nei confronti degli altri. In generale, nell'ambito di un'ideologia si sviluppano atteggiamenti diversi, quali quelli dell'ortodossia e dell'eterodossia, della sottomissione e della critica, della militanza e del disimpegno, del fanatismo e della tolleranza, etc. Purtroppo, sono spesso politicamente più importanti coloro che con il loro impegno sostengono attivamente i comportamenti politici dell'ideologia, ma si può contare sugli altri per sconfiggerli.


SUBCULTURE, SUBSOCIETA'
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Gli specialismi, ma ancora di più le religioni e le ideologie, si trovano spesso in competizione fra loro per propagarsi e per rafforzarsi. Per ottenere il favore delle masse, non si limitano a dare una risposta ad una determinata classe di problemi, ma cercano di coprire tutte le esigenze e bisogni dell'uomo. Per esempio, la religione non si occupa solo dell'anima e dell'aldilà, ma intende anche dare una spiegazione del mondo (funzione scientifica), fornire un senso all'esistenza (funzione filosofica), lenire il timore della morte (funzione psicologica), regolare le azioni umane (diritto), coalizzare la popolazione contro i pericoli esterni (difesa), ottenere determinati scopi per intercessione divina (medicina, tecnologia). Altrettanto, un'ideologia politica è molto di più di una teoria economica o sociale. Anch'essa intende dare una risposta a tutti i problemi ed esigenze umane.

In questo modo, e a causa della competizione fra i sistemi di pensiero, si sono formate diverse subculture chiuse l'una nei confronti dell'altra. Con il passare del tempo, esse si sono dotate di un complesso armamentario di strumenti per potenziare la loro diffusione: affermazioni positive nei propri confronti, slogan diretti contro i concorrenti, promesse quali il paradiso, la società senza classi, etc. Altri strumenti sono volti a mantenere legati a sé i propri seguaci, come per esempio la proibizione delle conversioni ad altre fedi, pena la morte.

Ogni subcultura attira attorno a sé un certo seguito e di conseguenza ad ogni subcultura corrisponde una subsocietà, veri e propri microcosmi dove il singolo può trovare anche una comunità, un lavoro, etc. Le comunità religiose sono un esempio di queste subsocietà. Un certo modo di concepire la religione sostiene che essa sia in grado di spiegare tutte le cose e che sia una guida capace di regolare la vita del fedele in tutti i suoi aspetti e in tutti i momenti della giornata.

Molte persone non sono molto portate a gestirsi da sole, mancano di iniziativa ed hanno un atteggiamento passivo. Per esse, una guida esterna è importante e spesso abbracciano un sistema di pensiero già pronto proprio per ottenere sicurezza psicologica e guida. Esse non sospettano neppure per un attimo di come finiscano per essere soggiogate proprio da questa soporifera tutela che le culla e le protegge, evitando loro di pensare ed evitando loro il dubbio e l'incertezza. La competizione fra le subculture trascina con sé anche le subsocietà. I rapporti fra le diverse comunità potrebbe essere uno dei problemi maggiori ai quali ci dovremo confrontare nei prossimi anni.

In questa situazione, gli individui non controllano più le informazioni, né sono in grado di giudicarle autonomamente. Essi si limitano a riconoscere determinate fonti come "amiche" e ad accogliere come autentiche tutte le notizie che esse forniscono. Non a caso, il nostro tempo è ormai caratterizzato dall'informazione mediata ed in questa mediazione la verità spesso soccombe a favore della rappresentazione di parte.


CONCLUSIONE, LE SCATOLE CHIUSE
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Che cos'hanno dunque in comune le religioni e le ideologie? Esse condividono la caratteristica di poter essere delle scatole chiuse, dalle quali non si può più uscire. Spesso, esse si fondano su di un'idea unica che ha originato una intera visione del mondo. Questo è vero tanto per il pio religioso che recita le proprie orazioni, quanto per il militante comunista che partecipa allo sciopero contro il padronato, quanto ancora per lo specialista che affronta ogni problema con la stessa cassetta di attrezzi.

Queste organizzazioni cercano di evitare che i propri adepti ascoltino altri punti di vista. Certe religioni prescrivono ai propri fedeli di raggiungere una particolare purezza spirituale, ottenibile soltanto studiando determinati testi fondamentali ed estraniandosi completamente dai contesti culturali e sociali appartenenti ad altre fedi. Spesso è possibile riconoscere questi fedeli zelanti per il loro abbigliamento che si rifà "alle origini" o ad una particolare ortodossia. D'altra parte il comune fedele è già abbastanza ignorante della propria religione per conoscere anche minimamente qualcosa delle altre. Le uniche nozioni che vengono fatte circolare al riguardo delle altre religioni sono slogan tendenti a ridicolizzarle. A lungo andare, questo isolamento culturale, la mancanza di conoscenza dell'altro e la mancanza di relazioni anche di amicizia con persone di altre fedi potranno creare diffidenze o peggio: la base per le divisioni e le contrapposizioni sociali e politiche. Questa situazione può essere peggiorata se addirittura nelle scuole si educano i giovani all'odio etnico o religioso. Come abbiamo visto, la capacità di subordinare gli uomini e di utilizzarli per rafforzarsi è una delle principali caratteristiche negative dei sistemi di pensiero autoritari.

Alle culture chiuse si possono contrapporre forme di cultura aperta. In cosa consiste una cultura aperta? E' una forma di cultura che possiede fra i propri valori l'importanza della conoscenza dei punti di vista altrui. Una cultura aperta è anche il prodotto di una organizzazione sociale che ammette e protegge la libertà di parola, che promuove attivamente il confronto pubblico delle opinioni. Perché si stabilisca una tale organizzazione è necessario che i cittadini e i loro leader siano convinti della validità e dell'importanza del pluralismo per l'apertura mentale e per l'amicizia fra le persone. Una religione o una ideologia possono passare da una forma chiusa ad una aperta. Si tratta di un processo che non arriva da solo, ma che richiede parecchio impegno e sacrifici. Normalmente, segue il progresso civile di una società.

Forme di cultura chiusa ed aperta si sono fronteggiate fin dall'antichità. La cultura aperta si affermò prima di tutto nell'antica Grecia, il paese che inventò la filosofia ed il cui politeismo era ben lontano dal costituire una visione chiusa del mondo. Si affermò nell'Impero Romano, erede del pensiero greco, dove vi era libertà di culto e dove fu costruito il Pantheon. Si è affermata in molte delle società odierne, dove le ideologie sono state duramente combattute e la religione è stata relativizzata e costretta a convivere con la scienza, la letteratura, la filosofia, l'arte, il pensiero politico e tante altre forme di pensiero. La cultura aperta si è persa ed è rinata più volte nel corso della storia ed ancora oggi combatte per la propria sopravvivenza contro i nemici di sempre, ma si afferma sempre di più nel mondo contemporaneo.


UOMO O CELLULA SOCIALE?
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Quello di cui abbiamo parlato fin qui rappresenta l'asservimento razionale alla cultura, in questo capitolo esamineremo il condizionamento sistemico. Vedremo come il progressivo organizzarsi della società verso livelli superiori di complessità, ci abbia trasformati in ubbidienti elementi di un sistema. Ora esamineremo quello che un marxista definirebbe l'asservimento alla base economica, cioè come la cultura venga utilizzata per rendere il comportamento dell'individuo coerente al sistema produttivo.

Quanto verrà descritto in questo capitolo rispecchia una tendenza del sistema economico e organizzativo a influire sulle persone. Molto spesso esse percepiscono questa influenza negativa e cercano di sfuggirle in molti modi. Anche voi potrete  cercare di opporvi alla tendenza del sistema a subordinarvi per reclamare la vostra parte di libertà.


IL MALESSERE DELL'UOMO CONTEMPORANEO
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Sul malessere dell'uomo contemporaneo è stato scritto molto. Le ragioni di questo malessere sono state attribuite ora alla mancanza di fede, ora allo sfruttamento economico, etc. Anche se c'è disaccordo sulle cause di questo disagio, tutti sono d'accordo sulla sua esistenza. La spiegazione che va per la maggiore riconduce tutto ad una cattiva ripartizione delle ricchezze. Eppure, basta considerare l'interclassismo di questa malattia per capire come occorra considerare anche altre cause. I sintomi del malessere sono molto diffusi. Si registrano principalmente sui piani psicologico e culturale, in forme quali ansietà, depressione, droga, suicidio, ricorso a culti esotici, terrorismo. Nelle società industrializzate contemporanee, la soddisfazione dei valori primari dell'uomo è sempre più difficile. Egli subisce un importante processo di denaturazione. Qual è l'influenza di questo processo sull'animo umano?

INURBAMENTO
In pochi decenni, i paesi industrializzati hanno visto spostarsi la maggior parte della propria popolazione dalle campagne alle città. Ciò ha prodotto un distacco fisico dalla natura, dai propri luoghi, dalla comunità degli amici e parenti. L'uomo, che nella sua storia evolutiva ha vissuto per milioni di anni a contatto con la natura, ora è costretto a vivere in piccoli appartamenti di casermoni delle periferie urbane. Per potere raggiungere la natura, deve organizzare un viaggio in automobile. Un genitore che vede i propri figli davanti alla TV, ritorna con il pensiero alla propria gioventù trascorsa con gli amici e all'aria aperta. Questa sofferenza non è solo dei genitori, che possiedono ancora il ricordo della natura, ma anche dei figli che ne possiedono pur sempre il ricordo genetico, ribelle ad ogni condizionamento culturale. La maggior parte degli emigrati soffre di nostalgia dei luoghi e degli affetti che ha lasciato. Il nonno resiste, ma non si adatta. Il padre è sbandato. Solo i figli potrebbero legarsi al nuovo ambiente, ma questo è troppo cartesiano per consentire spazi vitali.

 

MASSIFICAZIONE
Le forme architettoniche, il tessuto urbano, le distanze, le strutture scolastiche e aziendali, l'organizzazione del tempo, attuano una separazione fisica degli uomini fra di loro. A causa dell'incomunicabilità, la solitudine diventa il problema più diffuso delle società industrializzate.

Mentre in un paese i parenti abitano vicino, i bambini sono circondati da una sfera di affetti e scendere in strada significa incontrare gli amici, in città si incontra invece una folla di sconosciuti con i quali non si riesce a comunicare. I ritmi della vita moderna sottraggono ogni disponibilità di tempo nei confronti del prossimo, perfino nei confronti dei propri familiari. Per potere incontrare degli amici occorre organizzare una visita con giorni di anticipo. I bambini vengono abbandonati alle cure formali di un nido, scuola e doposcuola, istituzioni nelle quali ogni spontaneità, iniziativa e creatività sono bandite in nome della controllabilità e dell'efficienza. Al contrario, in un paese le distanze nei confronti delle autorità sono limitate e ognuno può partecipare alla vita collettiva. Spesso il sindaco era il proprio compagno di giochi, mentre nelle città, non si riesce neppure ad essere ricevuti da un assessore e la vita politica è nelle mani di grandi organizzazioni.

La condizione del giovane nelle società industrializzate è molto difficile. Lo sforzo per la formazione scolastica lo priva di parecchi giochi durante l'infanzia e di amori dell'adolescenza. Le condizioni di isolamento in cui vive, gli rendono molto difficile partecipare alla vita in comune con i coetanei e incontrare un partner, tanto che il fenomeno dei single è in grande aumento. Queste difficoltà contribuiscono molto al calo demografico delle nostre popolazioni. La ricerca di un lavoro, indispensabile per sostenere una famiglia, è difficile. Spesso il giovane si trova in una situazione di mancata integrazione sociale e di isolamento. In tutti questi casi manca l'espressione delle proprie esigenze innate verso la natura ed i rapporti umani.

ANOMIA
Le conoscenze scientifiche, l'insegnamento scolastico, l'ambiente di lavoro, i mass-media, hanno causato la perdita dell'immagine tradizionale del mondo e degli antichi valori in persone del tutto impreparate a sostenere questa trasformazione. Questo cambiamento è stato tanto rapido da rendere impossibile la creazione di una nuova cultura. Non si deve considerare tutto questo come completamente negativo. Sono soprattutto la rapidità e il modo con cui è avvenuto che ha provocato danni quali un profondo disorientamento, uno stato di indigenza culturale, un vuoto da colmare ad ogni costo. Le proprie tradizioni sono anche un compito, una elaborazione da portare avanti. La nuova cultura deve avere dei contenuti ed essere meglio trasmessa, fondendosi con quella precedente.

 

SPERSONALIZZAZIONE
Un tempo, ogni luogo aveva un nome ed era colmo del ricordo di avvenimenti. La gente era affezionata a quei luoghi. Un luogo non era intercambiabile, era unico. Oggi, quando si vuole costruire un quartiere, si spiana il suolo eliminando le ondulazioni del terreno, i fossi, le siepi e i sentieri. Le acque superficiali: i ruscelli, gli stagni, le pozze, dove vivevano moltitudini di anfibi ed altri piccoli animali vengono sepolte oppure incanalate nelle fognature. Al luogo precedente si sovrappone uno spazio cartesiano, identico a quello contiguo e a tutti quelli di qualsiasi periferia del mondo. Il quartiere che viene costruito risulta uguale ad ogni altro: uno spazio intercambiabile. Un supermercato è uguale all'altro; si possono trovare alberghi identici in nazioni diverse, come quelli che fanno parte di catene. I supermercati, gli alberghi e certi grossi negozi si riproducono e potete trovare loro cloni ovunque.

L'intercambiabilità dei luoghi è una necessità di una società modulare. Fa parte del paradigma della società industriale. L'intercambiabilità degli uomini si affianca a quella dei luoghi, delle città, degli strumenti e dei prodotti. Così come in una catena di montaggio è ozioso interrogarci sull'individualità dei bulloni, altrettanto vale nella società industriale per gli spazi dove si vive e alla fine per gli stessi esseri umani. Il tentativo di sapere chi siamo viene presto abbandonato ed in seguito la domanda viene semplicemente rimossa. A questa domanda si risponde al massimo con le proprie generalità, ma queste non dicono nulla. Alla domanda: "chi sei?", ci si sente rispondere con il nome e cognome, indirizzo, al massimo aggiungono il titolo di studio. Ma questi dati sono quelli "sistemici", quelli che servono alla società per identificare l'individuo, non dicono nulla sul suo modo di essere. Perché, se un nome vale un altro, una persona non vale un'altra. Non siamo bulloni intercambiabili, ma siamo costretti a vivere come tali.

Se comunque chiediamo ad una persona che cosa la caratterizza, molto spesso non sa dirvi proprio nulla, e non è che non ci sia niente da dire... semplicemente non lo sa perché è stata educata a diventare una cellula sociale, intercambiabile. Si considerano solo i dati comuni, trascurando quelli individuali. Nessuno si è curato di farle conoscere e valorizzare la propria individualità, la propria personalità, etc. Al contrario, tutto ciò che di specifico aveva, è stato represso e cancellato per farne un individuo come tutti gli altri, intercambiabile. Eppure sarebbe bello sapere come siamo in rapporto al modo di essere degli altri, questo anche per migliorare le nostre qualità, per valorizzare il nostro modo di essere, per vivere in un modo più libero e per esprimere meglio noi stessi.

Oggi un ragazzo viene visto come un contenitore da riempire al massimo. L'intercambiabilità dei ruoli si fonda su una assunzione di plasmabilità perfetta di ogni persona. Queste concezioni cancellano alla radice la possibilità di interrogarci sulle nostre unicità ed individualità, sul nostro particolare modo di essere. Questo modo di concepire l'uomo, unito all'industrializzazione della pedagogia, ostacola la ricerca della propria identità, l'integrazione con se stessi, il rapporto spontaneo con il mondo. La completa mancanza di conoscenza di sé e della consapevolezza della propria situazione ha portato ad una diffusa condizione di spersonalizzazione.

Ogni giovane è dunque un sacco vuoto che, dopo essere stato indifferentemente riempito di mele o di patate, può ora essere inviato in ogni parte del mondo. L'identità del singolo non viene cercata nel suo carattere, nella sua personalità e nelle sue predisposizioni, ma nei titoli, nei ruoli, nelle appartenenze e nelle divise. L'identità si riduce quindi alle dimensioni sistemiche, a scapito di quelle naturali.

RAZIONALITA' ECONOMICA
La prima cosa che il processo educativo si sente di dover fare è quella di reprimere la nostra componente animale, intuitiva, emotiva, creativa a favore di quella razionale. La scuola impartisce soprattutto una preparazione professionale, necessaria al futuro specialista, e si cura poco di fornire ai ragazzi una visione generale e compiuta della realtà. Se ai singoli sfugge il senso del proprio lavoro non importa perché è la società che integrerà le azioni individuali sui piani economico, politico, etc. La socializzazione viene completata con l'inserimento del giovane nel processo produttivo e con la creazione di una nuova famiglia.

L'alto costo della casa, dell'automobile e del mantenimento della famiglia sono gli incentivi principali a cercare un lavoro. Il giovane viene spinto all'assunzione di una razionalità economica, nella quale il tornaconto finanziario diverrà il principale, se non l'unico, parametro di ciascuna scelta. Con questa operazione, la sua integrazione al sistema verrà completata. Nel suo comportamento di produttore, risparmiatore, consumatore ed investitore egli dimostrerà la propria integrazione ideologica.

Di lì a poco egli si troverà rinchiuso in una trappola di orari e percorsi, sempre gli stessi. Dal punto di vista culturale, il giovane si troverà in un ambiente assolutamente indisposto a prendere in considerazione opinioni personali. Per quanto possano risultare valide, ad esse si preferiscono i ben più autorevoli pareri degli esperti, gli slogan delle organizzazioni di partito e confessionali. Lo spazio culturale individuale si riduce a quello di mera militanza e quindi di piatta ripetizione di affermazioni altrui.

DISUMANIZZAZIONE
Secondo A. Leroi-Gourhan (4), nel corso della sua evoluzione l'uomo ha progressivamente trasferito le proprie capacità a utensili e macchine. Mentre un carnivoro possiede artigli, l'uomo si è costruito coltelli. Così, più in generale, mentre gli animali possiedono capacità che fanno parte integrante del loro corpo, l'uomo ha esteriorizzato le sue funzioni. Ora, la sua forza muscolare, capacità di spostarsi, manualità, sensibilità, memoria e creatività sono state assunte da macchine. Fino a ieri protagonista della vita sociale, l'uomo, da attore, musicista, danzatore, atleta, organizzatore, è divenuto spettatore. La rivoluzione informatica prefigura un futuro nel quale un lavoratore non toccherà più materiali, né parlerà direttamente con i propri colleghi e amici, ma sarà separato dal resto del mondo da uno schermo televisivo. La virtualità si sostituirà alla realtà concreta. Del resto, già oggi sperimentiamo quanto la complessità dei sistemi informatici richieda talmente grandi quantità di tempo e di attenzioni da rendere gli individui sempre meno disponibili nei confronti degli altri. Non solo, ma già da tempo la televisione ha allontanato gli uomini dalle strade del paese, dove si incontravano durante la passeggiata serale, sequestrandoli nelle proprie case.

Il lavoro specializzato non consente di esprimere le numerose componenti dell'uomo, i vari personaggi della sua anima, ma diventa lo strumento della sua disumanizzazione. L'insieme delle repressioni, o meglio della mancata espressione delle componenti naturali, crea un potenziale che è alla base di numerosi meccanismi di manipolazione nei quali i nostri stimoli naturali vengono deviati verso obiettivi artificiali, o meglio sistemici. Il nostro retaggio naturale viene pervertito verso forme degradate, utili solo al nostro controllo.

Lo zoo è una città per gli animali. Lo zoo è il trasferimento sul piano animale dell'organizzazione umana. Ma vale anche l'inverso, perché, se lo zoo è una prigione per gli animali, la città lo è per gli uomini. La costruzione delle case per avere sicurezza e protezione, ha avuto come conseguenza il nostro allontanamento dalla natura e l'isolamento sociale ed ora appartamenti belli e ben arredati costituiscono le nostre gabbie.

Più avanti vedremo come recuperare ed esprimere le nostre dimensioni naturali.


CELLULA SOCIALE
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La nostra società è stata paragonata ad un organismo biologico del quale gli uomini costituirebbero le cellule. A prima vista questo paragone non dice molto, ma da un'analisi un po' più approfondita si può ricavare qualcosa di interessante.

In biologia si distinguono i protozoi, organismi formati da una sola cellula, dai metazoi, organismi formati da numerose cellule. Se con un microscopio osserviamo una goccia d'acqua raccolta in uno stagno, vi scorgeremo facilmente piccolissimi esseri unicellulari tutti indaffarati a roteare o a nuotare veloci. Essi sono liberi di andare dove vogliono e, perfino per la lenta ameba, che ci appare come una masserella gelatinosa priva di una forma definita, non ci è possibile prevedere in quale direzione emetterà il prossimo pseudopodo. E' stupefacente notare come anche in una piccola cellula di un protozoo siano presenti tutte le funzioni di un organismo superiore, sebbene in forma più semplice. Le ciglia si muovono tutte insieme ordinatamente, oppure poche per volta, permettendo all'animaletto ora di nuotare, ora di camminare. La cellula possiede quindi un abbozzo di zampe e di sistema nervoso. C'è poi un'apertura che ha le funzioni di una bocca, ci sono vacuoli digerenti che alla fine riversano i rifiuti all'esterno, etc. Sappiamo bene che anche noi uomini deriviamo dall'evoluzione di microrganismi simili a questi.

K. Lorenz, nel suo libro "L'altra faccia dello specchio" (5) afferma che un organismo biologico è formato da una gerarchia di sistemi. Con la loro integrazione, quelli di ordine inferiore producono i sistemi di ordine superiore. A loro volta questi, con la loro integrazione, formano sistemi di ordine ancora superiore, e così via. In questo modo, integrando atomi otteniamo molecole, integrando molecole passiamo alle cellule, da queste ai tessuti, dai tessuti agli organi, fino all'essere completo. A loro volta gli individui possono essere considerati gli elementi del sistema sociale.

Tuttavia, l'integrazione delle parti ad un sistema non è del tutto indolore. Essa richiede una trasformazione degli elementi per adattarli al loro ruolo nel sistema. Infatti, perché un sistema possa funzionare, deve essere sicuro delle prestazioni degli elementi che lo compongono. Deve quindi subordinarli, e per fare questo deve eliminare la loro autonomia per non dovere subire iniziative impreviste. Per esempio, per il nostro organismo è importante che le cellule muscolari si muovano solo dietro comando delle terminazioni nervose: quale sarebbe l'efficienza del cuore se le sue fibre muscolari si muovessero ciascuna per conto proprio? E' chiaro quindi che le capacità che vanno oltre la prestazione richiesta, come la creatività e l'individualità, sono considerate dal sistema come dannose. E' per ragioni come queste che le cellule associate per formare l'organismo sono state semplificate.

Quindi, che cosa è successo ad una cellula del nostro corpo rispetto ai suoi cugini protozoi? Ha perduto le ciglia, la bocca, il suo primitivo sistema nervoso, etc. Ha perso tutto ciò che le conferiva autonomia e libertà. Essa si è specializzata a metabolizzare alcune sostanze. Riceve in cambio ossigeno e nutrimento, ma non è più libera di andare dove vuole e di fare quello che desidera. Ora è inserita in un tessuto, come una piastrella del pavimento. Ha perduto la propria primitiva completezza, indipendenza e creatività. In modo analogo, anche noi uomini, in qualità di elementi del sistema sociale, siamo stati semplificati. Il sistema ed i suoi elementi hanno punti di vista divergenti: il sistema vuole l'affidabilità delle parti che lo compongono, queste vogliono la loro completezza e libertà.

 

 

I sistemi di cui facciamo parte, per esempio quello produttivo e quello politico, non sopportano le nostre autonomia e iniziativa, per non parlare della nostra creatività. Quello che ci è richiesto dall'apparato è prima di tutto il rispetto delle regole ed l'affidabilità politica. E' solo all'interno di questo quadro che ci è concesso muoverci. La nostra semplificazione comincia con l'educazione in famiglia, prosegue con la scuola e con il lavoro specializzato, che si situa nell'ambito di una più vasta divisione del lavoro. La cultura completa l'asservimento attraverso la religione e l'ideologia.

Dunque, quelle che ci vengono richieste sono qualità che ci fanno pensare a regimi autoritari, mentre noi viviamo in una democrazia. Certamente in una dittatura questo tipo di organizzazione è più evidente, ma esiste anche nelle società di mercato. In queste, sono soprattutto le esigenze della concorrenza e la razionalità economica a imporre comportamenti coerenti nei confronti degli obiettivi dell'impresa. La razionalità economica rappresenta l'ideologia delle società di mercato. In base a questa razionalità, i singoli si comportano come piccole società finanziarie tese ad ottimizzare il profitto a scapito della propria vita privata e dei rapporti con gli amici ed i familiari.

Il progressivo organizzarsi degli uomini, dalle piccole tribù agli odierni stati continentali, ha visto l'uomo perdere la propria centralità. Ora egli non è più un fine in sé, ma un elemento modulare di organizzazioni nazionali, religiose, politiche e produttive. La grande scala con cui questo avviene non fa che esaltare i termini del problema. E' proprio questa scala che ha determinato l'esigenza della standardizzazione degli uomini. Essa è assicurata dal titolo di studio e permette l'intercambiabilità dei lavoratori. La parificazione dei titoli a livello europeo è ormai cosa compiuta. L'intercambiabilità delle parti è necessaria agli organismi sociali, i quali vogliono esistere indipendentemente dagli elementi che li compongono. Queste parti, siano esse risorse strumentali o umane, devono poter essere sostituite all'occorrenza. Per poter comprendere questa intercambiabilità nella sua giusta prospettiva, bisogna porla in rapporto alla condizione primitiva dell'uomo nella quale egli era importante in quanto individuo.

 

 

Si amavano i propri compagni e parenti in quanto erano loro e non potevano essere sostituiti con altri. Si amavano anche i luoghi perché erano quelli in cui si era vissuto e non altri. Al posto dell'intercambiabilità c'erano affetti. Questa situazione sopravvive all'interno della famiglia, ma ci si abitua a non amare un collega come amico, perché prima o poi verrà sostituito da un altro. Ci si abitua a vivere una vita da bulloni. La centralità perduta dall'uomo, è stata assunta dagli organismi sociali, siano essi imprese, partiti, religioni, etc. Fino ad ora, lo sviluppo della nostra specie è avvenuto con successivi arricchimenti. Per la prima volta, ci viene chiesto un impoverimento.

L'organizzazione degli uomini nel sistema produttivo e sociale comporta dunque una loro semplificazione. Una semplificazione del loro modo di essere e della loro esperienza di vita. Questa semplificazione, a causa della tensione fra la nostra ricchezza interiore e quello che ci è consentito di essere, provoca sofferenza. Normalmente il malessere dell'uomo contemporaneo viene attribuito a contorti meccanismi psicanalitici, mentre sarebbe da ricercarsi piuttosto nella negazione delle naturali forme di esistenza.


ETERONOMIA
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Ogni cellula del nostro organismo riceve segnali nervosi oppure ormonali che le trasmettono l'ordine di contrarsi oppure di secernere una particolare sostanza. Come fa il sistema sociale a gestire le proprie "cellule" secondo le proprie esigenze? Come al solito, per vedere meglio ciò che è vicino dobbiamo allontanarcene. Osservando le società primitive, ci rendiamo conto che il cacciatore-raccoglitore lavora solo per le persone che conosce. Con poche ore di impegno giornaliero, egli si procura da mangiare per sé e per gli altri componenti della sua tribù. Anche il contadino è autonomo dal momento che può vivere dei propri prodotti e non ha bisogno di niente altro.

Ma in questo modo in città che cosa si mangia? Perché fosse possibile avere società complesse è stato necessario inventare qualcosa per costringere i contadini a lavorare anche per gli altri. Lo stato di autosufficienza delle campagne è stato spezzato dall'imposizione di tasse, da pagare in denaro e non in natura. Il contadino era costretto a lavorare di più per poter vendere le eccedenze per ricavare i soldi per le tasse. Questa costituisce una prima rottura dell'equilibrio naturale.

Come seconda alterazione degli antichi equilibri, si possono considerare i bisogni indotti dai mezzi di comunicazione di massa in base ai quali la vita in una puzzolente città industriale diventa un miraggio. A questo punto, il contadino si trova stretto in mezzo ai propri pur vasti campi fioriti e sogna di andare in città a fare l'operaio per comperare gli specchietti e le perline.

Terza e successive alterazioni: la scuola abitua il bambino a vivere in modo "civile" e reprime la sua voglia di giocare. Il giovinotto deve studiare e non deve perdere tempo dietro alle ragazze. In una città non crescono frutti, quindi per mangiare bisogna lavorare. Per andare a lavorare ci vuole l'automobile. Per mettere su famiglia serve la casa, etc. Intervengono anche la propaganda politica e religiosa a indicare quello che si deve o che non si deve fare. In mancanza di queste, la pubblicità si incarica di coprire i vuoti più immediati. Come se tutto questo non bastasse, viene promossa una smania di affermazione per cui gli oggetti strumentali assumono valore di indicatori di stato sociale.

Spesso uno crede di poter risolvere i propri problemi facendo carriera, guadagnando di più, e si impegna a salire la scala sociale. In realtà non ne avrebbe bisogno. Potrebbe benissimo accontentarsi di quello che ha e andare in campagna appena può. Invece no: se si accontentasse sarebbe finita perché il meccanismo non girerebbe più. Allora "bisogna" che egli sia scontento. Ecco quindi che il suo cappotto, acquistato l'inverno prima, non è più di moda, la sua auto non è abbastanza potente, poi è uscito il nuovo modello. Egli si sente un pistola fin dentro al midollo e il lunedì fa le fusa al capo, lavora di più, fa gli straordinari, trova un secondo lavoro e ci dà sotto anche di notte e nei giorni di festa. Guadagna un sacco di soldi. Può comperare l'auto nuova e la pelliccia alla moglie. Può mandare i figli nella scuola più privata della città, dove vanno i più figli di tutti, ma non è ancora contento (e non deve esserlo mai). Allora va dallo psicanalista che lo convince che l'origine di tutti i suoi mali è molto, molto nascosta, per cui dovrà fare almeno 20 anni di analisi ancora più costose (sì, perché più sono costose, più curano!).

Invece il tapino aveva solo bisogno di una canna da pesca per andare con gli amici al fiume dove si sarebbe addormentato sotto un albero, mentre le mogli preparavano la salsiccia alla griglia, i cinnozzi facevano il bagno nell'acqua piena di barbe, e quelli più grandi (ma dove cazzo finiscono quelli che non si vedono mai?)... giocavano a dottore con sua figlia dietro ai cespugli di salice e le canne, insieme con i ranocchi.

Ma questa è roba rozza, da operai. Qui invece ci vuole la cultura! E dagli con la cultura! Studia e studia, il figlio intellettuale, con gli occhialini tondi e il pizzo, fa discorsi che non capisce nessuno e di notte compila liste di proscrizione. Poi bisogna essere informati. Allora guarda il telegiornale, ma è di parte, allora guardali tutti e poi ci vuole il giornale e poi bisogna sostenere attivamente il partito sennò è la fine! Guarda che cazzate che dice quello lì! Ma se vincono i nostri, allora sì, speriamo di fare almeno un gol! Dove sono le pasticche per l'ipertensione?

Il meccanismo generale è quello di creare un disequilibrio rispetto allo stato di natura. Questo scompenso crea un disagio al quale l'individuo cerca di rimediare. L'azione che nasce viene però deviata rispetto alla ricerca della naturale compensazione e diretta ad un altro scopo. Il caso tipico è quello di mostrare una bella ragazza nuda davanti ad un prodotto. La vista di quella bella ragazza, provoca uno scompenso. La nostra reazione volta a ripristinare l'equilibrio (fare l'amore) viene deviata verso obiettivi diversi da quelli naturali, quindi verso l'acquisto del prodotto, il quale ci illude di avere in qualche modo la modella.

Questa continua stimolazione dei nostri istinti e il dirottamento delle nostre risposte verso falsi obiettivi creano un costante stato di stress, divenuto ormai essenziale. L'isolamento sociale, affettivo e sessuale e più in generale l'inespressione del nostro animo, sono necessari al sistema proprio perché stanno alla base dei meccanismi che egli impiega per muovere gli elementi di cui è composto, cioè noi.


CULTURA URBANA
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La socializzazione dell'uomo ha anche importanti conseguenze culturali. Nel passaggio dalla condizione tribale o contadina a quella urbana, l'uomo ha sostituito una cultura con l'altra. Caratteristica di quest'ultima è di essere formata da ambiti isolati. L'elevato livello delle conoscenze specializzate, formali e sistemiche, contrasta con la scarsissima conoscenza di sé stesso e della propria condizione esistenziale.

L'agire dell'uomo primitivo e del contadino avevano dirette conseguenze su loro stessi e sulla sfera che li circondava immediatamente. Solo in modo marginale le loro azioni contribuivano a qualcosa che sfuggiva loro, come il progressivo costituirsi di organizzazioni politiche e l'estendersi dei confini nazionali. Oggi avviene il contrario: l'agire del cittadino ha un importante effetto, ma esterno alla sfera che egli controlla. Proprio della cultura urbana è dunque il carattere ignoto delle finalità delle azioni individuali e una difficoltà di comprensione del proprio agire pubblico. Questo avviene perché è il sistema che promuove e dirige l'agire dei singoli ed è ancora il sistema che integra il sapere e le azioni delle parti.

A questo punto si può avere l'impressione che l'uomo sia ormai divenuto preda di un "Grande Fratello" di orwelliana memoria. In realtà, occorre tener conto di altri fattori che intervengono a mitigare la situazione. Prima di tutto non bisogna pensare al "sistema" delle società moderne come a qualcosa di monolitico, dal momento che è composto da una pluralità di organizzazioni, in competizione fra di loro. Sappiamo come, da tale competizione possano derivare il mercato ed istituzioni democratiche. Il sistema non è un'entità autocratica essendo costituito da strutture politiche e istituzioni che cercano di produrre e di rinnovare la democrazia. Quello che bisogna fare è di imparare a vivere in queste mutate condizioni.

Effetto dell'organizzazione del sistema è anche una maggiore produttività che permette il sostentamento di una densità di popolazione altrimenti proibitiva. Fra le organizzazioni di questo famigerato sistema ci sono anche quelle giornalistiche, dell'educazione e della ricerca, il cui prodotto sono informazioni, analisi degli avvenimenti storici, economici, politici e sociali. E' attraverso queste notizie, prodotte quindi dallo stesso sistema, che il cittadino può recuperare parte di ciò che aveva perso individualmente sul piano conoscitivo e politico. Infatti egli può conoscere l'andamento dei parametri sociali e, a sua volta, può anche cercare di influenzare lo stesso sistema. In realtà, la capacità di comprendere le informazioni di questo tipo presuppone una base conoscitiva e un'indipendenza intellettuale, che di fatto sono prerogativa di poche persone.

L'uomo contemporaneo non vive più in società primitive, ma in società altamente complesse. Resta comunque inalterato il fatto che il sistema tende a formarlo come a lui serve ed a muoverlo secondo le sue esigenze. All'uomo sistemico è però fornita una cultura diversa rispetto a quella necessaria per l'uomo libero. Questo spiega perché le conoscenze di carattere professionale, economico, formale e operativo siano tanto più distribuite di quelle che potrebbero aiutarci a situarci esistenzialmente. L'uomo moderno deve raggiungere la capacità di comprendere la propria situazione e quello che gli succede intorno.


CONCLUSIONE
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In conclusione, il paragone biologico che ho tracciato in questo capitolo ci aiuta a vedere come l'uomo contemporaneo, nella sua subordinazione ai sistemi di cui fa parte, sia sottoposto ad un processo di semplificazione che vede la sua cultura ridotta alla specializzazione, la sua vasta natura costretta in un ruolo ripetitivo, la sua individualità sacrificata all'intercambiabilità, i suoi istinti dirottati a fini sistemici. Eccolo diventato ubbidiente cellula sociale, ben integrata nel sistema che la tiene prigioniera e dimentica di sé. Ma è affetto da turbe psicosomatiche che nessuno riesce a curare. Più avanti vedremo come difenderci dal condizionamento da parte del sistema.


IDEOLOGIA, UTOPIA, CULTURA
INTRODUZIONE
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In questo capitolo, ci occuperemo di importanti strumenti del condizionamento quali l'ideologia e l'utopia e dei loro rapporti con la cultura. Con l'ideologia, vedremo il condizionamento razionale estendersi a livello di massa. Con l'utopia, ci occuperemo dell'aspetto emotivo del condizionamento. In particolare, vedremo come con l'utopia si stabilisca un legame emotivo nei confronti di determinate tradizioni religiose o ideologiche. Vedremo anche come questo legame sia alla base di atteggiamenti fanatici. Esamineremo gli importanti legami fra le rappresentazioni del mondo e i sogni che esse promettono. Fino ad ora abbiamo esaminato il condizionamento a livello individuale, con l'ideologia vedremo il suo dispiegarsi a livello di massa. Entrano in scena le due forme più potenti del condizionamento sociale: l'ideologia e l'utopia, le protagoniste assolute della cultura e della storia del XX secolo, forze che hanno anche lanciato l'umanità in apocalittiche guerre e rivoluzioni.

La lettura di questo capitolo è importante anche per capire la natura e le dinamiche dei regimi totalitari e per poter difendere la cultura dalle ideologie. Molte culture e civiltà sono state spazzate via da ideologie o religioni. E' importante infine per renderci conto dell'incessante lotta tra le società aperte ed i totalitarismi. Nella prima parte, prenderemo in considerazione l'aspetto totalitario di queste formazioni culturali. Alla fine, cercheremo anche il modo di addomesticarle e di riportarle riformate nella società dove potranno finalmente offrire contributi positivi.

 

Per prima cosa affronteremo, seppure in modo succinto, i principali modi di concepire l'ideologia e l'utopia. Le seguiremo nella loro evoluzione fino a quando ci sono sfuggite di controllo. Vedremo i principali effetti di queste due formazioni culturali sul comportamento umano. Vedremo infine come sia possibile nonché necessario oltrepassare i vecchi modi di concepirle per poterle neutralizzare e per potere recuperare la sovranità di noi stessi.


UTOPIA E IDEOLOGIA, VECCHIE E NUOVE CONCEZIONI
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L'utopia e l'ideologia sono comparse molto presto nella storia, anche se si sono presentate sul piano teoretico solo molto tempo dopo. Queste due formazioni culturali sono infatti già chiaramente riconoscibili all'interno dell'antico pensiero mitico-religioso e perfino di quello filosofico. Il termine utopia fu però coniato soltanto nel 1516 da Thomas More a partire dai termini greci "ou" (non) e "topos" (luogo) e significava: "luogo che non esiste". Questo era il titolo che egli aveva dato ad una sua opera che descriveva uno Stato perfetto ed egualitario. Successivamente questo termine finì per designare idee o progetti nobili, ma irrealizzabili. A sua volta, il termine "ideologia" fu introdotto alla fine del 1700 da A. Destutt de Tracy per indicare la "scienza delle idee". Anche questo termine ha cambiato significato, assumendo quello di "sistema di idee".

Per Marx ed Engels, ideologia era invece l'insieme delle conoscenze di una persona o meglio di una classe. Per essi, il termine ideologia coincideva con quello di cultura ed affermarono la essenziale, anche se non totale, determinazione materiale della cultura. Da ciò derivarono che ogni classe possiederebbe una propria ideologia. Sostennero inoltre che l'ideologia della classe dominante tenderebbe a presentarsi come vera. Denunciarono quindi il carattere ideologico della cultura borghese, sostennero che quella proletaria sarebbe stata invece l'unica vera perché destinata alla società senza classi.

Queste affermazioni hanno avuto il merito di storicizzare la cultura in un momento in cui si tendeva a considerarla puro prodotto della cultura precedente e dello spirito, senza legami di rilievo con i processi di produzione. Esse sono risultate anche molto comode a quei regimi che le hanno utilizzate come legittimazione di un potere fondato sull'unica ideologia vera.

Ultimamente, taluni sociologi non hanno riconosciuto come valido il concetto puramente economico di classe e non hanno riconosciuto credibile la profezia messianica della società senza classi. Anzi, hanno visto anche nei regimi marxisti una rinnovata forma di asservimento. Fra questi, Karl Mannheim non era neppure d'accordo sul determinismo sostanzialmente univoco della cultura da parte dell'economia. Affermava l'esistenza di un condizionamento sociale della cultura, intendendo che in talune situazioni certi gruppi nasconderebbero lo stato reale della società a se stessi e agli altri in modo da conservare il loro potere.

Mannheim si trova d'accordo con Marx nel considerare l'ideologia come un'alterazione più o meno consapevole della realtà a fini di dominio, ma non è più d'accordo nel considerare quella marxista come scientifica e l'unica valida. Egli applica la critica marxista dell'ideologia allo stesso marxismo, mettendo in evidenza come anch'esso fosse un'ideologia come tante le altre, ma che non poteva rivolgere su di sé la medesima analisi senza far cadere la propria carica messianica, senza dover rinunciare alla propria promessa della fine delle ideologie e dello sfruttamento in una società senza classi. Infatti, se si immagina che un nuovo ceto possa impadronirsi dell'ideologia marxista ed utilizzarla a sua volta a fini di dominio, la prospettiva della società senza classi verrebbe immediatamente a perdere ogni plausibilità. Che questa non fosse soltanto un'ipotesi l'hanno dimostrato gli stessi regimi comunisti, con le loro Nomenclature.

Mannheim distingue tra ideologia ed utopia, intendendo la prima come una verità socialmente distorta a fini di classe e di conservazione, e la seconda come un insieme di affermazioni volto a distruggere l'ordine esistente e a crearne uno nuovo. Egli assegna quindi all'ideologia una funzione conservatrice e all'utopia una funzione rivoluzionaria.

Questa concezione ha la capacità di migliorare la comprensione di molti eventi storici, soggetti alla tensione fra conservazione e rinnovamento. Possiede tuttavia il difetto di porre in una luce sempre positiva l'utopia e finisce in un circolo vizioso rappresentato dalle utopie che, una volta preso il potere, si tramutano in ideologie. In questo modo si costituisce un processo rivoluzionario/repressivo dal quale Mannheim non è in grado di indicare una via d'uscita. Inoltre tale processo non è in accordo con la storia, che dimostra come anche da eventi rivoluzionari possono nascere delle democrazie disincantate.

Date le definizioni di Mannheim, ci si aspetterebbe comunque un continuo progresso da un regime ad uno migliore, cosa che invece è raramente avvenuta. Più spesso, infatti, il nuovo regime si rivela peggiore del precedente, più chiuso e meno disposto a lasciarsi modificare, un regime tanto perfetto quanto obbligatorio e indiscutibile. Si pensi al passaggio dalla repubblica di Weimar al regime nazista, a molti dei regimi prodotti dalle rivoluzioni marxiste e, più recentemente, al regime iraniano degli ayatollah che ha sostituito quello dello Shah. Questo irrigidirsi delle forme istituzionali avviene anche a causa della forza del controllo sociale che l'utopia e l'ideologia consegnano ai leader e che permette al nuovo regime di fare a meno di istituzioni rappresentative e democratiche. I movimenti politici gestiti con strumenti massificanti come questi, hanno come naturale conseguenza istituzioni autoritarie. Date tali premesse, non ci si deve meravigliare se il processo rivoluzionario sarà solo apparentemente liberatorio, mentre riprodurrà l'asservimento nel tempo, limitandosi a sostituire un potere con l'altro, spesso peggiore del precedente.

Le concezioni di Marx e di Mannheim al riguardo dell'ideologia e dell'utopia sono molto comprensive. Inglobano senza distinzioni qualsiasi idea o conoscenza anche contrapposte in un'unica ideologia solo perché possedute dai membri di una medesima classe. Confondono cultura e ideologia. Non si interessano del valore di verità delle idee, rendendo impossibile interrogarci sui rapporti obiettivi-mezzi e sulle dinamiche delle scelte politiche individuali. Legittimano invece la sola scelta possibile, quella conseguente all'appartenenza di classe. Legittimano gli ideologi di partito nel farsi interpreti del pensiero di una intera classe. Rendono inefficace l'analisi delle dinamiche culturali che sono alla base degli eventi storici. Soprattutto rendono impossibile denunciarne le funzioni massificatrici.

E' invece importante analizzare più in dettaglio queste formazioni culturali per trarne gli strumenti necessari alla loro comprensione e per affrancarci dalla loro pelosa tutela. E' necessario correggere il modo di intendere questi termini per estendere la nostra capacità di analisi storica, per poterci liberare dai condizionamenti sociali e permettere di organizzare meglio la lotta politica per il progresso sociale. Allora, d'accordo che la cultura sia in buona parte determinata dalle condizioni di produzione, ma lo è anche dal pensiero precedente. Non si spiegherebbe altrimenti la millenaria vitalità delle religioni, la loro ramificazione in confessioni e sette differenti. Non si spiegherebbe neppure il progredire del pensiero filosofico e della tecnologia, quindi il carattere cumulativo del pensiero umano. D'accordo che gli appartenenti ad una classe condividano molte idee, ma non si può per questo raggruppare tutto in una ideologia. Possiamo parlare di cultura contadina, cultura operaia, cultura borghese, cultura dei boscimani, ma non di ideologia contadina, etc.

A questo punto, diventa necessario distinguere fra cultura e ideologia, intendendo quest'ultima come una delle componenti della cultura. All'interno di una cultura distinguiamo idee, ricordi, teorie, conoscenze, valori, miti, ma anche ideologie e utopie. Queste ultime sono dunque da considerarsi speciali formazioni culturali dotate di precisi caratteri distintivi. Sono d'accordo che la cultura della classe al potere, quindi le sue idee, valori e miti tendono ad esercitare una egemonia sulle classi subalterne. Sono d'accordo che a questa si contrappongono altri interessi e miti organizzati in movimenti politici. Si può perfino nominare determinati aspetti di queste culture ideologia ed utopia, ma tutto questo avviene all'interno di più vaste scene culturali.

Quanto viene detto in questo modo, non nega totalmente le affermazioni degli autori che ho richiamato, ma le porta all'interno di un quadro più articolato. Isola l'ideologia e l'utopia come elementi aberranti della cultura e, nello stesso tempo, libera le altre componenti che si rendono disponibili per un affinamento dell'analisi dei fenomeni storici.

Proseguiamo dunque questo cammino modificando il modo di intendere l'utopia e l'ideologia rispetto a Marx e Mannheim. A tale fine, non consideriamo più l'utopia come un'ideologia rivoluzionaria, ma come ciò che infonde vita all'ideologia. Quindi, mentre assegneremo le funzioni razionali e di spiegazione del mondo all'ideologia, assegneremo all'utopia la funzione motivazionale. Definiamo dunque l'utopia l'anima dell'ideologia. La scoperta di questo legame ci indica una via nuova per esaminare il ruolo delle componenti emotive nel processo di formazione delle opinioni.

Infine, dato il loro ruolo e la loro dinamica all'interno delle culture, non possiamo più considerare l'utopia e l'ideologia al pari delle altre componenti della cultura, ma come degli autentici parassiti culturali che sottraggono energie alle culture in cui operano per rafforzarsi politicamente, fino a dominarle.

 

 

La distinzione dei ruoli motivazionale e razionale sottolinea il rapporto subordinativo intercorrente fra l'utopia e l'ideologia. Come vedremo, questa distinzione è essenziale per una migliore comprensione di molti fenomeni sociali. Di questo rapporto subordinativo non ci sarebbe da meravigliarsi perché, in ultima analisi, le nostre proposte di azione, i nostri programmi, etc. provengono dall'irrazionale. E' il tipo di subordinazione che si viene a determinare ad essere degno della massima attenzione. Infatti, normalmente, la ragione svolge una funzione di supervisione delle proposte che provengono dal nostro animo. In presenza dell'utopia, invece, le cose vanno diversamente. L'utopia non si limita a indicare la soluzione di un problema, ma promette la soddisfazione di tutti i bisogni e speranze, la cura di tutti i mali, la soluzione di tutti i problemi.  L'utopia non è un progetto come un altro, è una promessa talmente seducente che la ragione ne resta totalmente soggiogata.

Il paradiso, la società senza classi e gli altri sogni come questi promettono semplicemente tutto. Per questo motivo, normalmente l'utopia è profondamente amata. Essa è amata al punto da instaurare spesso una sorta di incantesimo, un innamoramento. La valenza emotiva dell'utopia è dunque così forte che la ragione non è più in grado di mantenere le distanze con l'utopia, ma ne viene travolta. Essa non svolge più alcuna funzione di controllo, ma al contrario assume funzioni apologetiche e strumentali. Di qui la parzialità nel giudizio storico, la visione manichea del mondo, la dipendenza dei giudizi morale ed estetico, il fanatismo.

L'utopia e l'ideologia agiscono come dei potenti magneti attirando verso di loro migliaia di persone in un processo che in mancanza di adeguate misure tende a crescere rapidamente.

 

 

Una volta soggiogata, la ragione non svolge più la sua funzione di controllo, ma rimuove ogni critica all'utopia, enfatizza i dati favorevoli, porta conferma alle proprie convinzioni e pregiudizi, al proprio presunto interesse, a ciò cui fa comodo credere. In presenza dell'utopia, le opinioni non si formano più in base ad un'osservazione critica e disincantata della realtà, ma in base ad un sogno... Il marinaio che ascolta il canto delle sirene, ne rimane soggiogato, si tuffa in mare e si perde tra i flutti.

L'ideologia con la sua chiave di spiegazione universale e l'utopia con il suo incantesimo imprigionano le loro vittime in una morsa. Spesso la comunicazione con loro non è più possibile. Non è possibile rompere questa prigione per mezzo di argomentazioni razionali. Prima bisogna sconfiggere l'utopia, ma non è un'impresa facile perché essa è amata dalle sue vittime. E' solo dalla rottura dell'incantesimo che si può ottenere la liberazione dei prigionieri.

Gli avvenimenti più importanti capitano al di fuori del nostro orizzonte immediato. Le informazioni che ci giungono sono quindi mediate e spesso anche alterate (a tale proposito si parla di giornalismo militante o di giornalismo dimezzato). Qui rientra quanto detto a proposito della difficoltà di giudicare notizie specialistiche e della necessità avvertita da molti di trovare una chiave di spiegazione universale. Come abbiamo detto, spesso questa chiave viene individuata in un'ideologia. A questo punto, di fronte a descrizioni discordanti, gli ascoltatori si affidano alle fonti di informazione di parte e di conseguenza scelgono la verità di parte. Questa scelta non è puramente razionale, ma vi partecipa anche la stessa utopia con il suo carico di emozioni.

 

 

L'ideologia interpreta il mondo in un modo arbitrario, mentre l'utopia la stabilizza emotivamente. Ora è più evidente il carattere anche emotivo di questa scelta di paradigma. Sono meglio intuibili le conseguenze sul piano epistemologico dell'aver scelto una scienza visionaria. L'ideologia e l'utopia deviano la ragione dalla obiettiva comprensione del mondo, confondono i termini delle scelte. I giudizi morale, estetico e pragmatico sono funzione loro e ciò che è visto favorevole ad esse viene considerato buono, bello, utile e viene amato.

In molti casi dunque, non è l'osservazione spassionata della realtà che determina la rappresentazione del mondo, ma è la scelta di una presunta Verità, da usare come chiave di spiegazione universale, sostenuta da una prospettiva utopica. Questo può spiegare perché in presenza dell'ideologia i fatti non servano più a nulla. Marco Travaglio, famoso giornalista italiano ha pubblicato un libro il cui titolo fotografa molto bene il destino dei fatti nel quotidiano scontro ideologico a cui si è ridotto il confronto politico: "La scomparsa dei fatti. Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni".

In base a questi condizionamenti del giudizio, si sono determinate aggregazioni sociali e politiche basate sulla condivisione degli stessi valori, ma si sono determinate anche molte divisioni sul piano umano nei luoghi di lavoro e di residenza. Queste divisioni ideologiche si sono sommate a quelle urbanistiche, di sesso, di età e di altro tipo, contribuendo a generare un quadro sociale molto frazionato, di isolamento e di solitudine. Le relazioni umane hanno risentito pesantemente dei meccanismi massificanti politici e sistemici. Esperienza dei giorni successivi alla caduta della cortina di ferro e della relativa utopia è stato il riavvicinamento tra persone fino a poco tempo prima politicamente distanti. Per chi ha inutilmente combattuto per anni queste assurde divisioni politiche, cercando di fare prevalere il rapporto umano, è un sollievo. Resta un po' di amaro in bocca per l'inutilità degli sforzi spesi in questo senso contro forze tanto grandi, fino al giorno in cui esse non hanno spontaneamente deciso di dissolversi.


L'IDEOLOGIA E LE ALTRE FORME DI PENSIERO
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Diamo un’occhiata ora all’origine delle principali forme di conoscenza, con particolare riferimento all’ideologia.

Fin dai tempi più antichi, l'uomo ha cercato di comprendere il mondo in cui vive e ciò risponde alla necessità di diminuire il disagio verso ciò che non è conosciuto, di trovare il senso della propria esistenza, di conoscere il proprio destino una volta morti, etc. Dalle prime meditazioni derivarono spiegazioni nelle quali si trovavano intrecciati elementi storici e fantasiosi, razionali e irrazionali, naturali e sovrannaturali. E' stato dato a questi racconti il nome di miti. Tutto questo ha costituito una formidabile opera di razionalizzazione con la quale i nostri avi hanno cercato di rendere comprensibile ciò che altrimenti era misterioso, umano ciò che era mostruoso. Queste spiegazioni tradizionali fornirono immagini del mondo rassicuranti, dove ogni cosa possedeva un senso preciso e tutto era pervaso dalla bontà divina. Ogni manufatto, dall'anfora alla colonna di un palazzo, riportavano queste immagini mitiche. Con il tempo, dal mito si è separata la religione, che si è riferita prevalentemente all'elemento divino. Lo sviluppo dei commerci e della tecnologia, che ha accompagnato i nostri antenati all'epoca storica, portò loro nuovi interrogativi e nuove esigenze di conoscere meglio la natura.

 

Molti degli antichi pensatori greci erano consapevoli del carattere fantasioso dei propri miti. Mossi anche da problemi concreti, cercarono di conoscere meglio la natura allo scopo di poterla utilizzare più efficacemente. Da questa riflessione razionale e sistematica nacque la filosofia. Essa cercava di cogliere, tramite la speculazione razionale, la natura delle cose, in modo tale da poter dedurre da questa le loro proprietà e comportamento.

 

 

I greci antichi pensavano che esistesse una ragione universale che permeava l'intero universo e alla quale fossero sottoposti non solo gli oggetti inanimati, ma anche gli esseri viventi, gli uomini e perfino gli stessi dèi. Essi pensavano che anche la ragione umana facesse parte di questa ragione universale e che ne condividesse le leggi. In virtù di questa coincidenza, i greci erano convinti che fosse possibile capire come funziona il mondo per mezzo della sola ragione. Essi quindi si sforzavano di trovare il principio primo di tutte le cose (arché), la legge fondamentale che governava il mondo e dalla quale sarebbe stato possibile derivare le proprietà ed il comportamento di tutte le cose. I primi filosofi credettero di aver trovato questo principio ora nell'acqua, ora nell'aria, ora nel caos, etc. Per gli antichi greci, la scienza coincideva quindi con l'indagine della natura compiuta per mezzo della ragione.

Nonostante queste premesse, i greci non caddero nell'errore dell'ideologia. Forse questo fu dovuto al carattere pubblico e aperto della filosofia e alla presenza di numerosi pensatori che discutevano le teorie esistenti e ne proponevano incessantemente delle nuove.

 

Molti secoli dopo, con Galileo, la scienza venne arricchita dal metodo sperimentale. Questo scienziato riconobbe l'importanza di studiare la realtà per mezzo di esperimenti e non soltanto attraverso delle speculazioni. Occorreva dunque compiere degli esperimenti pratici nei quali poter isolare i fattori dagli elementi che perturbavano il fenomeno e prendere delle misure. Fino ai tempi di Galileo, gli studiosi facevano riferimento ai testi antichi ai quali riconoscevano un'autorità indiscutibile. Spesso, essi cadevano in discussioni infinite, fino a quando non si resero conto che per stabilire come stavano le cose bisognava ricorrere ad esperimenti o ad osservazioni dirette della natura. La scienza moderna, arricchita del metodo sperimentale, si è rivelata un potentissimo strumento di indagine ed ha contribuito in modo determinante al progresso dell'umanità. Tuttavia, questa importante acquisizione del pensiero umano non è riuscita ad impedire agli uomini di continuare a cercare scorciatoie per spiegare il mondo.

Nel corso dei secoli, sono state concepite innumerevoli idee, ipotesi e teorie che hanno cercato di spiegare gli eventi naturali, il comportamento umano, etc. Alcune di queste idee hanno subito un processo che le hanno trasformate in ideologie. Un’ideologia può nascere da una semplice legge economica, un semplice principio fisico, filosofico o religioso. Sulla sua base, possono nascere associazioni, movimenti e partiti che si occupano di attività benefiche. Può succedere che il principio su cui si basano venga utilizzato anche al di fuori del proprio campo di competenza per spiegare i fenomeni naturali, per valutare gli eventi storici, per interpretare il mondo, per distinguere il bene dal male, per definire il fine della vita, etc. Questo allargamento delle competenze dell’organizzazione la rafforza e ne promuove ulteriori sviluppi. Presto, essa non si accontenterà più di controllare la sfera privata dei propri adepti, ma vorrà regolare anche quella pubblica, quindi entra in politica e mira al controllo dello Stato. Quando queste organizzazioni cominciano a darsi degli obiettivi politici e a strumentalizzare i propri adepti per rafforzarsi politicamente, assumono anche le tipiche caratteristiche delle ideologie. Infatti, con il termine di ideologia si intende un sistema che opera attivamente nel campo politico.

 

Le organizzazioni ideologiche in via di rafforzamento non si accontentano di essere quello che sono e, proprio per la loro natura, tendono ad espandersi ed a radicalizzarsi. Con il passo successivo, la vita degli individui viene rigidamente definita e sottomessa alle autorità. La distinzione tra le sfere privata e pubblica viene cancellata. Alla fine di questo processo, le ideologie diventano anche politicamente aggressive e tendenzialmente imperialistiche. A questo punto sono diventate degli autentici totalitarismi.

Nel corso degli ultimi 170 anni, si sono costituite le principali ideologie che hanno poi dato i loro frutti nel XX secolo in termini di regimi totalitari e di guerre sanguinose. Queste ideologie si sono basate su di una o poche idee elevate al livello di verità metafisica, di certezza assoluta. Esempi di queste idee sono il materialismo storico e la lotta di classe, il nazionalismo fascista, la teoria della razza superiore, il culto della personalità, l'esistenza di un Dio onnipotente.

Il vantaggio delle ideologie e delle religioni è enorme: infatti con una sola e semplice idea si può spiegare l'intero universo, capire il significato di tutto ciò che accade, etc. Purtroppo, queste interpretazioni restano tali ed hanno poco o nulla a che vedere con ciò che avviene realmente.

Su queste premesse teoriche sono stati costituiti dei sistemi di descrizione del mondo che non sono basati su di una conoscenza oggettiva della realtà, ma su di una interpretazione della stessa. Essi infondono alla realtà significati che non le appartengono. La conseguenza è che i seguaci di un'ideologia finiscono per essere tagliati fuori dalla comprensione della realtà e ridotti a militanti.

Nessuna ideologia è mai riuscita a dimostrare la verità universale dei propri principi di base. Analogamente, nessuna religione è mai riuscita a dimostrare l'esistenza delle divinità o che le "sacre scritture" siano state effettivamente rivelate dagli dèi. D'altra parte, questa dimostrazione non è necessaria ai regimi autoritari, i quali impongono determinati principi come verità obbligatorie ed indiscutibili. Chiunque cerchi di criticare queste verità rischia la vita. Non occorre neppure che il principio di fondo sia una verità metafisica, basta che il regime lo renda obbligatorio e tutti quanti dovranno seguirlo e rispettarlo, pena la morte. Per esempio, il culto della personalità proprio di certe dittature, non è certo un principio metafisico, ma un regime dittatoriale è in grado di farlo diventare qualcosa di molto simile e questo basta.

L'ideologia è anche un fenomeno linguistico, infatti con il linguaggio è possibile esprimere idee e comunicarle ad altri. Si può trattare di un proverbio, una favola, una barzelletta, un'invenzione, etc. Una volta uscita dalla mente di chi l'ha formulata per primo, un'idea va per conto proprio. Si riproduce e si diffonde passando di mente in mente. Si confronta con altre idee, viene modificata ed evolve. Nascono idee generali che integrano quelle più semplici in sistemi più grandi.

Quindi, le idee, pur essendo prodotte dagli uomini, acquistano una propria autonomia e vivono in qualche modo di una vita propria. Con il passare del tempo, alcune idee hanno subito una sorta di evoluzione che le ha portate a diventare un sistema di pensiero, la maggior parte delle idee invece si è fermata molto prima, forse perché inadatta a questo compito. Non tutti i sistemi di pensiero sono ideologie, ma possono essere anche scuole filosofiche, discipline scientifiche, etc. Ciò che differenzia un gruppo dall'altro è la loro apertura nei confronti degli altri sistemi, l'accettazione delle critiche e la loro capacità di modificarsi, quindi il carattere autoritario del primo e quello libero del secondo.

Spesso la gente resta affascinata e posseduta dalla suggestione creata dai grandi sistemi di pensiero. Come abbiamo visto, ciò non manca di ripercuotersi sul comportamento degli individui e sulla storia. Le varie religioni sono un esempio di questo millenario evolvere delle idee. Molti dei conflitti che si sono combattuti testimoniano dell'evoluzione delle credenze religiose e dell'autonomia che hanno raggiunto rispetto agli uomini.

A causa dell'autonomia dei grandi sistemi di pensiero e della pratica impossibilità di cambiarli da parte dei singoli, l'adesione ad un'ideologia corrisponde ad una cessione della propria sovranità ai suoi leader. Infatti, il novizio farà propria la visione del mondo ideologica, riconoscerà valide le notizie che gli giungeranno dalle fonti autorizzate, si darà un ruolo conforme alle finalità generali dell'organizzazione. Lo stesso discorso è valido per le religioni, per cui con l'adesione ad una religione il soggetto cede la propria sovranità al clero di quella confessione e si subordina intellettualmente e politicamente ai suoi disegni. Per molti individui, quel momento segna un passo importante nella propria vita, una trasformazione del proprio modo di essere, di vedere le cose e di vivere. Con l'abbigliamento che indossano spontaneamente, molte persone mostrano chiaramente la propria sudditanza intellettuale nei confronti di religioni o di movimenti politici. Da cittadini più o meno disorientati, verranno trasformati in militanti spesso fanatici. Man mano passa il tempo, la loro nuova identità si rafforzerà e la riconversione a cittadini normali sarà sempre più difficile.

Come tutte le idee, anche le ideologie, le religioni e le utopie si trasmettono da una persona all'altra, come una malattia infettiva, con la differenza che in un caso il vettore dell'infezione sono microrganismi, nell'altro la parola. Da questo punto di vista, ci sono idee più virulente di altre, dotate dunque di maggiore capacità di suggestione e di diffusione e spesso queste idee sono anche le più elementari e le più stupide. Infatti, per una fondamentale legge della propaganda, le idee capaci di diffondersi più rapidamente non sono quelle più complesse, ma proprio quelle più semplici, schematiche e rozze. L'ideologia ha assunto dunque le caratteristiche di un vero e proprio parassita culturale, un tarlo che scava gallerie nel cervello e che cerca di riprodursi e di diffondersi il più possibile inducendo idonei comportamenti nelle proprie vittime.

Non bisogna pensare che tutte le idee debbano finire per diventare delle ideologie. Per fortuna questo capita raramente, ma basta anche solo un’ideologia per causare danni immensi. Per fortuna, la lunga elaborazione delle idee umane non ha prodotto solo sistemi di pensiero chiusi, ma anche sistemi di pensiero liberi e aperti come la filosofia, la scienza, l’arte e la letteratura. Spesso, si è assistito ad uno scontro fra sistemi aperti e sistemi chiusi. Nonostante la loro apparente forza ed aggressività, i sistemi chiusi sono più fragili di quelli aperti, la cui maggiore complessità e capacità di correggere gli errori ne fa dei sistemi di pensiero più flessibili e longevi.

Le religioni, specialmente quelle monoteiste hanno conosciuto periodi alterni di irrigidimento dottrinale e di liberalismo. Anche il cristianesimo ha nutrito aspirazioni universalistiche. Quando è penetrato in Occidente, si è posto come un paradigma assolutamente alternativo a quelli locali ed ha fatto di tutto per cancellarli. Ha arrestato l'elaborazione delle civiltà classiche, definite spregevolmente pagane. Il rinascimento si è ribellato al controllo di questa religione e si è ricollegato alle antiche radici, più autentiche. Oggi, i paesi occidentali non si basano soltanto sul cristianesimo, ma si sono ricollegati alle antiche culture greca e latina. Solo negli ultimi secoli questa religione ha perso buona parte del proprio integralismo ed ha accettato di convivere con punti di vista diversi, finendo per costituire una componente di un sistema pluralistico. Una componente importante, ma non più esclusiva.

Queste osservazioni ci fanno anche capire quanto sia inutile entrare nel merito dei diversi sistemi per stabilire quale sia più "vero" dell'altro. E' invece assai più produttivo osservare quali siano i loro meccanismi comuni di funzionamento, quindi di mantenimento, di proselitismo e di competizione con gli altri sistemi. Risulta inoltre importante prendere in considerazione le loro conseguenze sulle società e sui singoli. Dalla condizione subordinata, possiamo ora portarci ad una posizione sovraordinata, una posizione che ci permette di osservare i sistemi di pensiero dall'alto.
Una analisi e riflessione sui diversi elementi e sulle diverse forme di cultura si può definire metacultura. L'esame del comportamento umano da una prospettiva metaculturale è cosa ben diversa dalla condizione di chi è emotivamente coinvolto in uno questi sistemi e combatte da fanatico contro tutti gli altri.

Un pericolo di involuzione totalitaria sta anche in una concezione troppo rigida del liberalismo economico. Il neoliberismo è il terreno sul quale prosperano imprese multinazionali tanto potenti da essere in grado di condizionare il governo di paesi fra i più importanti del pianeta, con possibili drammatiche conseguenze sui piani sociale, ambientale ed anche per la stessa democrazia.

L’ideologia si nasconde anche nelle società di mercato quando l'economia prevale su tutti gli altri aspetti sociali ed individuali ed il profitto è elevato a principio metafisico di fatto, operante a tutti i livelli ed al quale si ispirano banchieri, ministri, imprenditori, famiglie ed individui. Da questa situazione, possono derivare un Liberalismo Selvaggio nel quale i grandi soggetti economici vengono lasciati liberi di operare senza freni oppure un Liberalismo Temperato oppure ancora un Liberalismo Solidaristico. Passando da una forma di liberalismo all'altra, si va verso una maggiore apertura della società. Il tipo di liberalismo che si afferma dipende dalle condizioni economiche del paese, dal prevalere dei valori individualistici o di solidarietà e dal rapporto di forze fra i partiti di destra e quelli di sinistra. In queste società, il profitto non è per fortuna un valore obbligatorio e per questo motivo esse non sono totalitarie, ma solo molto pervasive.

A seconda del tipo di liberalismo, gli uomini potranno vedere più o meno negata/permessa la loro umanità e perfino la loro libertà di fatto, nel senso che ad una maggiore libertà dei grandi operatori economici corrisponde normalmente una minore libertà della gente comune. Quindi, attenzione a non considerare ideologie solo quelle degli altri. Cerchiamo invece di analizzare come e quanto questa ideologia basata sul profitto pervada la nostra vita di membri di società di mercato e di occidentali. Cerchiamo inoltre di recuperare la nostra autonomia di pensiero e la nostra umanità. Quindi, non è che in Occidente abbiamo risolto tutti i problemi, ma dobbiamo combattere incessantemente contro le forze che si oppongono alla libertà e alla democrazia.


L'UTOPIA, MIRAGGIO ED INCANTESIMO
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Come l'ideologia, anche l'utopia è il frutto di una elaborazione storica. La sua origine può essere individuata nei semplici desideri e bisogni umani. Però l'uomo non ha sempre saputo distinguere fra fantasia e realtà e accanto ai progetti per migliorare una determinata produzione ha coltivato anche prospettive fantastiche. Con i vari paradisi e società perfette, queste elaborazioni sono giunte a livelli elevati di organizzazione divenendo sempre più appetibili, ma anche sempre più irrealizzabili.

Siamo abituati a considerare i movimenti messianici e salvifici come esclusivi delle società sottosviluppate, e ci sorprenderemmo se qualcuno ci dicesse di averli riscontrati anche in quelle industrializzate. Eppure, esse sono ben presenti nelle società tecnologicamente avanzate e in tutti i ceti sociali dove assumono vesti adeguate al diverso livello culturale. Questi fenomeni possono nascere anche fra gli intellettuali delle classi più elevate, che non sono esenti da forme di malessere e di insoddisfazione. Si propagano poi negli strati più sfortunati della società specialmente in seguito a crisi economiche.

Oltre che da misere condizioni di vita, l'attesa messianica può essere favorita da una rappresentazione peggiorativa della realtà. A questo punto, se ad una persona convinta di essere priva di prospettive vengono mostrate vie d'uscita quali la vita eterna o la società perfetta o una grande avventura di conquista, è facile ottenere la sua adesione entusiastica. Il paradiso è una prospettiva di grande fascino, in grado di controbilanciare tutte le ingiustizie e le insoddisfazioni di questa vita. La società perfetta rappresenta l'unica via possibile di riscatto sociale delle classi inferiori delle società industrializzate. Per via delle speranze che in essa vengono riposte, l'utopia può generare una vera e propria opera di seduzione. Normalmente, ogni ideologia porta con sé una propria utopia la cui funzione è quella di legare emotivamente gli adepti all’ideologia e di subordinarne la ragione.

Essendo l'utopia di natura culturale, i primi ad esserne travolti sono proprio i ceti più esposti all'informazione. Non a caso, molti dei leader e dei militanti delle organizzazioni rivoluzionarie erano colti, intelligenti e benestanti. Durante la rivoluzione sovietica, essi lavorarono attivamente in direzioni contrarie ai propri interessi di classe. A sua volta, il nazismo non rimase limitato agli ex-combattenti delusi della prima guerra mondiale e ai disoccupati, ma si estese rapidamente alle classi più colte e ricche della Germania. Anche i più recenti movimenti antiautoritari del '68, la cultura della droga, il terrorismo, sono nati all'interno degli ambienti intellettuali. Lo stesso discorso vale per i leader di Al Qaida, che sono persone istruite e ricchissime. La vulnerabilità delle classi colte può essere spiegata con la natura culturale degli "agenti infettivi" e con la posizione di prima linea tenuta da professori, studenti, giornalisti, studiosi e quindi dagli intellettuali in genere nei confronti dell'informazione. Le nuove prospettive vengono accolte con entusiasmo in tutti i ceti sociali dove ci sono sempre persone che per qualche motivo si sentono strette nella loro realtà. Tuttavia, il contagio si propaga agli strati inferiori in forme schematizzate e spesso rozze.

I seguaci dell'utopia ne organizzano la diffusione e la riproduzione, trasmettendola alle nuove generazioni con la parola, oppure con scuole religiose o di partito. In questo modo, anche l'utopia acquista una sorta di vita autonoma che le permette a volte di durare per secoli.

Come avete potuto notare, non solo le idee sono capaci di replicarsi passando da una persona all'altra, ma anche le tecniche, le lingue, le canzoni, i valori, le fiabe, le leggende metropolitane, i miti e ovviamente le ideologie, le religioni e le utopie. La stessa capacità di replicarsi ce l'hanno i virus, i microbi, i geni, le cellule, le piante, gli animali: più in generale tutti gli esseri viventi. Tutte queste entità capaci di replicarsi sono state chiamate memi ed esiste una disciplina, la memetica che ne studia la riproduzione, la diffusione, l'evoluzione ed i rapporti reciproci. A proposito dell'uomo, sono stati anche distinti un hardware e un software. Entrambi memi, ma la stessa terminologia adottata per distinguerli richiama il rapporto di subordinazione della "macchina" dai programmi. Ecco, ancora una volta rintracciato il rapporto di subordinazione degli uomini (HW) dai sistemi di pensiero (SW) ai quali si sono affidati per comprendere il mondo. Dopo i film di fantascienza, tutto ciò che è in grado di replicarsi è chiamato anche replicante. La sfida, oggi, è quella di sradicare i replicanti dalla mente di tanti fanatici. Karl Popper diceva che "L'intelligenza è utile per la sopravvivenza se ci permette di estinguere una cattiva idea prima che la cattiva idea estingua noi". La memetica ci offre l'occasione di decondizionarci e quindi di recuperare la nostra libertà per mezzo della presa di coscienza della capacità dei sistemi di pensiero di manipolarci.


MITO E METAFISICA NELLE SOCIETA' INDUSTRIALIZZATE
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E' opinione diffusa che il mito e la metafisica non abbiano più spazio nelle odierne società industrializzate. Consideriamo infatti il mito come una primitiva forma di spiegazione del mondo. Esso era costituito da racconti nei quali gli elementi storico, fantastico e razionale erano intimamente mescolati. Oggi, nelle società che vedono il trionfo del pensiero scientifico, poche persone prenderebbero sul serio dei racconti. Almeno, questo è quanto comunemente si crede.

Gli antichi greci compirono un grande progresso quando, convinti dell'intima razionalità di tutte le cose, abbandonarono le spiegazioni mitiche nel tentativo di rendere conto della realtà con la ragione. Gli eventi della natura non venivano più spiegati con un capriccioso intervento divino, ma in base ad un elegante principio astratto. Purtroppo anche la metafisica ha perso molto del proprio smalto e ha dovuto cedere il passo agli assai meno nobili metodi sperimentali. Non è che non si creda più che il mondo sia permeato da una razionalità; si crede infatti in leggi fisiche universali esprimibili matematicamente; non si crede più che la ragione possa arrivare a scoprirle per pura speculazione, ma che siano anche necessarie l'osservazione e la sperimentazione.

Chi ha studiato le società "primitive" ha anche sentito parlare dei movimenti salvifici e dei millenarismi (si vedano le opere di Ernesto De Martino). Gli antropologi che si recavano tanto lontano da casa, forse non sospettavano che avrebbero potuto studiare gli stessi fenomeni anche nel proprio quartiere. I lettori delle opere di questi studiosi hanno spesso guardato con commiserazione quelle povere ed innocenti società, preda di ridicole credenze e superstizioni.

Oggi, i profeti non riscuotono più grande interesse, il Padre Eterno non ci detta più comandamenti. Non può neppure assumere le sembianze di un cespuglio che brucia, che subito arrivano i pompieri a spegnerlo miseramente. Non può nemmeno azzardarsi a fare un miracolo che lo sottopongono a speciali, pestifere commissioni. Decisamente non è più tempo di prodigi. Si direbbe che viviamo in una società sanamente scettica e disincantata.

Eppure, le stesse necessità di comprendere il mondo che aveva un giovane dell'antichità, ce l'ha uno contemporaneo. Un tempo le difficoltà della vita erano forse più materiali di quelle odierne, ma queste non sono meno aspre da sopportare: anomia, alienazione, disoccupazione, incertezza, disorientamento, depressione, etc. Le speranze che venivano coltivate nei tempi antichi erano forse diverse da quelle odierne, ma l'uomo non ha smesso di sperare. Oggi conosciamo un profondo e diffuso malessere sociale che ha prodotto importanti fenomeni di violenza.

Nelle società occidentali, la crisi delle religioni e più recentemente il crollo di alcune importanti ideologie ha lasciato la gente priva di finalità. La  mancanza di senso rende la vita incerta e perfino inutile. Crea un disagio psicologico ed esistenziale spesso profondo. Da questo disagio nasce una ricerca affannosa di una Verità che ci aiuti a vivere. Ecco allora schiere di maghi, di dottori dell'anima, guru e predicatori che si affollano a contendersi le anime perse.

L'analisi dei movimenti degli anni '60-'80 mostra come elementi salvifici e millenaristi fossero ben presenti anche nelle nostre società avanzate. L'utopia e l'ideologia rappresentano dunque la forma contemporanea, adatta alla società di massa, di quelle splendide formazioni culturali proprie dell'antichità che conosciamo con il nome di mito e metafisica. La fortuna dell'utopia sta nel bisogno profondo che hanno gli esseri umani di credere in qualcosa, di avere delle speranze. La scienza dà tante spiegazioni, ma non può fare promesse. Invece la gente è assetata di speranze. L'utopia costituisce il rimedio universale di ogni male, la promessa di riscatto di ogni torto, la promozione umana totale. Essa sostituisce tutti i valori naturali perché dal suo raggiungimento dipenderebbe la soddisfazione di ciascuno di questi. In virtù di tutte le aspettative di cui viene caricata, essa possiede un grande potere di seduzione. Si può rintracciare questo incantesimo nelle religioni monoteiste mediorientali, mentre non lo si incontra nelle religioni antiche greca e romana, che non promettevano paradisi.

METAFISICA, METACULTURA
Ho più volte nominato il termine di metafisica. Aristotele ordinò i suoi scritti in diversi libri e quello che raccoglieva lo studio della natura venne chiamato Fisica. Egli raccolse numerosi scritti ed appunti per lezioni in un libro che successivamente venne chiamato Metafisica, per indicare argomenti che stavano in qualche modo sopra la fisica. Che cosa si intende dunque per metafisica? Per metafisica si intende semplicemente una riflessione sulla fisica, cioè sulla natura e le sue leggi. Una riflessione che può riguardare i metodi di conoscenza impiegati, la validità delle leggi, le conseguenze per l'uomo delle scoperte scientifiche, etc.

Come sappiamo, ogni disciplina scientifica si occupa delle cause particolari di fenomeni particolari. C'è chi non si accontenta di questa conoscenza frammentaria ed è andato o va alla ricerca della causa fondamentale di tutte le cose. Nell'ambito metafisico è possibile cercare le cause generali del Tutto, dell'intera realtà, oppure di scoprire la natura ultima delle cose. Queste conoscenze avrebbero il vantaggio di spiegare tutti gli eventi del mondo. Il fatto che in linea di principio sia possibile non significa che questa indagine debba per forza portare a dei risultati convincenti. Anzi, sembra proprio che nessuno sia mai riuscito a convincere la comunità scientifica di avere trovato la teoria metafisica vera.

Un esempio di teoria metafisica è l'idea dell'esistenza di un Dio unico, creatore e motore dell'intero universo, un Dio che sarebbe nello stesso tempo causa universale, principio primo e fine ultimo. Chi è convinto della verità di questa teoria crede che qualsiasi evento si produca per volontà divina. Altrettanto, chi è convinto nel materialismo storico (un altro principio metafisico), una variante del materialismo, spiega ogni evento storico e sociale in base alle forme di produzione economica. La potenza esplicativa di questi principi è evidente.

Queste "verità" metafisiche hanno la proprietà di determinare delle visioni del mondo indiscutibili, che spesso vengono messe a fondamento di regimi dittatoriali. Secondo Kant, l'uomo non può pretendere di conoscere l'"essenza ultima delle cose", ma deve limitarsi al fenomeno, cioè a ciò che percepisce. Infatti, l'uomo può conoscere solo ciò che cade sotto i suoi sensi, non può conoscere l'"essenza delle cose". Quindi, per quanto l'uomo possa perfezionare i suoi metodi e gli strumenti di indagine può conoscere sempre più da vicino la realtà senza mai poterne cogliere l'essenza, ammesso che da qualche parte esistano delle essenze. Quindi, almeno fino a quando qualcuno non riuscirà a dimostrare il contrario, non esiste una verità metafisica dalla quale poter derivare l'etica e la prassi.

Queste conclusioni sono ritenute valide ed accettate solo in una parte del mondo. Infatti, mentre nelle società libere c'è un vasto accordo sul fatto che finora nessuno sia riuscito a dimostrare una verità metafisica, in molte società teocratiche a negare la verità metafisica obbligatoria (p.es: ancora l'esistenza di Dio o le sue pretese rivelazioni) si rischia la morte.

La scienza richiede che le teorie vengano in qualche modo provate e finora nessuno ha mai provato una teoria sull'essenza ultima delle cose. Le osservazioni di Kant hanno aperto il passaggio all'età postmoderna, una concezione del mondo non più basata su Verità Assolute, come avveniva spesso nell'antichità, nel medioevo e anche nell'età moderna, ma su ipotesi e teorie che riguardano soltanto aspetti limitati della realtà. Ipotesi che saranno poi sempre confutabili, passibili di essere sostituite da altre più esaustive, più precise. Il postmoderno è dunque caratterizzato da una essenziale incertezza metafisica, da un sentimento di impossibilità (almeno fino a prova contraria) di determinare una Verità Ultima che possa dare senso a tutte le cose e sulla quale organizzare la propria vita. Caratteristici dell'età postmoderna sono dunque anche il relativismo, secondo il quale il significato delle cose dipende dal punto di vista, ed il nichilismo che nasce dalla convinzione dell'inesistenza di qualsiasi valore o prospettiva.

Queste premesse ed il sopraggiungere dell'età postmoderna non sono state sufficienti per impedire alle religioni e alle ideologie di continuare a promettere i loro paradisi in cielo o in terra che siano. Anche idee di carattere limitato sono state trasformate in verità di Stato e, con il loro carattere di obbligatorietà, sono diventate di fatto molto simili alle verità metafisiche e ne hanno assunto le medesime funzioni. Questo è il caso della purezza della razza ariana, del materialismo storico, della sacralità di determinate scritture in quanto parola di Dio, etc. Anche il culto della personalità costituisce una forma di verità assoluta perché obbligatoria. Il successo di determinate organizzazioni e regimi nel propagandare la propria ideologia o religione si basa dunque principalmente sul bisogno di speranza e sull'ignoranza della gente che non conosce i limiti e la pericolosità di queste formazioni culturali.

Alla luce di ciò che ho appena detto, possiamo considerare l'ideologia come una sorta di moderna metafisica, un'impossibile metafisica postscientifica, viva e vegeta nonostante tutto. Una "scienza" basata su uno o pochi principi, estesi fino a metabolizzare l'intero universo e che non accetta di essere messa in discussione. E' un Logos al rovescio, invece di riconoscere la razionalità del mondo, gliela impone. E' una metateoria che conferisce ordine a tutte le conoscenze individuali, organizzandole in un sistema. L'ideologia rappresenta dunque l'aspetto formale, razionale e perfino morale del comportamento dei soggetti contagiati.

La diffusione universale, attraverso i moderni mezzi di comunicazione, dell'utopia e dell'ideologia genera l'omogeneità delle credenze e dei comportamenti necessaria alla gestione delle masse. Esse rappresentano quindi gli strumenti fondamentali per il condizionamento sociale. Nell'uomo massificato, l'utopia e l'ideologia prendono dunque il posto delle corrispondenti componenti naturali: le emozioni e la ragione. Abbiamo conosciuto tutti il comportamento delle persone affette da questa sindrome: instancabile attivismo, disprezzo per l'attuale società e per i suoi valori, interesse per ogni alternativa, settarismo, faziosità, etc. Ecco quindi, in estrema sintesi, come l'utopia e l'ideologia hanno dato fondamento e forma ai moderni millenarismi che credevamo esclusivi delle società primitive e di quelle sottosviluppate.

Secondo alcune analisi, l'utopia e l'ideologia sarebbero connaturate al genere umano, non si potrebbe immaginare la storia senza di loro. Secondo questo esame, invece, esse non sono inevitabili e neppure necessarie. Sono solo delle perversioni delle nostre naturali facoltà di desiderare e di pensare. Si tratta di formazioni culturali di origine antica che si sono evolute assumendo forme autoritarie e delle quali dobbiamo liberarci, perché non ci sarà libertà fino a quando non ci riapproprieremo dei nostri sogni.

Esse sono forme di conoscenza sfuggite ad un'umanità troppo giovane, ancora incapace di controllare il linguaggio ed i suoi prodotti. Per consentire il progredire del pensiero dobbiamo imparare a controllarle, altrimenti esse continueranno a distruggere antiche culture e tradizioni e a massacrare uomini. Per questo motivo è necessaria una riflessione sulla cultura, in particolare sui suoi rapporti con la libertà. Considerare ancora l'ideologia nell'accezione marxiana, significa impedire il suo smascheramento, ostacolare il riconoscimento del suo carattere negativo, quindi significa lasciarla ancora operare indisturbata.

Fin dai tempi più antichi, l'uomo ha combattuto contro forme di pensiero e di governo autoritarie. Rispetto a molte civiltà che la circondano, la nostra si è caratterizzata non tanto e non solo per l'impiego deliberato della ragione, ma soprattutto per la rivolta antiautoritaria e per l'affermazione dell'uomo. Ogni momento cardinale della nostra storia è stato una ribellione contro l'autorità, impossibile senza una coscienza, una volontà, un desiderio di affermazione umana e senza speranze per un futuro migliore. L'umanesimo, il rinascimento, l'illuminismo e il risorgimento, sono stati altrettanti atti di rivolta contro le autorità religiose e la loro visione del mondo. La sollevazione dei nobili contro l'assolutismo monarchico, per ottenere il diritto di discutere con il Re delle imposte e per poter essere giudicati da pari, ha costituito l'inizio della ribellione contro l'autorità civile, continuata senza posa fino ai giorni nostri, dove le rivolte popolari, le lotte politiche, sindacali e studentesche si sono susseguite le une alle altre. Si è combattuto anche contro le credenze consolidate, contro le autorità accademiche, politiche e religiose.

Il cristianesimo ed altre religioni hanno sostenuto la rinuncia alla vita terrena. Ma le nostre battaglie si sono caratterizzate anche per l'affermazione dell'uomo e della vita terrena. Questi valori e questi atteggiamenti sono fortemente radicati nelle nostre società. E' chiaro che noi non rinunceremo mai alle nostre battaglie. Anzi, è proprio per portarle avanti in un modo più efficace che è necessario imparare a controllare l'utopia.

Guerre di religione hanno insanguinato l'età antica, il medioevo, l'età moderna e quella contemporanea. Ci sono voluti parecchi secoli per relativizzare il cristianesimo. Non abbiamo neppure finito con questa impresa che comunismo, fascismo e nazismo hanno massacrato decine di milioni di persone. In questi tempi ancora, migliaia di persone vengono uccise in nome di Dio. Vogliamo continuare così? E' chiaro che dobbiamo imparare a controllare i sistemi di pensiero autoritari.

Così come per metafisica intendiamo una riflessione sulla fisica, per metacultura possiamo intendere una riflessione sulla cultura, in particolare sugli effetti che determinate forme di cultura hanno sull'uomo e questo è quello che stiamo facendo con la presente analisi. Spero che siate convinti dell'importanza e dell'utilità di questa riflessione in generale e sulla vostra stessa cultura in particolare.


LA PARABOLA DELLE IDEOLOGIE
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Più volte ho accennato alle dinamiche che portano alla formazione delle ideologie e al loro dissolvimento. Riassumo qua quella che può essere chiamata la parabola delle ideologie (e delle religioni). Come ho detto, l'ideologia nasce spesso da una o più idee che possono essere anche valide come la determinazione materiale della cultura, la necessità di una più equa distribuzione delle ricchezze, la lotta di classe per ottenere una giustizia sociale, la presenza di un dio unico e benevolo, etc.

Molte idee di questo tipo hanno avuto un certo successo, ma sono poi state dimenticate. Altre invece si sono via via rafforzate, sono state sistematizzate, sono state poste alla base di movimenti sociali e sono finite per entrare in politica. Questo ingresso comporta di dover competere con altri sistemi, quindi il controllo ideologico dei propri sostenitori deve venire rafforzato, etc. Con il suo ingresso in politica, il movimento acquista lo status di ideologia.

Una volta entrate in politica, le ideologie devono organizzarsi per sopravvivere e per competere con le altre. Soprattutto i movimenti di carattere eversivo o rivoluzionario assumono un carattere clandestino, si finanziano con l'imposizione di "tasse", con rapine, traffico di stupefacenti, rapimenti, etc. Queste attività possono avere un tale successo da trasformare stabilmente lo stesso movimento in una organizzazione criminale. In ogni caso, è da notare come la buona idea iniziale ora possa servire per legittimare attività criminali. A questo punto, si è prodotto un capovolgimento etico e il "bene" iniziale si trasforma in un male sociale e politico. In questo modo si è passati dai buoni principi religiosi, alle conversioni forzate, alla persecuzione degli infedeli, etc. Si è passati dall'umanesimo marxista alle dittature socialiste gestite dalla Nomenclatura, etc.

Il processo di rafforzamento dell'ideologia continua e quando essa arriva a controllare i propri militanti nelle sfere pubblica e privata, ha compiuto il primo importante passo per la sua trasformazione a totalitarismo. Questo traguardo viene raggiunto quando l'ideologia ha conquistato il potere politico nel proprio paese. Ottenuto il controllo interno, normalmente il regime si rivolge all'esterno con pretese di espansione territoriale sui paesi vicini o perfino con l'aspirazione alla conquista del mondo.

 

 

Per raggiungere questi scopi, il regime opera un riarmo della società, proclama mobilitazioni di piazza a proprio sostegno e di minaccia al proprio nemico. Tutti devono partecipare a queste dimostrazioni per non essere sospettati di collaborazionismo con il nemico. Anche i bambini devono partecipare a queste mobilitazioni e a tale scopo vengono vestiti con uniformi militari e vengono armati con piccoli fucili di legno. Così come i mezzi di comunicazione, anche le scuole sono asservite al regime.

Quando l'ideologia è a base religiosa, in questo processo si occupa sempre meno delle anime e sempre più del proprio rafforzamento politico e militare. I fedeli vengono trasformati in militanti e in fanatici. La conversione ad altre fedi è punita con la morte, etc.

Ancora una volta è evidente come dall'idea valida iniziale si sia passati ad un organizzazione totalitaria e guerrafondaia, come quindi qualcosa di buono sia stato pervertito in qualcosa di malvagio. Perché certe ideologie e religioni possano tornare a svolgere un'azione positiva, occorre fare compiere loro il cammino inverso.

Con la proclamazione della guerra al mondo intero, il regime spesso dimostra di avere sopravvalutato le proprie forze. Come è storicamente avvenuto in varie riprese, i totalitarismi vengono spesso sconfitti e il loro regime subisce una catastrofe. I leader vengono condannati a morte o imprigionati, l'ideologia subisce una pesante crisi di fiducia. Anzi, vista la difficoltà di combattere un'ideologia sul piano teorico, sembra proprio che la sconfitta militare sia una delle armi più efficaci contro i regimi e le ideologie totalitarie. Anche un fallimento sociale può determinare la crisi di un'ideologia. Con la loro sconfitta militare o con il fallimento sociale, l'ideologia e l'utopia ad essa connessa possono venire riformate o essere emarginate culturalmente. In questa fase, i loro militanti si svegliano dall'incantesimo e tendono ad adottare il punto di vista del vincitore, mentre solo una piccola minoranza sopravvive alla sconfitta militare, politica ed ideale.

La guerra non è l'unico modo per riportare un totalitarismo alla ragione. Prima di arrivare a uno scontro armato, lo Stato deve cercare di intervenire in altri modi per raggiungere lo stesso risultato. Con la scuola esso può rafforzare la fiducia nella democrazia nelle giovani generazioni. Anche i media possono svolgere un ruolo importante. Adeguate politiche urbanistiche possono essere utili per evitare fenomeni di segregazione etnica.

Lo Stato può anche fare entrare un'ideologia nel gioco politico, dandole modo di esprimersi, ma affidandole anche delle responsabilità. Nel fare questo, lo Stato deve badare bene ad impedire all'ideologia di prendere il potere. Una maggiore consapevolezza da parte dello Stato e degli intellettuali democratici della possibilità di disinnescare le dinamiche totalitarie consentirebbe loro di prendere con maggiore decisione delle misure efficaci per la riforma e la normalizzazione di questi mostri della ragione. Nel tentativo di relativizzare un totalitarismo, occorre evitare provocazioni e rigide contrapposizioni che potrebbero causare risentimenti e reazioni violente.

Con la propria riforma, l'ideologia perde le proprie caratteristiche negative e diventa un'idea come le altre che accettano la discussione e il confronto pubblico. Con la sua normalizzazione, l'idea viene posta sullo scaffale delle idee come una fra le tante. Gli eventuali elementi validi dell'ideologia possono ora svolgere le proprie funzioni positive. Per esempio, un'ideologia comunista relativizzata opera positivamente in organizzazioni sindacali, così come una religione anch'essa riformata continua a inviare richiami morali alla società e ad operare positivamente al suo interno.

E' quindi importante considerare che all'interno di questi sistemi di pensiero spesso coesistono aspetti autoritari ed altri utili e benefici. Gli aspetti autoritari sono quelli diretti al controllo dei seguaci e alla loro utilizzazione politica per l'espansione del sistema. Gli aspetti positivi sono quelli che al contrario tendono a promuovere l'individuo, le comunità, la convivenza pacifica e il rispetto degli altri.


RIFORMA DEI SISTEMI TOTALITARI
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Le religioni sono portatrici di una vasta cultura, delle tradizioni e della saggezza di interi popoli. Anche nelle ideologie è spesso possibile rintracciare componenti valide. Purtroppo, durante il corso del tempo, alcuni sistemi di idee hanno subito un processo di radicalizzazione che ne ha trasformato la precedente natura benefica in una dannosa. Le religioni non sono tutte dogmatiche e non lo sono sempre state durante la loro storia. Per esempio, durante il medioevo il cristianesimo era diventato rigido ed autoritario, ma da allora ad oggi questa religione si è aperta molto verso le altre fedi e verso le altre prospettive di pensiero quale per esempio il pensiero scientifico. Oggi questa religione opera pacificamente e più produttivamente nelle società. Nei sistemi di pensiero è dunque quasi sempre possibile distinguere due aspetti: quello umanistico volto ad aiutare gli uomini e quello politico in base al quale tali sistemi cercano di rafforzare il proprio potere nelle società.

Così come un sistema può subire un processo di radicalizzazione e diventare totalitario, è possibile operare anche il processo inverso. Normalmente questo processo viene chiamato riforma. Con la sua riforma, al sistema vengono fatte progressivamente abbandonare le attività politiche e viene ricondotto a quelle umanistiche.

La relativizzazione delle forme di pensiero autoritarie consiste dunque nel depurarle dalle loro componenti totalitarie e politiche. Quindi le idee e i principi ideologici, la tradizione, la morale e la saggezza delle religioni, infine il valore emotivo delle utopie verrebbero riportati al livello di principi che accettano la discussione e la critica. Le utopie potrebbero tornare ad essere dei desideri, delle speranze delle quali sarebbe lecito interrogarci e discutere sulle loro utilità e fattibilità. In conclusione, questi sistemi culturali verrebbero rimessi al loro posto fra le altre idee e troverebbero nella pubblica e libera discussione scientifica, filosofica, letteraria, etica e nel gioco politico le forme organizzative di cui possono aver bisogno per poter anche essere concretizzati per quello che di buono hanno da offrire. Occorre quindi saper governare queste forme di pensiero per promuovere il loro ritorno nella società e nella cultura in forme tali che possano contribuire al benessere pubblico e al progresso civile.

Cercare di sconfiggere un sistema totalitario per mezzo di un attacco frontale non è sempre la strategia migliore anche perché potrebbe costare troppo in termini di vittime e di distruzioni. Con la sua riforma è invece possibile ottenere per via pacifica la sconfitta dei suoi elementi deteriori, la sua umanizzazione e di renderlo di nuovo utile alla società.

Per quanto esse cerchino di evitare il contatto dei propri adepti con altre idee, fortunatamente le ideologie e le religioni non sono sistemi assolutamente impermeabili, ma nel loro continuo confronto con le società possono essere costrette a modificarsi e perfino a subire importanti processi di riforma. Nel nostro tentativo di addomesticare i sistemi totalitari, una delle strategie più efficaci è dunque quella di provocarne una evoluzione verso forme aperte.

Il primo passaggio di questo processo dovrebbe consistere nell'accettazione da parte loro della convivenza pacifica con gli altri sistemi culturali presenti nella società. Già questo primo passo disinnescherebbe il pericolo di guerre civili. Per una religione, il secondo passo potrebbe essere la rinuncia a volersi occupare dell'attività dello Stato, per concentrarsi sugli aspetti morali e spirituali della vita dei cittadini. Per ottenere questo, occorre separare lo Stato dalla religione e suddividerne i compiti. In questo modo, lo Stato verrebbe sottratto dal controllo spesso incompetente ed anacronistico dei religiosi. Da parte sua la religione potrebbe evitare la propria corruzione che proviene dalla gestione del potere temporale e potrebbe occuparsi più efficacemente degli aspetti morali e spirituali che le competono. Il richiamo al rispetto delle altre fedi potrebbe tradursi nell’abbandono della velleità di conquista del mondo intero. Un altro importante passaggio potrebbe essere l'ammettere la libertà di critica ed il dibattito pubblico. A questo proposito, anche l'ironia e l'umorismo sono armi efficaci contro le forme di pensiero autoritarie in quanto ne favoriscono una riforma. Con questi atteggiamenti, si sdrammatizzano tali sistemi e si evita di prenderli troppo sul serio.

Con una serie di passaggi del genere, una religione tornerebbe ad occuparsi dei temi di sua competenza tradizionale. Procedendo in modo simile, anche l'idea di fondo dell'ideologia verrebbe riportata nei propri confini naturali, verrebbe inoltre reintegrata nel novero delle idee come una fra le tante e non pretenderebbe più lo status di Verità Assoluta. Questo processo di relativizzazione dovrebbe interessare anche l'utopia. In questo caso, essa dovrebbe accettare il dibattito sulla sua realizzabilità e sugli effetti che ha a livello individuale e sociale. La sua smitizzazione è importante per riportarla fra i progetti e le speranze normali, ma è anche importante per sciogliere dal suo incantesimo tante persone.

Il contrario del relativismo è l'assolutismo. Una prima forma di relativismo è quella di chi non crede nelle verità assolute. Esiste poi un relativismo che ritiene tutte le idee e valori egualmente validi, dipendendo essi dal punto di vista (considerati tutti egualmente validi). Non condivido questo tipo di relativismo perché considero alcune idee migliori di altre, alcuni valori migliori di altri e non sono disposto a considerare le mie idee e valori uguali a quelli dei sistemi totalitari. Sono disposto però a convivere anche con chi ha idee diverse dalle mie, purché non mi aggredisca. Anche lo Stato non deve trattare i sistemi autoritari o totalitari presenti nella propria società al pari dei sistemi aperti e democratici, perché così facendo essi approfitterebbero delle leggi per sconfiggere la democrazia, ma deve averli prima addomesticati.

Ecco come un'ideologia può perdere le sue caratteristiche negative senza dover necessariamente scomparire dalla scena culturale, ma continuando al contrario ad esercitare una funzione sociale positiva. Altrettanto si può dire a proposito della religione cristiana che dal tempo dell'Inquisizione ad oggi ha perso gran parte del suo dogmatismo, si occupa molto più di anime che di politica ed accetta tranquillamente la coabitazione con altre fedi e sistemi di pensiero. Questa relativizzazione resta da compiere invece nei confronti dell'islam, che oscilla ancora drammaticamente fra fondamentalismo e riforma, tra medioevo e modernità. Con la sua riforma, l'islam non scomparirebbe come temono alcuni suoi sostenitori, ma rimarrebbe tra noi come una fede fra le altre e darebbe alle società il meglio di sé.

Non bisogna pensare che la relativizzazione dei sistemi totalitari contraddica la laicità dello Stato. Questa laicità non deve essere intesa come una neutralità assoluta dello Stato nei confronti dei vari sistemi di pensiero, movimenti politici e religiosi che verrebbero lasciati liberi di fare quello che vogliono nella società, ma essa ha lo scopo preciso di conservare la pace sociale e la democrazia. Uno Stato laico non deve quindi permettere ai movimenti totalitari di operare come vogliono al suo interno, ma li deve affrontare e trasformare in senso positivo. Una tolleranza nei loro confronti può avere gravi conseguenze sociali e politiche. Infatti, se non contrastati questi movimenti totalitari non avrebbero scrupoli nell'approfittare di una democrazia, di una laicità ingenue e della libertà che viene loro accordata per impadronirsi del potere e per instaurare regimi tirannici. Un evento di questo genere si produsse in Germania durante la repubblica di Weimar, quando i nazisti riuscirono ad impadronirsi legalmente del potere e le conseguenze di questo tragico evento si sono contate in decine di milioni di morti.

A questo proposito, bisogna tener presente che la laicità appartiene solo ai regimi democratici, non a quelli totalitari. Una società democratica ha il diritto di difendersi dai sistemi autoritari e anche di combatterli. In base alla laicità, lo Stato si sforza di evitare provocazioni e scontri fra le diverse componenti sociali. Si sforza inoltre di affrontare le ideologie e i totalitarismi, relativizzandoli quando è possibile o dichiarandoli illegali qualora essi rifiutassero di rispettare le regole della convivenza pacifica oppure qualora essi rappresentassero una minaccia per la società. Non a caso, molti paesi hanno dichiarato illegali il fascismo e il nazismo e questa misura infrange tanto un certo laicismo quanto la libertà di opinione e di espressione se intese in modo assoluto, ma è una misura importante e legittima per la difesa e la conservazione della democrazia. La laicità deve quindi essere intesa in modo pragmatico e non in modo astratto. Parliamo dunque di una laicità attiva.

In questi tentativi di relativizzare i movimenti totalitari c'è però una linea da non superare: quella di ammettere dei sistemi totalitari alle elezioni se la loro maturazione non si è compiuta. La Turchia è un esempio di come democrazia e totalitarismo vivano da decenni in un precario e pericoloso equilibrio. Questo è anche un esempio del coraggio dei difensori della democrazia, ma anche delle difficoltà di addomesticare un sistema totalitario.

Fra i principali strumenti per promuovere la riforma dei sistemi totalitari, c'è la scuola. Con essa, lo Stato può trasmettere i valori di pluralismo, di democrazia e di libertà ai giovani, e ciò è utile in particolar modo per quelli che nella propria famiglia subiscono un indottrinamento. Lo Stato deve inoltre proibire le attività di propaganda e di proselitismo alle organizzazioni totalitarie e l'apertura di scuole che educhino all'odio religioso od etnico. Deve ottenere che anche nelle scuole confessionali, l'insegnamento della religione venga fatto in modo critico e non dottrinale. Lo Stato deve promuovere anche dibattiti, documentari ed altre trasmissioni che contribuiscano a confrontare i diversi punti di vista e a promuovere la conoscenza reciproca. Questo confronto avrebbe il grande vantaggio di contribuire a far perdere alle proprie idee un valore assoluto, mettendole in relazione ad altri modi di vedere e di concepire il mondo.


UNO SCONTRO DI CIVILTA'?
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Nei tempi recenti, il mondo musulmano è percorso da tendenze opposte. Da una parte sono nate delle correnti radicali, dall'altra delle tendenze liberali e riformiste.

Accanto alle tradizionali interpretazioni integraliste dell'islam come il wahhabismo, se n'è venuta a formare una particolarmente radicale per opera del teologo Sayyid Qutb, nato nel 1905, imprigionato da Nasser nel 1954 e morto nel 1966. Questo teologo, parte dal concetto che non vi sia altro Dio all'infuori di Allah e che tutto debba dipendere da lui. L'intera sua opera, composta da numerosi volumi, non è altro che una elaborazione di questo unico concetto di fondo in innumerevoli forme. Quest'opera giunge ad un grado elevato di totalitarismo, nel quale ogni attività dello Stato e ogni aspetto della vita pubblica e privata di ciascun individuo devono uniformarsi strettamente al "volere di Allah". Qutb aveva un concetto dell'islam come una totalità. Egli considerava la separazione cristiana fra Stato e Chiesa come la causa della crisi dell'Occidente. In realtà questa crisi era tutta nella sua mente, perché egli non comprendeva né apprezzava concetti come quelli di libertà e di pluralismo.

Il modo di concepire Dio da parte di Qutb non è certo l'unico possibile. Per esempio, secondo i cristiani Dio non pretende una sottomissione assoluta dei propri fedeli, ma concede loro la vita come un dono da trascorrere in libertà. Lo studio della storia delle religioni mostra tanti modi diversi di concepire le divinità e non è possibile stabilire quale sia quello "vero". Da tutto ciò, si potrebbe anche derivare la volontà di Dio di non dominare la vita degli uomini.

Ovviamente, la libertà concessa ai cristiani non significa che ognuno possa fare quello che vuole, ma ci sono dei limiti, dei comportamenti che non si devono tenere. Questi limiti sono definiti dai comandamenti, dalla morale, dai costumi sociali e dalle leggi dello Stato. Più in generale occorre che ognuno si ispiri alla predicazione di Gesù di rispettare ed amare il prossimo. Infine, ognuno deve fare uso anche della propria ragione e della propria naturale facoltà di giudizio in campo etico. A tutto questo bisogna aggiungere il dibattito pubblico sui principali temi etici. Nell'ambito di questi limiti, nelle società aperte c'è una grande libertà di scelta sul tipo di vita da condurre. Per una persona non preparata, questa grande libertà può porre dei problemi, ma ne parleremo più avanti.

Il liberalismo di cui parliamo qua non è quello economico, ma quello filosofico che riguarda la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di comportamento, etc. E' chiaro che nelle società libere ci possono essere dibattiti su ciò che sia preferibile o meno fare, lecito o meno, etc., ma nessuno è autorizzato a ordinare alla gente lo scopo della vita. Il liberalismo ha una grande importanza nello sviluppo del pensiero scientifico, nella filosofia, nella letteratura e più in generale in tutte le arti. Senza questo liberalismo, società moderne e complesse come quelle occidentali non potrebbero neppure esistere.

Secondo Sayyid Qutb, l'Occidente avrebbe una "influenza corruttrice" sulle società islamiche. Questa influenza corruttrice non sarebbe dovuta tanto all'uso "disinvolto" del denaro o al modo di vestire delle donne o alla pornografia, ma alla penetrazione delle idee occidentali nelle società islamiche. Fra queste idee "corruttrici" sarebbero da considerare proprio la democrazia, il pluralismo, la giustizia sociale, la libertà e la laicità.

In pratica, quel teologo aveva paura che le idee del liberalismo penetrassero nel suo edificio totalitario minandone la compattezza. Ma tutti i regimi totalitari hanno condiviso questa paura e per questo motivo tutti i regimi totalitari hanno visto le società aperte, in particolare quella americana, come nemiche. Non è quindi un caso se comunismo, fascismo, nazismo e islam radicale condividano gli stessi pregiudizi antiamericano, antioccidentale, antiliberale, antisemita, etc. E' vero, la libertà e il totalitarismo non sono compatibili e, quanto più un totalitarismo è radicale, tanto più è ostile alle società libere. Questo perché la libertà sottrarrebbe i cittadini dal suo controllo.

Alle opere di Sayyid Qutb, si sono ispirati movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, quello dei Talebani, quello di Al Qaida e di numerose altre fazioni fondamentaliste.

Come ho detto, questo teologo vedeva i valori occidentali come una minaccia per la compattezza delle società islamiche sottraendole al controllo (totalitario) del loro clero. Per proteggere le società islamiche, Qutb derivò la necessità ineludibile di sottomettere o di distruggere l'Occidente. Secondo lui neppure questo bastava, ma occorreva instaurare un impero islamico mondiale (il Califfato) e ciò è precisamente quanto hanno in programma di fare diversi movimenti terroristici, primo fra i quali quello di Al Qaida. E' dunque chiaro che questo, agli occhi di certi fondamentalisti islamici, è proprio uno scontro di civiltà, nel quale esponenti di una concezione totalitaria della propria religione vogliono trasformare o distruggere le società aperte. E' da notare inoltre il livello di totalitarismo che i programmi di Qutb possiedono.

Questi movimenti radicali rappresentano un pericolo per le attuali società aperte, ma non sono in grado di scalfire in alcun modo il desiderio di pluralismo, democrazia e libertà. Queste idee sono già largamente diffuse nel mondo, anche in quello musulmano, dove progrediscono inesorabilmente. Nel mondo, il numero di democrazie sta crescendo, tanto che oggi si stimano in 122 le nazioni democratiche, mentre all'inizio del 1800 ce n'erano pochissime. Questa è dunque una guerra contro dei fantasmi, nel senso che non ci si può opporre al fluire del tempo, all'avvento della modernità, del pluralismo e della libertà anche dei propri fedeli. Questa guerra è assurda ed è persa in partenza, anche se produrrà tante vittime.

Come dicevo, nell'ambito dell'islam stanno fiorendo sempre più delle tendenze liberali e riformiste. Si tratta di tendenze spesso diverse l'una dall'altra, ma che in generale vogliono aprire tale religione alla modernità e alla libertà. Alcuni di questi riformatori sostengono la necessità di reinterpretare le scritture alla luce del nuovo contesto in cui vivono molti musulmani per via della crescente penetrazione della modernità nei loro paesi. Questo è poi particolarmente evidente per i musulmani che sono emigrati in Occidente. Molti di questi riformisti sostengono i diritti umani, una completa uguaglianza di diritti dei generi, apprezzano la libertà e vogliono aprirsi alle altre culture e agli altri punti di vista. Nelle società occidentali, esiste inoltre un vasto movimento di immigrati che vuole vivere in modo del tutto pacifico con gli abitanti di queste terre. Il numero di intellettuali di religione islamica che chiedono la separazione fra Stato e religione è grande ed è crescente.

E' importante che questi nuovi cittadini europei comprendano i vantaggi dei sistemi politici democratici, del sistema delle leggi e della giustizia, della libertà di culto, del rispetto dei diritti dell'uomo, delle opportunità di promozione umana offerte dal sistema scolastico e dall'università, dal lavoro e dal potere d'acquisto che fornisce, dalla libertà di accesso alle informazioni e alla cultura, dallo stato sociale e dal sistema sanitario. Nessuno chiede loro di cambiare religione, ma soltanto di vivere pacificamente, rispettando il prossimo ed accettando le regole del gioco della democrazia. A questo proposito, occorre che sia chiaro che benessere e libertà sono legate, dipendono l'uno dall'altra. Non si può pensare che sia possibile mantenere lo stesso livello e stile di vita trasformando le società aperte in teocrazie. Al contrario, si riprodurrebbero nelle società di accoglienza gli stessi problemi delle società di provenienza.

Siamo bersagliati dalla continua celebrazione delle religioni monoteiste come dei produttori di raffinate civiltà. Purtroppo, questi grandi sistemi culturali hanno avuto anche delle nette propensioni all'imperialismo culturale e politico. Chi più, chi meno, questi grandi sistemi hanno conquistato intere popolazioni, ne hanno alterato profondamente le credenze, i costumi e la cultura. Piuttosto che grandi civiltà, i principali monoteismi si sono storicamente configurati come dei distruttori di culture, di idiomi e di civiltà.

La guerra di civiltà è nella mente dei seguaci di Qutb e di altre forme di radicalismo islamico come quello wahhabita. Le società occidentali e i riformisti islamici non hanno nessuna intenzione di combatterla. Al suo posto, c'è piuttosto una guerra tra totalitarismo e libertà che è combattuta anche all'interno delle società islamiche, dove un numero sempre più vasto di intellettuali sta sostenendo la necessità di una riforma dell'islam e la sua compatibilità con la democrazia. Molti giornalisti e scrittori hanno pagato con la vita questa loro convinzione. Anche molta gente comune condivide queste idee e spesso sfida i fondamentalisti mostrando grande coraggio. In Iran, migliaia di studenti hanno perso la vita per le loro richieste di libertà a una ottusa teocrazia che non vuole cedere il proprio potere. I recenti avvenimenti dell'Iran mostrano che anche i musulmani e le musulmane vogliono essere liberi, non accettano più le ingerenze della religione nelle sfere pubblica e privata, ma vogliono essere trattate da persone libere. Non si tratta solo di sostenere delle idee, ma anche di metterle in pratica. Sono sempre più numerosi gli Stati islamici che adottano leggi più moderne al riguardo del diritto di famiglia e che cercano di dotarsi di istituzioni più democratiche.

Una importante dimostrazione della compatibilità fra islam e democrazia l'ha data la Turchia, che sotto la guida di Kemal Atatürk si è dotata di istituzioni democratiche ormai pienamente funzionanti. Bisognerà però verificare che l'attuale ripresa dell'islam in quel paese non comporti un ritorno al passato. Tra gli immigrati musulmani d'Europa, cresce sempre di più la convinzione della possibilità dell'affermazione di un islam europeo, riformato e democratico ed alcuni intellettuali di religione islamica stanno lavorando in questa direzione.

Spero che una maggiore accortezza da parte dell'Occidente e la diffusione dei valori di democrazia, pluralismo e libertà fra i musulmani d'Europa riusciranno ad isolare i fanatici e a far terminare questa assurda guerra. Ciò potrebbe finalmente aprire un'epoca di collaborazione e di amicizia nel mondo.

Non si tratta però di una guerra nuova. E' solo una nuova fase dell'eterna lotta fra il liberalismo e il totalitarismo. Finora il totalitarismo ha sempre perso. La sua debolezza sta nella rigidità e fragilità della propria struttura razionale. Basta una piccola crepa per fare disintegrare l'intero castello e di crepe in questo castello ce ne sono già tante. Invece la libertà è un valore universale. La si può nascondere, negare, combattere per alcuni anni o decenni, ma prima o poi trionferà.

Per avere più informazioni sul pensiero di Sayyid Qutb e sulle sue conseguenze, potete leggere il libro di Paul Berman (9) indicato in Bibliografia.

La Tolleranza
Come tutti sanno, i monisti sono persone provviste di un solo neurone che, date le sue scarse capacità, è ostile alla diversità. Per quanto si sforzino, essi non riescono proprio a concepire il pluralismo, infatti nel loro unico neurone, c'è posto solo per il monoteismo e per la conquista di tutto il mondo. I monisti hanno prodotto numerose guerre di religione, le quali sono terminate solo quando i pluralisti sono riusciti a far trionfare la tolleranza, vale a dire quando sono riusciti a far abbandonare la pretesa di costringere tutti gli uomini a credere negli stessi valori, quando sono riusciti ad accordare a tutti la libertà di culto ed a fare prevalere il rispetto del prossimo nei comportamenti.

A tale scopo, sono stati promulgati degli "Editti di Tolleranza". Uno dei primi è quello di Costantino (imperatore romano d'Occidente) e di Licinio (imperatore romano d'Oriente), che nel 313 DC accordò la libertà di culto ai cristiani e proclamò la neutralità dell'Impero Romano nei confronti di ogni fede, ponendo così termine a tutte le persecuzioni religiose. Purtroppo, le guerre di religione ripresero nella seconda metà del XVI secolo fra cattolici e protestanti. Queste guerre durarono a lungo e non finirono con la sconfitta di una delle parti, ma solo quando fu accettato il principio di tolleranza e quindi anche del rispetto reciproco. Infatti, con l'Editto di Nantes del 1598 promulgato dal Re di Francia Enrico IV, ai protestanti fu accordata la libertà di culto. Malauguratamente, le guerre di religione ripresero nel XVII e nel XVIII secolo, fino alla promulgazione da parte del Re di Francia Luigi XVI dell'Editto di Tolleranza del 1787. Da questi eventi, emerge con chiarezza l'importanza dell'accettazione del pluralismo come caratteristica preziosa delle culture e delle società. Diamoci da fare dunque, affinché prevalga la tolleranza e la consapevolezza dell'importanza del pluralismo delle idee per la ricchezza della cultura e la libertà dei cittadini! Più recentemente, al posto del termine di tolleranza si preferisce usare quello di rispetto del prossimo.


CONCLUSIONE DELLA PRIMA PARTE
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Quelle di cui vi ho parlato finora sono alcune delle principali caratteristiche del cosiddetto Pensiero Forte. Come avete visto, il pensiero forte è un modo di pensare che si fonda su di una certezza, su di una verità assoluta o su di un principio trattato come tale. Spesso, questo principio viene elaborato razionalmente fino a creare un sistema totalitario: un autentico Mostro della Ragione. Al suo opposto sta il pensiero debole, un modo di pensare che come vedremo fra poco non dispone di nessuna certezza né di verità assolute, ma che spesso finisce nel disorientamento e nel nichilismo. Fra questi due poli, c'è il pensiero libero che è una forma di pensiero che pur non disponendo di certezze fornisce alle persone le capacità di orientarsi e di riconoscere quali siano dei valori importanti.

Abbiamo visto il pensiero forte articolarsi nel riduzionismo, nella cultura chiusa, nella mancanza di alternative e nell'ignoranza. Abbiamo visto come a livello sociale il pensiero forte produca fanatismo e massificazione. Abbiamo infine visto come l'ideologia e l'utopia vengano spesso usate per il condizionamento delle masse e per il loro controllo politico.

Pur partendo dalla definizione marxista di ideologia, abbiamo scoperto come essa non sia affatto sinonimo di cultura e ci siamo resi conto dei pericoli che corriamo nel considerarla tale. L'ideologia è solo una forma patologica di cultura. Ci siamo accorti del potere di seduzione dell'utopia, del carattere di falsa scienza dell'ideologia, di come queste due formazioni culturali siano dirette soltanto alla massificazione ed al controllo dell'uomo. Ai fini della teoria della conoscenza quotidiana, l'ideologia, l'utopia e la religione rivestono una grande importanza. Se le osservazioni che abbiamo svolto fin qui sapranno proteggerci dalla loro seduzione, potranno guarire la cultura dalle importanti patologie che l'avevano colpita. Potranno inoltre restituirle quelle funzioni liberatrice ed illuministica che meglio la qualificano e che sono necessarie per uno sviluppo libero ed armonico dell'uomo e delle sue società.

La cultura è dunque un insieme eterogeneo di elementi più o meno organizzati, che vanno dalle idee semplici, ai miti, alle conoscenze scientifiche, alle tradizioni, ai sistemi di pensiero, etc. Nella cultura, sono presenti tanto elementi che svolgono funzioni illuministiche quanto elementi volti alla manipolazione delle coscienze. Abbiamo visto come questi elementi siano spesso il prodotto di una complessa evoluzione storica. Dopo millenni che utilizziamo il linguaggio, è ormai giunto il momento di prendere il controllo dei suoi prodotti e, si badi bene, non solo in un ambito accademico, ma anche e forse soprattutto in quello più umile della conoscenza quotidiana, dove però si generano i movimenti di massa.

Abbiamo visto come sia pericoloso sognare senza fare attenzione. Anche nella coltivata Europa sono apparsi dei fanatismi ideologici che non hanno mancato di compiere immani flagelli. Nessuno ci può proteggere dal rinnovarsi di questi uragani del pensiero se non sapremo controllare l'ideologia e l'utopia, se non sapremo raggiungere una convinzione sulla necessità di difendere e anche di propagare il nostro disincanto metafisico.

Il problema del controllo della mente degli uomini è dunque più attuale che mai. E' anche aggravato dal fatto che il pensiero forte può godere di una motivazione molto più grande del pensiero debole e di quello libero, con la conseguenza che i suoi membri sono molto più attivi ed aggressivi. Dopo la caduta del muro di Berlino e dell'ideologia comunista, ci eravamo illusi che i nostri problemi fossero risolti. Purtroppo non è così e la lotta fra libertà e totalitarismo, cominciata con la Grecia antica, non è ancora finita. Questa battaglia deve essere combattuta soprattutto sul piano culturale, dove ci dobbiamo impegnare a provocare un'evoluzione di questi dinosauri del pensiero verso forme più pacifiche e moderne.

Mentre fino ad ora abbiamo osservato e criticato i sistemi di pensiero autoritari, la successiva parte di questa analisi cercherà di favorire l'acquisizione di una forma di pensiero libero. Essa accompagnerà il lettore nelle diverse fasi di questo processo e lo aiuterà a compiere le proprie scelte secondo il proprio modo di essere e le proprie convinzioni. Questa è dunque la fase costruttiva di questa analisi. Molti dei paragrafi che seguono sono altrettanti passi per l'acquisizione del pensiero libero.


LA CONDIZIONE LIBERA
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Nella condizione subordinata, il nostro tempo e le nostre energie erano asservite a finalità estranee, nella condizione libera esse possono finalmente essere utilizzate per il nostro vantaggio. La condizione libera è quella nella quale finalmente ritroviamo la realtà e noi stessi, nella quale possiamo compiere le nostre scelte in modo consapevole, nella quale infine possiamo dedicarci a qualcosa che riteniamo importante e che ci consenta anche divertirci un po'. Per fare questo è necessario rimuovere quel filtro che ci altera ciò che vediamo. In questo modo potremo ritrovare un modo più libero e aperto di osservarla. Ritrovare noi stessi significa abbandonare i ruoli nei quali l'ideologia ci aveva costretto, per cercare in noi stessi i motivi e le ragioni delle nostre scelte. Significa quindi vivere in un modo libero e nello stesso tempo molto più consapevole e gratificante. La condizione libera significa tanto altro ancora, vedremo meglio queste cose man mano procederemo in questa analisi.

Però, all'inizio non siamo ancora capaci di utilizzare la libertà ritrovata e ci troviamo alle prese con numerose difficoltà che dobbiamo imparare ad affrontare. Infatti, per saper gestire la nostra libertà è necessario possedere una nuova forma di pensiero. Detto così, sembra tutto semplice, ma non lo è. Non basta sapere che vi sono forme di pensiero che vengono usate per il nostro controllo per riuscire a liberarcene. Non basta neppure sapere che esistono forme di pensiero libere per conquistarle. Transitare da una forma di pensiero autoritaria ad una libera richiede una serie di passaggi che non sono sempre evidenti, che implicano una profonda trasformazione del proprio modo di pensare e la modifica radicale di abitudini consolidate. In questa transizione, c'è sempre il pericolo di cadere in un'altra subordinazione. Infine, bisogna considerare che il passaggio alla condizione libera segna anche l'ingresso in un immenso spazio potenziale che bisogna imparare a gestire.


DISINCANTO
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Il disincanto è il primo passo per il ritorno alla condizione libera. Per mezzo del disincanto ci ridestiamo da un sonno mortale, ci guardiamo intorno e ci chiediamo cos'è successo. In qualche modo, il disincanto è il momento in cui qualcosa si rompe nel nostro animo. E' il momento in cui perdiamo la fiducia in ciò a cui avevamo creduto fino a poco prima.

Ma come avviene il disincanto? E' difficile dirlo perché è qualcosa che avviene nel nostro profondo e spesso non lo capiamo neppure noi. A volte esso è dovuto ad una lenta maturazione, ad un sommarsi di perplessità al riguardo di quello che ci avevano raccontato. All'improvviso, emerge un quadro diverso, tutto diventa chiaro e ci rendiamo finalmente conto di essere vissuti in un mondo parallelo, inesistente. Altre volte il disincanto può essere provocato da un evento traumatico e inaccettabile, come per alcuni fu l'invasione sovietica dell'Ungheria. In altri casi ancora, può essere provocato dal crollo delle organizzazioni nelle quali si militava e a quel punto ci si trova orfani senza volerlo. Spesso, il disincanto è un atto creativo, l'apparire di un'idea che capovolge l'immagine del mondo, come avviene in seguito ad una scoperta.

Anche se in certi casi esso avviene per motivi razionali ed è avvertito coscientemente, la maggior parte delle volte il disincanto resta un momento magico, impenetrabile. Spesso ci si sente ingannati, storditi, altre volte ci si sente come liberati da un peso. Comunque sia, una volta avvenuto questo disincanto molte cose sono destinate a cambiare profondamente. Si esce come da una favola, magari anche incazzati per esserci stati e per esserci lasciati prendere in giro per tanto tempo. Il disincanto è anche un fatto rivoluzionario, nel senso che il nostro modo di vedere le cose subisce una radicale trasformazione, una di quelle rivoluzioni che vengono definite copernicane, dopo le quali il mondo non è e non sarà mai più lo stesso, neanche se ci sforziamo di tornare indietro.

Se ci si pensa bene, spesso le ideologie sono costruzioni estremamente semplici, ma solo osservandole dall'esterno ci si rende conto di quanto siano addirittura infantili. A volte, la semplice maturazione dell'individuo e la maggiore complessità del suo pensiero spiegano il fatto che egli ad un certo punto non si riconosca più in un quadro divenuto troppo stretto. Il disincanto comporta dunque la perdita della fiducia nei riferimenti precedenti.

Anche se dal punto di vista intellettuale è superiore, da quello politico il disincanto è più debole delle visioni salvifiche e certe del mondo. Parecchi secoli or sono, molti pensatori greci avevano chiara la consapevolezza del carattere mitico delle proprie credenze religiose. Le posizioni filosofiche del tardo impero romano non erano così primitive come sostengono certi storici, possedevano invece numerosi elementi che oggi vengono considerati di grande attualità, come per esempio la ricerca di una morale universale, svincolata dalla fede in divinità. La sua modernità non fu però sufficiente al mondo pagano per fronteggiare validamente il messianesimo cristiano. La civiltà classica, vista come nemica e disprezzata, venne deliberatamente abbattuta distruggendo anche statue, templi e la sua visione del mondo. In questa maniera, lo sviluppo della nostra civiltà venne spezzato. Da parte sua, il cristianesimo ci ha portato elementi importanti, ma sarebbe stato meglio se questo arricchimento fosse avvenuto in modo più graduale. Fortunatamente, con l'umanesimo, il rinascimento e l'illuminismo le nostre società si sono ricollegate alle antiche radici e si sono liberate dalla soffocante tutela religiosa aprendo nuove prospettive.

Oggi, dopo la caduta dell'ideologia comunista, milioni di persone sono tornate a nuove forme di disincanto, simili a quelle antiche. Ancora una volta la debolezza, sul piano politico, di queste posizioni è dimostrata dalla rinnovata aggressività di un altro messianesimo religioso che vede nelle nostre terre nuove occasioni di conquista. Purtroppo, mentre le religioni e le ideologie sono attivamente propagandate, altrettanto non avviene per il pensiero libero. Questo è frutto di una conquista individuale e può essere perso in ogni momento se non è sostenuto da una adeguata cultura e determinazione. E' necessaria una nuova consapevolezza a sostegno delle società secolarizzate per evitare che nuovi fanatismi conquistino le coscienze appena liberate.


DISORIENTAMENTO
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L'abbandono del mondo abituale e la caduta delle figure che ci ispiravano fiducia ci portano ad una condizione di disorientamento. Possedere un'immagine del mondo certa, ordinata e ricoprirvi un ruolo soddisfa fondamentali esigenze psicologiche. Una visione del mondo unitaria e coerente è rassicurante e stabilizza l'equilibrio emotivo. Con il disincanto perdiamo tutto questo. Perdiamo i riferimenti che prima ci sostenevano e ci rassicuravano. Il risveglio ci porta un mondo strano che fatichiamo a riconoscere, un mondo diverso da quello che abbiamo lasciato. Le cose sono sempre le stesse, ma il nostro modo di vederle cambia totalmente. Abbiamo perso i vecchi riferimenti, ma non abbiamo ancora acquisito quelli nuovi. Non siamo ancora in grado di rapportarci con la realtà. Con la caduta delle sfere celesti, il mondo torna ad essere caotico, privo di senso, preda di forze mostruose.

Anziché gradevole, la libertà ritrovata si rivela presto uno spazio sconfinato, dalle dimensioni disumane, che ci dà vertigine e che ci paralizza. Molti intellettuali anche di formazione secolare provano nostalgia delle antiche certezze. M. Horkheimer, in "Eclisse della ragione" (6), rimpiange la perdita della ragione oggettiva, verità certa e riconosciuta da tutti, fondamento nei tempi passati di ogni etica. Essa fu distrutta dall'avvento della borghesia e del capitalismo. Egli rimpiange la verità religiosa, quella "Verità" sulla quale è però stato costruito il castello di carte che ci ha tenuto prigionieri per millenni.

Come buttati fuori dal nido, si è attoniti, disorientati, si avverte come un pericolo incombente dal quale è necessario proteggersi, ma non si sa come. Di fronte a questa situazione, alcuni si rivoltano contro quelli che li avevano ingannati, altri finiscono in uno scetticismo sistematico, altri ancora sviluppano una credulità massima. Essi hanno perso la capacità di dare un senso alle cose e sentono forte la necessità di rimediarvi. Essi hanno un tale bisogno di una nuova Verità che si attaccano al primo appiglio che trovano. Soffrono del problema del senso e di questo profittano schiere di guru, psichiatri, profeti e maghi.

Un'altra forma di disorientamento è quella conosciuta come nichilismo. Con questo termine, si intende la condizione di chi non crede più in nulla, non possiede più alcuna certezza, nessuna verità, nessun valore. La maggior parte della gente non si trova affatto bene in questa condizione e cerca di fuggirla. Nelle nostre società, orfane delle certezze ed abbandonate dagli dèi, il nichilismo è molto diffuso e viene considerato da molti un vero e proprio flagello. Alla diffusione del nichilismo contribuirono anche quei marxisti che si proponevano di conquistare l'Occidente prendendone il controllo della cultura, degli intellettuali, dell'educazione e dei mezzi di informazione. La consegna era quella di ottenere l'Egemonia Culturale della Classe Operaia. Faceva parte di questa strategia la demolizione dei valori su cui queste società si basavano e si basano. Questa guerra culturale ha ottenuto molti dei propri obiettivi, tanto che ancora oggi molti in Occidente sembrano "odiare se stessi", non riconoscendo più nulla né nel proprio passato né nel proprio presente che valga la pena di essere difeso e magari proposto ad altri.

Questa campagna di controcultura non travolse soltanto concetti come il nazionalismo (e questo fu in gran parte cosa positiva), ma anche quello di patria, le nostre tradizioni e perfino i concetti di pluralismo, di libertà e di democrazia ai quali vengono contrapposti acriticamente sistemi di valore e religioni appartenenti ad altri popoli. Questa attività autodistruttiva continua ancora oggi e qualsiasi cosa sembra andare bene purché sia diversa dal nostro sistema di valori e possa contribuire a demolirlo. Lo stesso cristianesimo subisce attacchi sconsiderati spesso proprio dagli stessi ambienti che hanno aggredito i valori delle nostre società e che ora nutrono forti sentimenti antiamericani, antisemiti, antioccidentali, etc. Per arginare questo nichilismo, credo che sia importante rivalutare i fondamenti su cui si basano le nostre società.

Purtroppo, in Occidente molta gente è ancora alle prese con il nichilismo. Essa non è stata educata a gestire questa situazione di vuoto e tende ad adottare una nuova verità al più presto possibile, una nuova certezza che sostituisca quella perduta, ma basta pensarci un po' che si capisce bene come la sostituzione di un'ideologia con un'altra non risolva proprio niente e ci lasci esattamente al punto di partenza. Un'altra soluzione consiste nell'uso di psicofarmaci o stupefacenti per controllare l'ansia da perdita di senso. Non occorre spendere altre parole per far capire come queste soluzioni non portino da nessuna parte.

In questi tempi, diversi esponenti islamici sostengono che l'Europa soffrirebbe di un "vuoto spirituale" e che i suoi abitanti sarebbero ormai maturi per abbracciare l'islam, il quale neanche a dirlo darebbe risposta ad ogni esigenza umana. Essi insistono sulla supposta capacità di quella religione di regolare non solo le faccende dello Stato, ma anche ogni momento della vita quotidiana degli individui canalizzandola in una serie di rituali e di pratiche superstiziose. Questo viene gradito da parte di tante anime smarrite e a volte il richiamo di questi leader viene purtroppo ascoltato. Ecco dunque il nichilismo costituire uno dei punti deboli dell'Occidente, la breccia attraverso cui penetra un rinnovato pensiero forte, ovviamente totalitario. 

La gente ha bisogno di aiuto per affrontare il problema del senso delle cose, ma non possiamo permettere che questo senso venga definito da sistemi di pensiero totalitari. Purtroppo, le nostre società non possiedono più una Verità su cui fondarsi, ma sono costrette a vivere nell'incertezza. La grande parte della gente non ha studiato filosofia e non possiede gli strumenti per affrontare efficacemente questo problema. Solo una minoranza l'ha fatto e anche questa minoranza spesso ne è venuta fuori confusa e tutt'altro che in grado di gestire l'incertezza metafisica in cui vive. Solo pochi di loro sono in grado di aiutare la gente a trovare il proprio senso delle cose. I filosofi devono dotarsi di un atteggiamento positivo e di un linguaggio comprensibile per potere aiutare i propri studenti e la gente comune a trovare la propria strada.

Il nichilismo non può essere dunque la soluzione, ma può essere un momento del passaggio ad una nuova forma di pensiero che, tra le altre cose, sarà in grado di difenderci dal nuovo incubo totalitario. Più avanti vedremo quale tipo di risposta sia possibile dare al nichilismo.


METAMORFOSI
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Dopo il disincanto, il problema fondamentale è che come abbiamo visto non si può sostituire l'ideologia caduta con un'altra. Non si può mantenere la stessa forma di pensiero, limitandoci a sostituirne i contenuti. E' proprio la forma che non va più bene. Non si può più pensare che si possa interpretare la grande complessità del reale per mezzo di una formuletta ideologica. Il pensiero unico, la cultura verticale, le chiavi di spiegazione universale non funzionano più: aprono porte finte di un universo immaginario. Occorre invece aprirsi al pluralismo delle idee e al confronto delle prospettive. Si tratta quindi di attuare una vera e propria metamorfosi. Questa operazione non può essere compiuta nel giro di pochi giorni da parte di adulti che possiedono già modalità consolidate di rapportarsi con il mondo, ma occorre del tempo. Il passaggio alla nuova forma di pensiero richiede dunque una trasformazione del proprio modo di pensare. Si tratta di un'autentica metamorfosi il cui esito non può essere conosciuto in anticipo. Come si può operare questo delicato passaggio? Bisogna procedere per gradi.


NUOVE FORME
IL DISAGIO DELLA LIBERTA'
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Come abbiamo visto, all'inizio la libertà ritrovata non è affatto rassicurante e neppure piacevole, ma è uno spazio vastissimo ed inquietante. La quantità di possibilità che ora ci si aprono davanti è tale da darci vertigine. Mentre prima eravamo prigionieri dell'unica soluzione ammessa, ora rischiamo di restare paralizzati davanti alla molteplicità delle possibilità che abbiamo a disposizione. La sicurezza si accompagna alle visioni certe del mondo, ma queste non ci piacciono più. Al contrario la libertà si accompagna all'incertezza, ma l'incertezza dà angoscia, quindi anche questa situazione ci piace poco. Siamo chiaramente di fronte ad una situazione senza via d'uscita. Per fortuna, come spesso accade nei labirinti, un corridoio nascosto si offre a chi lo sa vedere e anche nel nostro caso questo corridoio esiste, ma appunto non siamo ancora in grado di vederlo.

Per riuscire a scorgere questo corridoio, è necessario assumere un punto di vista diverso, saper osservare la situazione da una nuova prospettiva. Purtroppo, questa nuova prospettiva non è disponibile immediatamente, ma occorre conquistarla un po' alla volta. Nel frattempo, quello che si può fare è rafforzare la propria personalità perché impari ad affrontare con coraggio questa situazione, perché si abitui a vivere in un mondo apparentemente privo di senso nel quale gli oggetti ci appaiono multiformi e misteriosi. Più importante ancora è l'educazione a gestire questa situazione, imparare a compiere delle scelte. Come ho detto, quello che all'inizio preoccupa di più è la difficoltà di operare delle scelte di fronte al grande numero delle alternative possibili. In realtà, è possibile scegliere e lo faremo in base ad un confronto delle principali alternative ed in base al nostro modo di essere.

Un po' alla volta, dopo avere compiuto le proprie scelte fondamentali nei vari campi del sapere e delle attività umane, la libertà non sarà più quella assoluta, che assomiglia tanto alle precedenti forme autoritarie, ma diventerà una libertà più circoscritta e gestibile, diventerà il nostro spazio di vita, la nostra casa. Mentre prima erano altri a conferire senso al mondo, adesso è compito nostro farlo e lo faremo tenendo conto del nostro modo di essere, delle nostre convinzioni, dei nostri valori, etc. La libertà diventerà lo spazio nel quale ci esprimiamo e nel quale vivremo cercando di raggiungere un equilibrio ed una serenità dell'animo.

Alla fine di questo processo, quando avremo imparato ad usarla, la libertà che prima ci spaventava diventerà un bene prezioso e l'incertezza che ci angosciava diventerà un valore perché è il presupposto della libertà e perché impareremo che il pluralismo dei punti di vista ci darà un nuovo modo, più completo e di gran lunga più affascinante di vedere le cose. E' a questo punto che il famoso corridoio nascosto si aprirà alla nostra vista. Si aprirà quando la libertà non ci farà più paura, ma la desidereremo ardentemente come lo spazio della nostra vita e quando l'incertezza non ci angoscerà più, ma la vedremo come la condizione necessaria della libertà. Sarà a questo punto che quella che prima era una via senza uscita si aprirà, trasformandosi nella strada che ci porterà fuori dal Labirinto.

In questo paragrafo vi ho anticipato come arriveremo a questa nuova prospettiva, ma non ci siamo ancora realmente arrivati. Per farlo, è necessario compiere un cammino di conquiste progressive verso la nuova forma di pensiero ed è di queste che parleremo nella parte successiva di questa analisi.


UNA CONOSCENZA ORIZZONTALE
IL QUADRO DEL SAPERE

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Che cos'è un quadro del sapere? E' una sorta di mappa nella quale al posto delle nazioni sono indicate le principali discipline del sapere umano, ne sono definite delle relazioni e i relativi ambiti di competenza.

Le religioni, le ideologie e gli altri sistemi di pensiero hanno composto ciascuno un proprio quadro del sapere umano ed in esso è quasi sempre possibile individuare un principio ordinatore che struttura e gerarchizza le conoscenze. In questi quadri, alcune conoscenze sono considerate di importanza fondamentale e da esse vengono fatte dipendere tutte le altre, che ne sono anche profondamente influenzate. Ecco i quadri teologici della conoscenza, quelli materialistici, etc. Questi modi di organizzare il sapere si sono riflettuti anche a livello bibliotecario dove, al posto della filosofia, nelle biblioteche di certi stati c'era (o c'è) la teologia, in altre il marxismo (figura14), etc. Anche là dove si ammetteva l'esistenza di numerose discipline della conoscenza, ad esse non veniva riconosciuta alcuna autonomia, ma venivano subordinate a quella sapienza che era considerata superiore e che fondava tutte le altre. E' stata per esempio esperienza comune constatare come il marxista riconducesse invariabilmente ogni evento storico e perfino culturale a fattori economici, in altri casi la disciplina fondamentale era considerata la religione.

 

 

Anche l'islam ha un proprio quadro del sapere. Tariq Ramadan, nel suo libro: "L'Islam in Occidente" (11), mostra una classificazione islamica medioevale del sapere e poi ne propone una propria. Quella medioevale sembra occuparsi esclusivamente di saperi derivanti dal Corano e dalla tradizione profetica. Quella di Ramadan invece menziona anche le discipline scientifiche. Essa è organizzata per cerchi concentrici.

Secondo questo autore (11, pag. 87), "I diversi cerchi rappresentano i diversi gradi di vicinanza che le diverse scienze possono avere rispetto alle fonti scritturali. Così quelle che erano tradizionalmente definite «islamiche» sono naturalmente nel primo cerchio; le scienze umane dove il margine di interpretazione, di soggettività e di orientamento ideologico può essere ritenuto considerevole stanno sul secondo cerchio (una certa concezione del mondo può influenzare la loro pratica); le scienze esatte si trovano sull'ultimo cerchio poiché le loro metodologie sono in effetti totalmente autonome e sono legate al quadro imposto dall'oggetto di studio. Il messaggio universale e inglobante dell'etica islamica si irradia sull'insieme delle scienze senza distinzione, invitando alla coerenza morale, ma non confonde quest'ultima con l'autonomia dei metodi scientifici (in sé moralmente neutri)."

Il rapporto di subordinazione della scienza nei confronti dell'islam è evidente: la scienza è sì autonoma nei propri metodi di conoscenza, ma le conoscenze prodotte sono sottoposte all'etica islamica. Seppur con gradi diversi, questo atteggiamento lo si ritrova presso le altre religioni ed ideologie. Tipicamente, questi organismi aspirano al controllo delle società e del sapere: si riconosce una autonomia metodologica alle scienze, ma le si subordina dal punto di vista etico. Questo vuol dire che i fini da raggiungere sarebbero fissati dalla religione, mentre i metodi sarebbero lasciati alla scienza. Anche i giudizi di valore, la definizione di ciò che bene o male, etc. dipenderebbero dall'etica religiosa. Non c'è nulla da meravigliarsi, la subordinazione della scienza da parte di questi sistemi di pensiero autoritari la possiamo dare per scontata, tuttavia questo non vuol dire che questa impostazione debba essere accettata! Non a caso in molte società, le religioni e le ideologie si danno da fare per ottenere che i propri punti di vista vengano tradotti in leggi, ma spesso questo viene contrastato dalla società civile (associazioni, movimenti, partiti, governo, sindacati, etc.) e le leggi rispecchiano punti di vista molto diversi, come per esempio avviene nelle società che hanno legalizzato il divorzio e l'aborto.

L'aver accettato l'autonomia metodologica delle scienze è già un passo avanti. Bisogna però vedere se questa accettazione si traduce in pratica o se non resta invece una mera dichiarazione di principio, mentre nella pratica si continua a negare l'evoluzione degli esseri viventi, sostenere che la Terra sia piatta e che il Sole le giri intorno, negare le teorie scientifiche sulla formazione dell'Universo e sostenere la sua creazione in 6 giorni da parte di Dio, etc.

Il quadro del sapere di chi dispone del pensiero libero riflette la sua intima incertezza metafisica. Questo quadro del sapere manca del principio unificatore. Di conseguenza, ogni disciplina ha i propri metodi, la propria autonomia e tutte vivono in un contesto pluralista, pubblico e aperto, in un confronto continuo con la società, gli esperti e con un'opinione pubblica che è ben attenta a che le diverse discipline mantengano corrette relazioni fra di loro.

Nelle società occidentali, i problemi morali posti dalla scienza non sono regolati dal clero, ma da comitati etici nei quali sono rappresentati i diversi punti di vista, secolari e religiosi. Dal punto di vista etico, i singoli individui si rapportano alla scienza per mezzo del loro libero giudizio, che comprende anche le loro personali convinzioni e valori. Noi ci auguriamo che questo venga fatto nel quadro di un "pluralismo individuale", esaminando ogni problema da differenti punti di vista. Vedremo meglio questo argomento più avanti. Nonostante le dichiarazioni delle religioni di rispettare l'autonomia della scienza, esse continuano a cercare di subordinarla, di condizionare le leggi dello Stato e la vita dei cittadini.

Una volta capiti i limiti dei quadri del sapere gerarchizzati e autoritari, possiamo esaminare un quadro nel quale le diverse discipline siano disposte "alla pari", senza che una di esse possa gestire tutte le altre. Come primo passo nell'acquisizione della nuova forma di pensiero, tracciamo quindi anche noi un quadro generale del sapere umano, più o meno un mappamondo che ci permetta di osservare le diverse regioni e di collocarvi le informazioni che raccogliamo. Questo quadro è necessario per organizzare le nostre conoscenze e per sapere dove ricondurre le notizie che ci arrivano senza che vengano alterate in qualche modo dal sistema stesso. Ci serve inoltre per poter osservare la realtà da diverse prospettive. Infatti, ciascuna di queste regioni corrisponde anche ad un punto di vista diverso dal quale osservare la realtà. Per esempio il punto di vista psicologico e quello economico.

Come abbiamo visto, occorre tenere sempre presente che esiste una propensione di queste discipline di considerarsi dei saperi totali e a sconfinare nel campo delle altre. La nostra carta geografica serve anche a definire il territorio di ciascuna disciplina, per avere un'idea dei diversi punti di vista e per contrastare i loro sconfinamenti.

Un esempio di sconfinamento è quello della religione nel campo della biologia quando sostiene la creazione divina degli organismi viventi, ne nega l'evoluzione e vede nei fossili niente altro che delle prove di creazione compiute da Dio. A questo proposito, un mio collega ingegnere sosteneva che la filosofia sarebbe ormai da tempo tramontata, sostituita in tutto e per tutto dalle differenti discipline scientifiche. Altrettanto poteva dirsi della religione, etc. Praticamente si salvava solo la scienza. Pur nutrendo la massima stima per la scienza, non ho mai potuto condividere un simile punto di vista scientista. Vedremo più avanti come invece la filosofia, e non solo, sia da considerarsi tutt'altro che superata. Le discipline del sapere hanno ciascuna un modo particolare di vedere le cose ed è proprio in virtù di questa loro diversità che possiamo scorgere gli oggetti della nostra attenzione nella loro complessità.

Evidentemente non basta semplicemente sapere quali siano queste discipline, bisogna anche conoscere i fondamenti epistemologici di ciascuna, vale a dire come esse siano nate e si siano sviluppate, di cosa si occupano, che metodi di conoscenza usano, etc. In certi casi, possono bastare le descrizioni fornite da enciclopedie, dizionari specializzati, testi introduttivi. Anche in questo caso, confrontate quello che dicono diverse fonti. Un autore è spesso parziale, quindi il confronto continuo di ciò che dicono autori diversi sullo stesso argomento è essenziale per capire veramente il problema.

Lo scopo di questa analisi non è quello di giungere a una sistemazione unitaria e definitiva delle scienze. Si tratta piuttosto di ottenere, come si è detto, una base di partenza per tracciare collegamenti tra i vari punti di vista, per effettuare confronti che ci permettano di uscire dall'organizzazione specialistica o ideologica della conoscenza.

Nel tracciare questo quadro della conoscenza, per le discipline scientifiche ho adottato sostanzialmente lo schema di Rudolph Carnap, mentre per quelle non scientifiche ho seguito un criterio cronologico di apparizione (figure 15, 16, 17, 18).

In realtà, il quadro che propongo non è completamente imparziale. Come vedrete più avanti, assegno infatti un'importanza maggiore alla scienza, alla filosofia e alla letteratura. A differenza dei sistemi di pensiero autoritari, queste discipline ammettono il dibattito pubblico, sono libere e aperte. Questa è dunque una scelta precisa che va nella direzione di liberare la conoscenza dai condizionamenti esterni. Queste tre discipline non devono servire a gerarchizzare le altre, ma devono essere utilizzate in modo laico e rispettare l'autonomia di tutte.


SUDDIVISIONE DEL SAPERE
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REALTA' E CONOSCENZA
Distinguiamo per prima cosa la realtà dalle immagini che ci facciamo di lei e che costituiscono appunto la conoscenza. Infine distinguiamo la conoscenza dalle attività non conoscitive.

SCIENZA E NON-SCIENZA
Dalle meditazioni con le quali l'uomo nel corso della storia ha cercato di comprendere il mondo, sono sorte numerose descrizioni. Possiamo suddividere l'insieme di queste rappresentazioni, o conoscenza, in: miti, religioni, filosofie, ideologie, scienza moderna.

In considerazione dei successi e dell'importanza della scienza moderna, in questa mappa della conoscenza le conferiamo uno spazio importante, per quanto non esclusivo. Suddividiamo dunque l'insieme delle descrizioni del mondo in scienza e ciò che non è scienza (fig. 15).

 

 

Caratteristico della scienza è di cercare nella realtà gli indizi per spiegarla più di quanto facciano le discipline non scientifiche. Infatti, il mito spiega i vari fenomeni naturali e gli eventi storici per mezzo di racconti, la religione facendo ricorso ai poteri soprannaturali degli dèi, la filosofia per mezzo della ragione. La scienza, invece, si basa sull'osservazione diretta della realtà, su esperimenti e cerca cause naturali (e non sovrannaturali) per descrivere ciò che avviene nel mondo che ci circonda.

Possiamo descrivere schematicamente la scienza come un metodo di conoscenza basato sull'esperienza e guidato dalla ragione. Nel corso di questi esperimenti, si eliminano i fattori che confondono il fenomeno che si cerca di capire, ci si sforza di individuare gli eventuali rapporti di causa-effetto e si misura la dipendenza di certe grandezze da altre. Nel metodo scientifico, trovano un ruolo tanto le attività pratico-sperimentali, quanto l'inventiva (nella formulazione di ipotesi da sottoporre a prova), quanto la matematica (nella messa a punto di modelli quantitativi). Una caratteristica importante del metodo scientifico è il suo carattere pubblico, in virtù del quale ogni ipotesi o teoria deve poter essere liberamente discussa.

Come possiamo distinguere fra ciò che è scientifico e ciò che non lo è? Per potere essere considerata scientifica, una legge deve poter essere controllata anche da altri scienziati. Deve quindi essere formulata in modo tale, da poter essere verificata da altri ricercatori, riproducendo le stesse condizioni sperimentali di colui che l'ha enunciata per primo, oppure anche per mezzo di altri sistemi.

Il termine "verificata" non è però quello più adatto. Infatti, è facile trovare conferme ad una affermazione, ma nessuna di loro può confermarla in modo conclusivo. Per illustrare questo principio, Karl Popper fa un esempio: uno scienziato che veda dieci cigni bianchi, potrebbe sentirsi autorizzato ad affermare che tutti i cigni del mondo siano bianchi. Tuttavia, se anche l'undicesimo cigno che egli vede fosse bianco, la sua legge non verrebbe per questo provata in modo conclusivo. Al contrario, se l'undicesimo cigno fosse nero, la sua legge sarebbe falsificata in modo conclusivo ed egli dovrà riformulare la sua legge in modo da considerare anche i cigni neri.

La falsificabilità è attualmente ritenuto il criterio di demarcazione fra scienza e non-scienza, nel senso che vengono ritenute scientifiche solo affermazioni che possano essere sottoposte a prova sperimentale e che siano formulate in modo tale da poter essere falsificate.

La caratteristica delle affermazioni scientifiche è dunque quella di poter essere falsificata da ulteriori osservazioni. Invece, affermazioni come quelle che vengono fatte spesso nel campo religioso, nel paranormale, nell'astrologia, nella psicanalisi e in altri campi, non sono falsificabili quindi non possono essere ritenute scientifiche. Queste affermazioni potrebbero anche corrispondere al vero, ma non essendo confutabili con prove sperimentali non possono rientrare nel campo della scienza. Le affermazioni che non si prestano ad essere sottoposte al metodo sperimentale si prestano invece molto bene a discussioni senza fine e ad imbrogli. Chi vuole avere maggiori chiarimenti su questo argomento, può fare riferimento alle opere di K. Popper.

 

 

Facciamo dunque rientrare nel gruppo non-scientifico (figura 16) la magia (basata sulla credenza animistica che ogni cosa sia dotata di uno spirito, buono o cattivo) e il paranormale (basato sulla credenza che l'uomo possieda poteri particolari che in qualche modo infrangono leggi fisiche conosciute), il mito (racconti più o meno fantastici), la religione (credenza nell'esistenza di dèi e della loro influenza sul mondo), l'arte (interpretazione soggettiva della realtà), la filosofia (indagine razionale sull'uomo e sulla natura), infine l'ideologia (sistema teorico per il controllo sociale) e la psicanalisi (teorie per la spiegazione del comportamento umano). Ci sono molte altre discipline che per semplicità non ho considerato. Per esempio l'astrologia (basata sulla credenza di legami fra gli astri, gli eventi terreni e il destino degli uomini) e l'alchimia (pratiche tra il magico ed il chimico per ottenere determinati risultati).

La scienza conta al proprio interno numerose discipline (figura 17). Esse possono essere ripartite in formali e reali. La suddivisione in astratte ed empiriche è equivalente.

 

 

SCIENZE FORMALI
Hanno come oggetto determinate costruzioni del pensiero all'interno delle quali è possibile produrre affermazioni dimostrabili sulla base dei postulati e delle regole convenzionali che ci si è dati. Esempi sono la logica, la matematica, la geometria, i giochi.

SCIENZE REALI
Contrariamente alle precedenti, si rivolgono alla realtà sensibile. Producono affermazioni che possono essere messe alla prova dell'esperienza.

SCIENZE FISICHE E BIOLOGICHE
Le scienze reali si suddividono in fisiche, che hanno per oggetto la natura inanimata, e biologiche, che studiano la natura vivente.

BIOLOGIA E SCIENZE DEL COMPORTAMENTO
La biologia si occupa dei processi che producono la vita, della descrizione e classificazione degli esseri viventi, del loro comportamento, della loro evoluzione.

SCIENZE DEL COMPORTAMENTO
Questo settore della biologia si può suddividere nello studio del comportamento animale (etologia) e del comportamento umano (scienze dell'uomo).

SCIENZE DELLA NATURA E SCIENZE DELL'UOMO
Abbiamo inserito lo studio dell'agire umano nella biologia, e va bene. Spesso però si trascura questa appartenenza e si distingue fra scienze della natura (dalla matematica all'etologia) e scienze dell'uomo (storia, economia, arte, etnologia, etc.). Questa distinzione si affianca alla precedente. Tuttavia, lo studio filogenetico della nostra specie ha evidentemente larghe sovrapposizioni con le scienze naturali. La suddivisione fra scienze della natura e scienze dell'uomo viene spesso percepita come qualcosa che riflette la stessa realtà, mentre non è altro che il frutto della nostra classificazione delle discipline della conoscenza. In questo modo purtroppo, il mondo animale viene nettamente distinto da quello umano, i nostri profondi legami con gli animali vengono recisi.

 

 

CULTURA UMANISTICA E CULTURA SCIENTIFICA
Un'altra profonda divisione che attraversa la nostra cultura come una faglia geologica è quella fra la cultura umanistica e quella scientifica. Anche questa contrapposizione non riflette nulla di reale, ma soltanto una caratteristica del nostro sistema educativo che vede tradizionalmente separati i percorsi scolastici di tipo umanistico da quelli di tipo tecnico-scientifico. A causa dell'insegnamento per compartimenti stagni e a causa della divisione sociale del lavoro, che vede gli studiosi prigionieri della propria specializzazione, questi due schieramenti si mantengono sostanzialmente separati, comunicano poco fra di loro e spesso mostrano divergenze di opinioni. Di conseguenza, anche questa separazione finisce per apparire una caratteristica della stessa realtà, mentre una formazione di base più equilibrata consentirebbe di superare questo problema. Nel nostro approccio orizzontale della realtà, questa divisione è totalmente priva di senso, tuttavia, essendo una realtà sociale, ne dovremo tenere conto.

SCIENZE PURE ED APPLICATE
Nella figura 17 sono riassunte le principali suddivisioni della scienza. Queste suddivisioni sono estremamente generali. Ciascuna di queste è a sua volta ripartita in una molteplicità di discipline minori, ma ancora di grandissima estensione. Ricordiamo infine che le singole discipline possono essere pure o applicate, si incontrano con le tecniche e le arti e danno luogo alle attività produttive.

Alla fine di questo paragrafo, è necessario ricordare l'esistenza di numerosi "sistemi di conoscenza"o discipline, ciascuno dei quali ha propri postulati ed i propri metodi di lavoro. Questi sistemi producono conoscenze ed affermazioni spesso discordanti e che bisogna imparare a gestire.

LA LOTTA DELLE SAPIENZE
Per propria condizione esistenziale, l'uomo possiede determinate necessità alle quali cerca di dare delle risposte. Non si tratta solo di necessità materiali quali nutrimento, salute, sopravvivenza, ma anche del bisogno di comprensione del mondo, della coerenza di queste spiegazioni, di sicurezza psicologica, etc. Ogni disciplina che abbiamo richiamato dovrebbe occuparsi del proprio campo di problemi, ma come abbiamo visto esiste una loro tendenza a sconfinare e ad invadere il campo altrui, per proporsi a risolvere ogni problema e a soddisfare ogni necessità umana. Da questa pretesa di controllare ogni aspetto della vita umana, si origina il totalitarismo che caratterizza talune organizzazioni. La lotta per il potere fra queste visioni del mondo continua ancora oggi e la si può facilmente rintracciare anche nel gioco delle informazioni che ci arrivano. Sono soprattutto religioni ed ideologie a contendersi il ruolo di guida del comportamento umano. Nelle società più sviluppate, la scienza e la filosofia svolgono funzioni analoghe, senza però cercare di subordinare gli uomini. Siamo tornati per un'altra via al tema del riduzionismo per mezzo del quale determinati sistemi si propongono di spiegare ogni cosa e di controllare le menti.

In realtà, non bisogna pensare che a muoversi in questo senso siano soltanto questi sistemi, perché spesso sono le stesse persone che, di fronte alla complessità della realtà che le circonda e alla difficoltà di capirla, vanno alla ricerca di qualcosa che dia loro tutta una serie di risposte. Esse non si accontentano solo di qualche risposta, ma vogliono sapere com'è fatto il mondo intero, non solo, ma questa immagine dev'essere anche rassicurante e coerente, quindi esse cercano risposte ampie e sistematiche. Dunque, spesso è proprio la gente che va alla ricerca di una religione o un'ideologia per ottenere un sistema coerente di spiegazione del mondo. Tuttavia, le risposte complesse sono difficili da capire e da gestire, questo spiega la fortuna delle formule semplici, ma capaci di spiegare tutto quello che ci circonda.

Non contenta delle spiegazioni universali, la gente vuole anche una tutela. Per legare più saldamente a sé questi naufraghi, tali sistemi spesso offrono loro una comunità nella quale trovare amicizia, aiuto, la propria identità e a volte anche un lavoro. E' chiaro che in questo modo si creano comunità chiuse, separate dal resto della società. Con il tempo, queste comunità rischiano di contrapporsi fra di loro anche con violenza, com'è già successo nel passato e come sta avvenendo ancora oggi. Una delle sfide che dobbiamo vincere è quella di offrire soluzioni diverse a queste necessità.

Se i principali sistemi di credenze non si vogliono limitare ad una categoria di problemi, ma vogliono invece occuparsi di tutto, lo fanno nel tentativo di controllare interamente l'animo umano e di togliere di mezzo i saperi concorrenti. Essi sono mossi da volontà di estendere il loro potere e le loro azioni hanno quindi un valore politico. Queste sapienze non accettano dunque di essere disposte ordinatamente nel quadro della conoscenza, non accettano di essere rinchiuse in un recinto, ma vogliono controllare l'intero universo. Questo è quanto avviene normalmente, infatti molte discipline invadono il campo delle altre e numerosi quadri della conoscenza sono fondati su di una disciplina che esercita un primato su tutte le altre. Noi invece abbiamo costretto ciascun sapere in uno spazio limitato, quello che corrisponde al proprio dominio di competenza. Ora dobbiamo tenere ben presente che quello che abbiamo fatto è un importante atto di organizzazione del sapere, ma questi saperi non hanno nessuna intenzione di rispettare i confini che abbiamo assegnato loro, quindi dovremo lottare continuamente per farceli restare.

Il quadro della conoscenza è dunque uno strumento importante per muoverci all'interno del sapere e per ordinare le conoscenze. La descrizione delle suddivisioni della conoscenza è stata compiuta in modo estremamente semplificato. Occorre che ciascuno in modo autonomo definisca per ogni disciplina le sue origini storiche, l'oggetto a cui si rivolge, i metodi di conoscenza che impiega, il valore del suo studio per noi. In pratica i rispettivi fondamenti epistemologici. Questa operazione deve essere fatta almeno al riguardo delle principali discipline che compongono il quadro della conoscenza. Questa ricerca, compiuta direttamente costa un certo impegno, ma fornisce conoscenze di impiego continuo. Non si possono fornire a questo riguardo tante brevi formule. E' invece necessario che siano un frutto sudato.

Concludo ripetendo l'importanza di considerare l'esistenza di una molteplicità di discipline della conoscenza, ciascuna delle quali in grado di portare contributi conoscitivi dal proprio punto di vista, nessuna delle quali in grado di esaurire l'essenza di un oggetto, nessuna delle quali è in principio autorizzata ad assumere una funzione gerarchizzante. Si comincia ad intravedere l'importanza dell'osservare ciascuna cosa da una pluralità di punti di vista, ma svilupperò meglio questo tema più avanti.

I militanti di un sistema chiuso prendono le informazioni di parte come vere e le sistemano in un quadro gerarchizzato, mentre scartano quelle che giungono da fonti non riconosciute. Utilizzano poi le informazioni "vere" in modo partigiano, in una visione del mondo manichea: noi / loro. Di questa visione del mondo, fanno parte teorie del complotto immancabilmente ordite dagli avversari (es: la CIA ed il Mossad) e pregiudizi (es: antiamericanismo, antisemitismo, etc.).

A questo atteggiamento, contrapponiamo quello di chi prende in considerazione informazioni provenienti da prospettive diverse e le sottopone ad un esame critico che tiene conto anche della fonte. Il soggetto utilizza poi le informazioni nell'ambito di una visione del mondo pluralista e per scopi che egli avrà scelto liberamente, ma non a vantaggio di un sistema di pensiero autoritario. Teorie del complotto e pregiudizi vengono generalmente neutralizzati per mezzo di un esame scientifico e critico.


DAL SEMPLICE AL COMPLESSO
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La matematica viene usata per descrivere fenomeni naturali, ma non risente dei fattori fisici. Leggi fisiche stanno alla base della chimica, ma queste leggi non sono influenzate dalla chimica. La biologia è il prodotto di leggi fisiche e chimiche, ma le leggi fisiche e chimiche non sono influenzate dalla biologia. A sua volta la psicologia può trovare nella biologia importanti spiegazioni, ma la biologia non dipende direttamente da fattori psicologici. Come si vede, c'è una direzione precisa della causalità, che va dal semplice al complesso, ovvero dai livelli fondamentali a quelli derivati in questo ordine: matematica → fisica → chimica → biologia → psicologia → sociologia → storia. Di conseguenza, sul piano delle conoscenze, ci sono delle materie che precedono altre. Con questo criterio sono state ordinate le scienze nello schema descritto nella figura 17. Questo criterio indica una direzione precisa nell'organizzazione della natura in una gerarchia di sistemi.


I PIANI DELLA REALTA'
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Gli esseri viventi hanno un comportamento che non è interamente riconducibile alla matematica, alla fisica, alla chimica delle cui leggi sono il prodotto. Il cervello umano è formato da neuroni, ma il suo prodotto non sono altri neuroni, è il pensiero: qualcosa di completamente diverso.

Per analizzare questo tipo di problemi si usano spesso i termini di sistema e di elemento. Un atomo è un sistema i cui elementi sono i protoni, i neutroni e gli elettroni. Una molecola è un sistema i cui elementi sono gli atomi. Una cellula è un sistema i cui elementi sono le molecole, e così via secondo un processo nel quale i sistemi precedenti diventano gli elementi del sistema successivo. In questo modo, si forma una gerarchia di sistemi che ci porta verso gradi di organizzazione sempre maggiori.

Quello che però succede, quando si passa dagli elementi al sistema, è la comparsa di fenomeni e proprietà nuove ed inesistenti negli elementi. Con la sua formazione, il sistema conquista qualità nuove ed un grado di autonomia rispetto agli elementi che lo costituiscono. Per esempio, una cellula è composta da milioni di molecole, ma la vita di cui tale cellula è caratterizzata non è in alcun modo presente nelle singole molecole che la compongono. La vita è dunque un prodotto nuovo ed originale dell'organizzazione del sistema.

Si può ben dire che la cellula, come sistema, ha conquistato delle proprietà che non sono presenti negli elementi di cui è composta ed ha anche conquistato un grado di autonomia nei loro confronti. L'osservazione dei protozoi al microscopio rende molto chiaro questo concetto. Quando vedete un protozoo che nuota veloce, si ferma per roteare intorno a dei detriti, poi torna indietro, ha una reazione di fuga nei confronti di un organismo più grande, vedete qualcosa di più di un ammasso di molecole inerti; notate un comportamento, una sensibilità, delle preferenze. Mentre le particelle inanimate seguono la corrente, un protozoo la può anche risalire, nel suo comportamento dimostra notevole autonomia e libertà, proprietà che non hanno niente a che fare con le singole molecole di cui è formato quel microrganismo.

La mente è il prodotto dell'organizzazione di miliardi di neuroni, nessuno dei quali, preso isolatamente, dispone di pensiero e di coscienza. Infatti, ciascun neurone si limita a ricevere e ad inviare impulsi elettrici. Ancora una volta, passando dagli elementi al sistema, quindi dai neuroni al cervello, appare qualcosa di nuovo, in questo caso il pensiero, le emozioni, la coscienza.

Qui siamo di fronte a qualcosa di stupefacente. Si direbbe che l'organizzazione di elementi in un sistema provochi l'apparire di nuove qualità come per un atto genuinamente creativo. Qualcuno potrebbe vedere in questo la mano creatrice di Dio, altri potrebbero invece vedervi una stupefacente proprietà autorganizzatrice della materia, capace di originare la vita e lo spirito. In ogni caso, in questo modo compaiono autentici piani della realtà che prima non esistevano: la vita, il pensiero, la coscienza e tanti altri.

Procedendo dal semplice al complesso, dalle particelle elementari passiamo agli atomi, dagli atomi alle molecole, dalle molecole alle cellule, dalle cellule ai tessuti, dai tessuti agli organi, dagli organi alle funzioni. Alla fine il pensiero umano, pur essendo anch'esso prodotto da sistemi che rispettano le leggi matematiche, fisiche, chimiche, etc. non è più interamente riconducibile a questi fattori, ma possiede una propria autonomia. Quando Aristarco, contro ogni evidenza, concepì l'idea che il Sole fosse immobile, che la Terra gli ruotasse intorno percorrendo un'orbita circolare e che la Terra ruotasse intorno al proprio asse determinando il giorno e la notte, mostrò di possedere davvero una grande autonomia nei confronti dei fattori biologici che pure gli rendevano possibile la vita ed il pensiero. Non solo, ma dimostrò anche di sapere andare al di là delle semplici apparenze per cogliere la struttura dell'ambiente in cui viveva. Con il pensiero, il cervello umano dà prova di una autonomia e creatività che inutilmente si potrebbero cercare nei singoli neuroni o addirittura nelle molecole che li compongono. Quindi l'apparire di funzioni nuove interrompe, almeno in parte, il legame causale fra gli elementi ed il sistema. 

Organizzandosi secondo una gerarchia di sistemi, la materia ha dunque conquistato la vita, le percezioni, il pensiero, le emozioni e la coscienza. Si tratta di gradi di autonomia, autentiche dimensioni del reale che prima non esistevano. E' in questo modo che si sono determinati i differenti piani della realtà. Il piano della coscienza è uno dei più complessi.

Emile Boutroux e Nicolai Hartmann sono fra i primi a sostenere il determinarsi di ordini distinti di fenomeni passando da uno strato della realtà all'altro. Essi hanno anche sostenuto l'autonomia dei sistemi rispetto agli elementi sui quali pure si fondano e, con questo, la perdita della continuità del principio di causalità. E' peraltro questo processo che ha permesso alle diverse forme viventi di affrancarsi sempre di più dalle leggi fisiche, pur rispettandole. Un pesce è in grado di nuotare contro corrente e perfino di risalire delle cascate, mentre un bastone non ne è capace e segue passivamente la corrente.

Le singole materie quali la matematica, la fisica, la chimica, la biologia, la psicologia, la sociologia e la storia rappresentano dunque lo studio di piani della realtà diversi fra loro e largamente irriducibili gli uni agli altri ed a principi esterni.

L'atto di spiegare un sistema a partire dagli elementi, o quello di spiegare un fenomeno per mezzo di una disciplina "antecedente", viene definito riduzionismo. Il riduzionismo può essere un momento dell'analisi e dell'indagine scientifica al quale deve però seguire l'analisi del fenomeno compiuta sul suo stesso piano. Per esempio, il pensiero di una persona è in larga parte influenzato dal pensiero degli altri uomini. Per studiarlo, è quindi necessario porsi sul piano del pensiero (letteratura, filosofia, etc.). Se invece ci si ferma sul piano dei neuroni, non si capirà quasi nulla del pensiero.

Non si può spiegare la nascita di un'idea a partire dalla struttura dei neuroni, tanto meno lo si può fare a partire dall'analisi degli atomi che compongono le molecole di quegli stessi neuroni. La si capirà meglio esaminando le altre idee con cui il soggetto è venuto in contatto, quindi ponendosi sul piano del sistema esaminato. E' vero che lo studio dei neuroni e dei neurotrasmettitori può dirci qualcosa, ma non può spiegare interamente il pensiero. L'analisi del pensiero deve essere compiuta soprattutto sul piano delle idee, infatti le esperienze, la memoria, la cultura, le ideologie hanno un'influenza determinante sul comportamento dell'individuo, mentre i fattori biologici si limitano a creare e garantire l'esistenza del pensiero.

Ogni sistema produce una forma di autonomia. Tuttavia, esiste una forma di riduzionismo che non è provvisoria e che potremmo chiamare acritica o forte. Il riduzionismo forte nega l'autonomia dei sistemi e afferma il completo determinismo verso il basso. Quindi, quando in quella visione meccanicistica, viene preso in considerazione un sistema, si dà per scontato la sua completa dipendenza causale dai propri elementi. Secondo questo punto di vista, ogni evento che si produce in un sistema sarebbe interamente spiegabile in base alle proprietà degli elementi che lo compongono e non ci sarebbero comportamenti nuovi del sistema che non appartengano in qualche modo agli elementi. Non è raro trovare specialisti che incappano in questo tremendo errore, convinti che la loro disciplina sia in grado di spiegare qualsiasi evento. L'analisi riduzionistica va quindi fatta insieme con quella compiuta sul piano del sistema.

Per quanto possa sembrare strano, il riduzionismo è molto diffuso, anche se è destinato ad una fondamentale e sistematica incomprensione di ciò che vuole spiegare. Il riduzionismo acritico è in qualche modo inerente alla organizzazione verticale e specialistica del sapere. Anche l''ideologia compie l'errore del riduzionismo.

All'interpretazione specialistica ed ideologica si può contrapporre l'osservazione delle cose da tanti punti di vista disciplinari, secondo i differenti piani della realtà. Questo significa per esempio esaminare una cosa sotto il profilo matematico, fisico, chimico, biologico, ..., storico, artistico, filosofico, etc. La scelta dei piani della realtà dai quali effettuare di volta in volta queste analisi dipende dall'estensione dimensionale dell'oggetto da esaminare. Per esempio un sasso non ha la dimensione psicologica e parecchie altre.

Al termine di questa sezione, dove abbiamo visto come ogni piano della realtà, pur interagendo con gli altri, possieda una propria autonomia, diventa ancora una volta evidente come sia destinata al fallimento la pretesa delle ideologie di spiegare qualsiasi cosa sulla base di un solo principio, come quindi una chiave di spiegazione universale sia semplicemente impossibile e porti chi la usa ad una sistematica incomprensione della realtà. Al contrario, il pensiero deve essere abbastanza flessibile da accogliere senza resistenze gli oggetti della sua attenzione adattandosi alla loro natura.

Riconoscere la multidimensionalità della natura e la essenziale autonomia di ciascun livello è dunque importante non solo per la ricerca delle cause, ma anche e direi soprattutto per acquisire un modo di pensare non più riduzionista. Infatti, questa posizione ci fa comprendere il fondamentale errore del riduzionismo, ci orienta verso la ricostruzione dell'oggetto analizzato in un modo che ne rispetti la fondamentale autonomia e completezza. La comprensione dell'intima pluralità dei piani nei quali si articola la natura, dovrebbe porci al riparo dalle spiegazioni che pretendono di rinchiudere l'universo in un bicchiere e dovrebbe orientarci verso un modo di pensare appunto pluralista, consapevole della pluralità delle cause, dei piani della realtà e dei punti di vista.


INTERDISCIPLINARITA'
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Per definizione, uno specialista lavora all'interno di una determinata disciplina. Quando studia un oggetto, lo fa da un solo punto di vista che è quello disciplinare. Ma, come abbiamo visto, ogni oggetto costituisce la sintesi di numerose componenti naturali e in più raggiunge una propria autonomia. L'esame monodisciplinare riduce l'oggetto del proprio studio ad una sola componente, ne nega l'autonomia ed enfatizza il potere esplicativo dei propri principi. Il riduzionismo costituisce un atto di subordinazione dell'oggetto alla disciplina che lo studia, un vero e proprio atto politico. Chi invece voglia perseguire una conoscenza più autentica si deve sforzare di recuperare la pluralità dei punti di vista, l'integralità di ciascun oggetto e la sua autonomia.

La preparazione scolastica tende fare di noi degli specialisti e questo viene compiuto senza fornirci quelle conoscenze orizzontali che ci permetterebbero di raccordare la nostra disciplina alle altre, a congiungere i vari saperi gli uni agli altri e collegare fra loro i diversi aspetti della realtà. A causa di questa impostazione, si è stabilita una schizofrenia intellettuale in base alla quale l'uomo contemporaneo si è abituato a considerare le varie discipline come mondi distinti, isolati gli uni dagli altri, tanto che non gli passa nemmeno per la testa di interrogarsi sulla possibilità di stabilire delle relazioni fra queste "bolle".

Le discipline di carattere applicativo vertono su di un problema da risolvere od un prodotto da realizzare e a tale scopo fanno convergere specializzazioni fra loro lontane. Per esempio, l'architettura, la cibernetica e le biotecnologie si dispongono in senso trasversale rispetto agli specialismi. Quando, dunque, ci si concentra su di un oggetto complesso o su di un problema produttivo, tende a stabilirsi una convergenza di discipline. Nel mondo produttivo, coloro che svolgono questo tipo di azione vengono chiamati integratori.

Nel campo della ricerca scientifica, determinati problemi sono molto complessi e per il loro studio è necessario prendere in considerazione fattori di natura diversa. Questo è il caso degli studi sul clima della Terra. Per poter prevedere l'andamento del clima nel futuro, occorre rivolgerci anche al passato con numerose discipline, fra le quali astronomia, geofisica, geologia, glaciologia, paleontologia, paleobotanica. Una conoscenza tendenzialmente integrale porta ad un diverso rapporto con la realtà: dalla vecchia corrispondenza fra ambiti disciplinari e ambiti reali, a una distribuzione orizzontale, a strati, delle discipline sulla realtà. Insomma, un piatto di lasagne!

Normalmente le analisi riduzioniste procedono in senso verticale e scavano nel profondo. Proviamo invece a muoverci in senso orizzontale, un po' come gli antichi esploratori e navigatori. Questo è proprio quello che faremo e non sarà un viaggio banale. Il cammino orizzontale è molto fecondo: si provi a confrontare l'idea dell'uomo che si ottiene con lo studio della sola anatomia con quello che si acquista con lo studio insieme dell'anatomia, dell'antropologia, della filosofia, della storia, della sociologia, della politica, della psicologia, della letteratura, etc. Ma l'uomo non è che uno fra gli innumerevoli temi possibili di questo approccio orizzontale perché può esserlo ogni oggetto che ci circonda.


IL DIAGRAMMA DELLE CONOSCENZE INDIVIDUALI
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Che cos'è una conoscenza orizzontale? Mentre una conoscenza specialistica si riferisce ad un campo ristretto del sapere e si sviluppa in profondità (direzione verticale), una conoscenza orizzontale si sviluppa poco in profondità, ma si estende per un vasto campo del sapere. La direzione orizzontale è anche quella delle relazioni fra un argomento e l'altro.

Per sapere quale tipo di conoscenza disponiamo, possiamo esaminare la distribuzione delle nostre conoscenze. A tale scopo, tracciamo un diagramma: in orizzontale mettiamo gli argomenti, in verticale la quantità di conoscenze di cui disponiamo. Nella figura 20-A, gli argomenti seguono la successione già descritta a proposito della suddivisione del sapere. Il livello di approfondimento è diviso in tre gradini: 1° conoscenze introduttive (alcune centinaia di pagine), 2° conoscenze di base (alcune migliaia di pagine), 3° conoscenze specializzate (in linea di principio: tutto ciò che si sa al mondo su di un certo argomento).

Proviamo ora a tracciare su questo diagramma la distribuzione delle nostre conoscenze. Per ogni materia indichiamo con una colonna più o meno alta il livello con cui la conosciamo. Molto probabilmente otterremo una distribuzione simile a quella della figura 20-B.

Questo diagramma mostra una distribuzione piuttosto irregolare delle nostre conoscenze, rappresentata da colonne di altezza diversa. Queste colonne sono disposte in corrispondenza di materie scolastiche, qualcosa al riguardo della religione o ideologia; un picco, un po' più alto, in relazione al nostro mestiere, un altro riguardante un eventuale hobby, voragini per tutto il resto. Quello che è caratteristico di questa distribuzione delle conoscenze è l'esistenza di vasti spazi vuoti fra le colonne, che indicano la mancanza di collegamento fra le conoscenze.

Divertente, no? Purtroppo non altrettanto confortante! Il diagramma della figura 20-B è il ritratto di un'organizzazione specialistica della conoscenza, il frutto di una gestione a livello sociale del sapere, dove ciascun individuo dispone di un frammento di conoscenza che viene poi ricomposto a livello di sistema. La mancanza nell'individuo delle informazioni di collegamento fra le diverse "colonne" rende difficile, se non impossibile, mettere in relazione un sapere con l'altro e soprattutto capirne il senso, lo mantengono in condizioni di insicurezza, di minore consapevolezza e di maggiore manovrabilità. Possedere invece una distribuzione più continua delle conoscenze permetterebbe di uscire dal ghetto della specializzazione, di recuperare la capacità di collegare le conoscenze fra di loro e di ottenere una percezione più complessiva della situazione e del proprio ruolo. Un uomo libero dovrebbe invece saper ricomporre dentro di sé il senso delle proprie conoscenze ed azioni. Per raggiungere questo scopo, occorre modificare la distribuzione delle conoscenze nel diagramma.


RIEQUILIBRIO DELLE CONOSCENZE
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Fra le conseguenze negative dell'organizzazione sistemica, specialistica ed ideologica della conoscenza, figurano la chiusura in confini ristretti, la difficoltà nel comprendere il senso delle cose e delle proprie azioni. Infatti, chi si limita a svolgere il proprio lavoro senza interessarsi di ciò che sta fuori dal proprio campo, può non sapere neppure da chi verrà utilizzato il prodotto delle sue attività, né avere un'idea della sua utilità sociale, né delle conseguenze ambientali e vivrà come un emarginato. Per superare la divisione specialistica del sapere, occorre gettare dei ponti fra le diverse discipline, studiando le materie intermedie.

Per esempio, al riguardo della religione, si acquisterebbe maggiore capacità di analisi uscendo dalla propria dottrina, studiando le religioni del passato e quelle delle popolazioni primitive. Ci si renderebbe meglio conto anche del significato degli animismi, della magia, del politeismo e dei culti legati alla fertilità. Anziché considerare "pagani" i seguaci degli altri credi, si percepirebbe una unità di percorsi e di interrogativi, le cui risposte sono legate alle condizioni di vita dei popoli e alle loro antiche tradizioni.

Purtroppo, essere d'accordo sul punto di vista orizzontale non significa averlo raggiunto. Dobbiamo colmare quei vuoti che si stendono fra i picchi del nostro diagramma. Dobbiamo montare in groppa al cammello e avventurarci in quegli spazi deserti. E' proprio una distribuzione continua delle conoscenze che ci permette di tracciare relazioni fra ciascuna parte e le altre, e che ci rende possibile l'esame multidimensionale delle cose. Questo potrà essere fatto tanto più efficacemente quanto più estese saranno le nostre conoscenze e quanto più elevato sarà il loro livello generale.

In questo diagramma non si possono spostare le colonne in qua e in là, si può solo aggiungere qualcosa, e con fatica. Il modello ideale consisterebbe nell'ottenere una conoscenza di livello introduttivo su tutta l'estensione orizzontale del diagramma, cioè su tutte le discipline. Sarebbe inoltre necessario sostituire la colonna "ideologia" con la storia della filosofia, cosa che corrisponde ad osservare il panorama storico dei sistemi di pensiero umani. La storia della filosofia costituisce probabilmente il migliore esempio di cultura comparativa (vedremo più avanti). Di questa disciplina occorre raggiungere una conoscenza di base. Ancora una conoscenza di base dovrebbe esistere in corrispondenza della propria professione. La stessa cosa può essere fatta al riguardo di un argomento di libera scelta. La figura 20-C mostra questo schema ideale.

Osservando questo diagramma, si potrebbe pensare che le attività di ricerca richiedano uno sforzo limitato perché occupano una piccola superficie (linea punteggiata). In realtà questo diagramma ha l'asse verticale in scala logaritmica. Quindi, tanto per semplificare possiamo ritenere quasi equivalente lo sforzo per ottenere una conoscenza introduttiva su tutto l'arco delle discipline, oppure di base su di un solo argomento, oppure specializzata su di un tema limitato, oppure frutto di una campagna di ricerca. Questo tenendo conto dell'età e delle capacità via via superiori del soggetto conoscente.

Ognuno dovrebbe quindi studiare almeno a livello introduttivo le materie necessarie a colmare i vuoti tra le diverse discipline. Gli argomenti dovrebbero essere almeno i seguenti: astronomia-geologia, geografia, biologia, storia, storia della filosofia, storia dell'arte e dell'architettura, psicologia, sociologia, politica, religione e letteratura. La storia della filosofia è molto adatta a questo viaggio orizzontale, proprio per il suo prendere in esame una grande quantità di modelli di pensiero. Chi, per mancanza di tempo, non può impegnarsi ad affrontare tutti gli argomenti indicati prima, si legga almeno un testo di questo tipo (1, 2). Poiché i testi dei licei si interessano del pensiero occidentale, bisogna anche leggere un testo sulle filosofie-religioni orientali (per es. 3). Durante questo percorso orizzontale bisogna estrarre il profilo epistemologico di ciascuna disciplina (storia, oggetto, metodi di conoscenza). 

Fortunatamente, in molti casi queste materie sono già state studiate a scuola. Non si può definire quanto occorra imparare per colmare una lacuna. In questo completamento orizzontale, ognuno può raggiungere il livello che preferisce. In ogni caso, la capacità di osservazione orizzontale dipende dalla quantità di conoscenze possedute. In generale, i testi utilizzati nelle scuole medie superiori vanno bene.  Per persone di elevata scolarizzazione, l'acquisizione delle conoscenze necessarie si potrebbe limitare alla lettura, per alcune discipline, di una storia della disciplina e alcuni testi dei principali autori. Per uno studio più efficace e sistematico di queste materie, è utile farsi seguire da un professore di liceo, mediante lezioni private.

L'utilità di possedere una conoscenza orizzontale consiste nella possibilità di tracciare collegamenti fra ambiti differenti. Per esempio, il nostro comportamento di fronte a un certo stimolo o una certa situazione può essere spiegato dalla psicologia, ma se utilizziamo anche lo studio del nostro passato evolutivo, possiamo ottenere indicazioni che la psicologia da sola non ci avrebbe mai potuto fornire. Anche l'esame dello sviluppo storico di certe tecnologie che usiamo oggi (archeologia) ci fornisce preziose indicazioni, aggiungendo profondità inaspettate al nostro agire quotidiano. Per esempio, se quando scriviamo ritorniamo con la mente al lungo processo di invenzione della scrittura, all'evoluzione dei supporti utilizzati e all'evoluzione dei simboli, il nostro scrivere acquisterà una profondità che prima non aveva. Se, appunto quando scriviamo ci ricordiamo che la A deriva dal disegno della testa di un bue, la B da quello della pianta di una casa, la M da quello dell'acqua, la N da quello di un serpente, il nostro scrivere anche al computer perderebbe in banalità e riacquisterebbe un po' dell'antica magia. Se quando usiamo un accendino, pensiamo ai metodi che gli uomini primitivi usavano per accendere il fuoco, ci renderemmo conto della comodità di quell'attrezzo, delle abilità che dovevano avere i nostri predecessori per sopravvivere nei tempi remoti, di quanti sforzi sia costato all'umanità la conquista di quello strumento così banale, ma anche di come stiamo perdendo le abilità manuali per il ricorso a strumenti già fatti e semplici da usare. A questo punto, si capisce anche che più è approfondita la nostra conoscenza della storia di queste invenzioni maggiore è la profondità che il nostro attuale agire acquista.

La conoscenza anche introduttiva delle principali discipline del sapere ci offre dunque la capacità di tracciare importanti collegamenti fra ambiti diversi del nostro agire, ne arricchisce il significato e ne conferisce profondità. Soprattutto, ci apre i confini e ci mostra vasti orizzonti. Un altro scopo di questo capitolo era di mostrare la pluralità dei piani del reale e la molteplicità dei punti di vista dai quali può essere osservato. Era quello di rendere più evidente l'impossibilità di spiegare ogni cosa con un unico principio, come pretendono di farlo le ideologie e spesso anche le religioni. Anche questo è un passo per aiutare tante anime a fuggire dai labirinti in cui sono rinchiuse.


LA GESTIONE DELLE CONOSCENZE
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Dall'età di Gutenberg ad oggi, la quantità di informazioni prodotte è cresciuta esponenzialmente. Ai giorni nostri, i mezzi di comunicazione ci forniscono grandi quantità di informazioni. Chi va alla ricerca di informazioni specifiche e si reca in una biblioteca o in una libreria viene sepolto dai libri, per non parlare di quello che succede a chi si rivolge a Banche Dati o a chi naviga sui cyberflutti. Si tratta di notizie che provengono da ambiti diversi, come quello politico, religioso, scientifico, artistico, commerciale, etc.

Queste notizie sono spesso in contraddizione fra loro e versano in uno stato incoerente, nel quale ogni notizia vive per conto suo, separata da tutte le altre. Molti giovani d’oggi, che trascorrono gran parte del loro tempo libero davanti alla televisione e senza contatti con adulti, mancano di qualsiasi riferimento e la loro cultura è formata da programmi di intrattenimento, immagini, spot pubblicitari, film. Una montagna di informazioni, ma nessuna cultura, una discarica di notizie che giacciono alla rinfusa, senza nulla che sia in grado di collegare le une alle altre, nessuno strumento per mettere ordine in tale caos.

Questa situazione produce un disagio psicologico che a lungo termine è difficile da sostenere. Purtroppo, chi cerca di utilizzare le conoscenze e le informazioni di cui dispone per costruire un modello coerente della realtà, si trova alle prese con notizie contraddittorie, senza legami fra loro. Quindi il tentativo di mettere insieme le tessere di questo grande puzzle si risolve spesso in un fallimento che può avere come conseguenze un senso di frustrazione, ansietà e disorientamento.

Come abbiamo visto, esistono anche rappresentazioni già pronte, capaci di rendere conto dell'intera realtà e di mettere ordine fra tutte le informazioni. Queste sapienze non si limitano a rendere conto della realtà, ma si propongono anche come soluzione di tutti i nostri problemi. Quindi, esse non soddisferanno soltanto il bisogno di mettere in ordine le nostre conoscenze in un quadro unitario, ma ci parleranno anche dell’aldilà, di ciò che è bene o male, degli scopi della vita, ci daranno conforto quando avremo paura, etc. Queste rappresentazioni preconfezionate sono alla continua ricerca di prede, mentre da parte sua chi non è riuscito a crearsi una visione del mondo coerente, sente forte il bisogno di una tutela psicologica, di una guida. Questi due soggetti sono proprio fatti l'uno per l'altro e spesso si legano in una stretta relazione.

Tutto andrebbe nel migliore dei modi se non fosse che nel mettere ordine nelle teste queste sapienze non facessero anche passare la loro visione del mondo. Esse non sono affatto neutrali, ma ci rendono prigionieri, ci parassitano. Le loro prede vengono normalmente trasformate in militanti e vengono mobilitate per propagare l’infezione.

Per evitare gli inconvenienti dell’organizzazione ideologica delle conoscenze, si potrebbe fare riferimento alla scienza, che almeno è più aderente alla realtà. La scienza è un mezzo di conoscenza che studia la natura con il metodo sperimentale. Il metodo sperimentale consiste nello studiare le cause degli eventi riproducendoli in laboratorio o isolandone i fattori. Mentre i primi greci spiegavano gli eventi con l'intervento degli dèi, i loro discendenti fondarono la scienza come un procedimento che cercava di spiegare la natura con fattori naturali e per mezzo della ragione. Questo ebbe l’importante funzione di emarginare il sovrannaturale dalla fisica, ma confinò la scienza nella natura. Come conseguenza, la scienza non può indagare l’aldilà, dal momento che per definizione esso è al di fuori della natura e non è raggiungibile né coi sensi né con strumenti. Per motivi simili, la scienza è scarsamente o per nulla competente anche nei campi della soggettività umana (l'arte) e della morale, quindi anche le emozioni, gli affetti, l’arte, il gusto, il giudizio delle cose e l'etica si sottraggono alla scienza. Di conseguenza, chi si affida alla scienza non avrà da questa risposte al riguardo di un importante settore di problemi.

Questa situazione non è sfuggita ai religiosi i quali hanno rivendicato una complementarità fra scienza e religione. Se infatti consideriamo la scienza bravissima nel descrivere come le cose sono e come si deve fare per intervenire sulla natura per ottenere certi risultati (Come Fare), la religione rivendica la sua capacità di intervenire proprio nei campi in cui la scienza si dichiara incompetente, quindi nel definire i fini dell'esistenza umana, che cosa è bene o male, come guadagnarsi il Paradiso, come comportarsi nella vita di tutti i giorni, etc. (Cosa Fare). La religione vuole anche giudicare il valore delle cose per l'uomo, intervenire nel giudizio artistico, etc. Tutto quello che ho detto qua a proposito della religione è valido anche per l'ideologia la quale è in competizione con la religione per dirigere la vita della gente.

A questo punto, dovrebbe essere chiara la ripartizione dei compiti: la religione si occupa dei fini, la scienza dei mezzi; la religione fa il cavaliere e la scienza fa il cavallo. Un incastro perfetto… purtroppo il cavallo non si lascia addomesticare! Infatti, in questo modo, la religione subordinerebbe a sé la scienza e si approprierebbe del suo prestigio. Il potere della religione aumenterebbe enormemente e nulla potrebbe più ostacolare il suo progetto di guidare l'intera umanità. Sfortunatamente per la religione, qui molti non ci stanno e non si tratta solo degli scienziati. Non ci stanno tutti coloro i quali hanno a cuore la propria libertà intellettuale e politica. Nelle società aperte, non ci sta la maggioranza della popolazione.

La religione cristiana si trova ad operare all'interno di società pluralistiche e non può quindi banalmente subordinare la scienza. Infatti, nelle società dove esiste una pluralità di punti di vista, a ciascun punto di vista, quindi anche alla scienza, viene riconosciuta una propria autonomia. Ciascuno di questi soggetti cerca di ottenere il maggior seguito possibile, cerca di influenzare i comportamenti della gente e le leggi dello Stato, operando all'interno di un vasto dibattito. Comunque, finché la società resterà pluralistica la subordinazione della scienza alla fede sarà difficile da ottenere e solo pochi ci crederanno. I cittadini delle società aperte si sono affrancati dalla tutela delle religioni e dalle ideologie e per affrontare i problemi che la scienza non può trattare, si affidano alla filosofia e alla letteratura. Si affidano anche alla conoscenza di se stessi, alla propria esperienza, all'esempio degli altri, al dibattito pubblico sui problemi. Il pluralismo, le istituzioni democratiche, la laicità sono quindi un ambiente adatto per il libero pensiero.

Presso altre società, le cose vanno diversamente e la religione o l'ideologia hanno subordinato la scienza e spesso anche la filosofia e tutti i sistemi di pensiero concorrenti. Esistono anche religiosi che vogliono rivedere le relazioni fra scienza e religione perfino nella laicissima Europa e negli USA, dove si è cercato ancora di fare entrare il creazionismo nelle scuole. Da parte loro, alcune autorità islamiche hanno sostenuto che le società occidentali sarebbero prive di spiritualità, preda del materialismo scientifico e dovrebbero essere sottoposte alla guida morale della loro religione. Altri hanno argomentato la necessità di islamizzare la scienza e più in generale l'intera conoscenza. http://web.mit.edu/mitmsa/www/NewSite/libstuff/nasr/nasrspeech1.html

In questa sezione abbiamo difeso la necessità di sistemare le informazioni secondo un metodo il più possibile libero da condizionamenti. Questo può essere fatto riconducendole alle discipline da cui provengono, alle fonti che le hanno prodotte. Per esempio, se si tratta di una notizia nata in un ambito artistico, non si deve ricondurla ad un punto di vista diverso come per esempio quello economico, ma va mantenuta nel sistema artistico ed occorre ordinare le notizie così com'è suggerito dall'organizzazione disciplinare di tale sistema. In parole povere, bisogna sempre tener presente l'origine dell'informazione. Quindi, nel momento della loro raccolta le informazioni devono essere riposte in modo ordinato, senza entrare nel merito proprio come farebbe un bibliotecario. Solo in un momento successivo esse possono essere giudicate e in questa sede si terrà conto anche della posizione ideologica dell'autore. In conclusione, non basta possedere delle conoscenze, bisogna anche saperle organizzare, altrimenti altri le organizzeranno per noi!

Ora abbiamo visto come raccoglierle ed organizzarle secondo un sistema meno ideologico possibile; nel prossimo paragrafo affronteremo il problema della valutazione delle conoscenze, del loro giudizio, quello della loro scelta e infine quello della loro organizzazione in un sistema comparativo. Facciamo tutto questo nella consapevolezza che molti saperi rivendicano la loro competenza a gestire la vita degli uomini e questo a causa del loro innato totalitarismo.


LA VALUTAZIONE DELLE CONOSCENZE
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Una prima grossolana valutazione delle conoscenze viene fatta fin dal primo contatto. In questo momento, scartiamo quelle irrilevanti e quelle palesemente false. Abbiamo raccolto le conoscenze meritevoli di attenzione e le abbiamo organizzate secondo uno schema enciclopedico. Prima o poi arriva il momento in cui è necessario utilizzarle. Si può trattare di problemi quotidiani, oppure di questioni più complesse riguardanti il nostro futuro. In ogni caso, non bisogna considerare problemi solo quelli di ordine pratico, ve ne sono anche di natura filosofica, che contribuiscono alla creazione della nostra visione delle cose, che ci aprono nuove prospettive, etc.

 

Cominciamo con il classificare le conoscenze secondo livelli di integrazione crescente (figura 21). Al primo livello mettiamo le singole percezioni, o conoscenze elementari. Con la loro integrazione, passiamo al secondo livello, dove incontriamo le conoscenze semplici: immagini degli oggetti osservati, ma anche idee, leggi scientifiche, notizie giornalistiche. L'integrazione delle conoscenze di secondo grado in un sistema coerente, ci porta al terzo livello, quello dei sistemi di pensiero. Ho già accennato a come questi sistemi siano abili nell'organizzare le conoscenze, ma sappiamo anche come essi utilizzino la loro capacità organizzatrice per esportare la propria visione del mondo e quindi per condizionarci politicamente. Con il terzo livello, siamo arrivati all'ultimo gradino generalmente conosciuto e praticato della scala dell' integrazione delle conoscenze.

Abbiamo già visto che le notizie prodotte da ambiti religiosi non riguardano solo temi religiosi, ma anche temi che non competerebbero loro. Nello stesso modo, un'ideologia si occupa di tutto: valuta le religioni (oppio dei popoli), la scienza (al servizio dell'imperialismo), etc. Ogni evento, dai più grandi ai più minuti viene valutato dalle differenti religioni ed ideologie. Questo non avviene per caso, ma per la necessità di ciascuno di questi sistemi di fornire un'interpretazione degli eventi ad uso interno e per proselitismo.

Mentre fino a poco tempo fa imperavano l'organizzazione medievale e quella verticale della conoscenza (livello 3), nelle quali ognuno deteneva l'unica idea di fondo che lo avrebbe guidato per tutta la vita, con lo sviluppo delle comunicazioni, a partire dall'invenzione della stampa, l'uomo comune ha cominciato a sperimentare la molteplicità delle idee e conseguentemente il loro disaccordo.

Abbiamo però anche visto come questo disaccordo, anziché favorire la rottura dei recinti ed il dissolvimento dei sistemi di pensiero chiusi, abbia spesso favorito proprio la ricerca del sistema "Vero". Infatti nella mente di chi lo cerca, trovare il sistema "Vero" significa riuscire a distinguere le notizie vere da quelle false e poter finalmente conoscere come le cose siano "in realtà". Trovare questo sistema significa eliminare il disaccordo delle notizie e la grande confusione che ne deriva. Purtroppo questa persona non si accorge di essere caduta in una trappola.

Quindi, niente paura se al fedele di una particolare confessione arrivano idee eterogenee, perché egli è già ben attrezzato per metabolizzare convenientemente tali notizie riportandole all'interno del proprio sistema senza che esse possano combinare dei guai. Egli sa già di non dover prestare fede alle fonti di informazioni "non autorizzate", ne conosce già le principali critiche e, in caso di dubbio, chiederà delucidazioni ai quadri della propria organizzazione. Non ci sono grandi pericoli che tale individuo venga trascinato su di un'altra sponda e poi, se anche ciò avvenisse, dal nostro punto di vista il problema non cambierebbe dal momento che egli sostituirebbe il suo codice con un altro, ma non smetterebbe di tradurre le notizie con un codice e solo quello.

Data la presenza di numerose religioni ed ideologie e di un efficientissimo sistema di comunicazioni che raccoglie le notizie ovunque nascano e le sparge in giro per il mondo, la confusione dei giudizi è massima. Tuttavia, arrivati al terzo livello, non c'è niente di meglio da fare che scegliere un sistema fra i tanti. Questo è già preferibile dall'essere scelti fin da bambini com'è avvenuto finora, ma non è ancora una soluzione soddisfacente.

Come abbiamo visto, neppure l'assunzione di un punto di vista scientifico per la valutazione delle conoscenze, rappresenta una soluzione sempre percorribile. Infatti, tale punto di vista, pur essendo migliore di tanti altri sotto tanti aspetti,  non è competente al riguardo della scelta degli scopi, del giudizio morale, di quello estetico, etc. Ma chi è "competente" al riguardo dei fini dell'azione umana e del valore delle cose per l'uomo se non le religioni, la filosofia e le ideologie? Allora tutta quella bella raccolta acentrica delle informazioni a cosa serve se alla fine dovremo consegnarla ad una ideologia o religione per la sua valutazione? E' qui che bisogna fare un altro passo avanti.


LA POSIZIONE COMPARATIVA
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Nella scala di cui parlavo poc'anzi, provate ad aggiungere un altro gradino. Dopo dopo i primi tre livelli: -conoscenze elementari, -conoscenze semplici, -sistemi di conoscenze, il quarto livello è quello nel quale operiamo un confronto fra i sistemi teorici del terzo livello (v. figura 21). Questo confronto implica che si conoscano almeno i fondamenti dei principali sistemi di pensiero, delle principali religioni, sistemi politici, movimenti artistici, etc.

Consideriamo per esempio la religione. Quali sono le principali assunzioni delle religioni testamentarie (ebraismo, cristianesimo, islam), quali le reciproche differenze? Il buddismo, l'induismo, il taoismo e lo shintoismo come concepiscono il mondo? Quali erano le credenze delle popolazioni primitive (p. es. degli indiani d'America)? Cosa sono gli animismi e la magia? Cosa dire poi delle antiche religioni dei popoli mediterranei. A che punto erano arrivate le religioni greca e romana prima dell'arrivo del cristianesimo? In cosa si differenziano politeismo e monoteismo? Cosa ha significato per l'Occidente l'invasione cristiana? L'umanesimo e il rinascimento che novità hanno portato? Quali erano le tesi religiose degli illuministi? Che cosa significano: deismo, ateismo, agnosticismo? Che cosa sono invece i millenarismi ed i profetismi? Ecco alcune idee per cercare testi per operare comparazioni fra i principali sistemi nel campo religioso. Queste domande e questi confronti sono cosa ben diversa dal conoscere (si fa per dire) una singola religione, considerata l'unica vera, e trattare tutte le altre come spazzatura.

L'immagine che otterremo del sacro per mezzo di un esame comparativo delle religioni sarà dunque molto più articolata e ricca, come molto più fruttuosa sarà anche la nostra capacità di valutare idee, affermazioni e informazioni religiose. Quello che è forse più importante è che avremo anche una maggiore tolleranza e capacità di comprensione delle altre fedi.

Ma che cosa dire della filosofia? Nel corso della storia si sono succedute centinaia di filosofi e scuole di pensiero di una ricchezza incredibile. Esse sono purtroppo ignorate dalla larga maggioranza della gente. Lo studio della storia della filosofia è sicuramente uno dei passi più importanti per assumere un punto di vista comparativo e questo per gli incessanti confronti che in quella disciplina vengono effettuati fra autori diversi, teorie diverse, periodi storici diversi, etc. E' all'interno della storia della filosofia che si studiano le diverse concezioni del mondo, i fondamenti delle principali ideologie, si prendono in considerazione religioni, si esaminano sistemi politici, si studiano punti di vista diversi a proposito dell'etica, si prendono in esame i metodi della conoscenza scientifica, etc.

Anche nello sviluppo del pensiero politico e sociologico è presente una grande articolazione di sistemi politici, di organizzazioni economiche e sociali. Un testo di sociologia ed uno di storia dei sistemi politici sono utili per uno studio comparativo delle teorie e dei sistemi politici, per operare confronti fra i diversi modi di organizzare le società.

Che dire poi dell'arte, nella quale ciascuna sua ripartizione: la letteratura, la musica, la pittura, la scultura, l'architettura, ha prodotto a più riprese profonde rivoluzioni nel modo di percepire il mondo? Per esempio, il Rinascimento si è espresso principalmente sul piano artistico, ma ha rivoluzionato il modo di vedere le cose dell'Europa intera.

E dal confronto fra scienza, religione, filosofia, ideologia, arte, cosa possiamo ottenere? Possiamo sapere quali sono i metodi di conoscenza di ciascuno di questi sistemi, quali i vantaggi e limiti reciproci, che differenze ci sono fra scienza e religione, fra scienza e filosofia, fra filosofia e religione, fra scienza ed arte, etc.

Con una sola teoria non ci sono alternative e si finisce in una gabbia. La seconda teoria pregiudica la credibilità della prima e viceversa, ci  restituisce il dubbio e l'autonomia di giudizio. Ognuna possiede una parte di verità e si valorizza nel confronto con le altre, inoltre ognuna delegittima l'altra a governare in modo assoluto. In questo modo si crea uno stimolante spazio di discussione e di ricerca della verità nel quale possono confrontarsi tante teorie ed interpretazioni, fra le quali possiamo scegliere quella che ci sembra più vera o più adatta al nostro modo di essere. Si crea soprattutto una sana incertezza di fondo, una problematicità, il senso della complessità delle cose, un atteggiamento di collezionista di alternative che ci libera dal potere condizionante dell'unica teoria che non ammette contraddizioni. Anche qualora ci fosse fra queste un'ipotesi più verosimile delle altre, essa vivrebbe rispecchiandosi nelle altre, sia nella propria validità che nei propri limiti. Essa non ci possiederebbe più: al contrario saremmo noi a possederla.

La posizione comparativa è propria del pensiero libero, le ideologie e spesso le religioni sono invece dei sistemi chiusi che non ammettono confronti né tanto meno discussioni. La presenza o l'assenza della comparazione e discussione segna il confine tra libertà e totalitarismo.

Assumere una posizione comparativa non è cosa immediata. Bisogna conoscere i contenuti fondamentali dei principali sistemi di conoscenze e per fare questo bisogna studiare. Per questo motivo, e se non sarà favorita dal sistema educativo, tale posizione resterà privilegio di pochi. Non è detto che per raggiungere la posizione comparativa sia proprio necessario conoscere tanti sistemi. Possono bastarne anche pochi. I vantaggi della posizione comparativa si possono già apprezzare anche con la conoscenza di solo due sistemi. Per esempio, il fedele di una religione che si metta a studiare un'altra fede ne trarrà grandi vantaggi in termini di apertura mentale, di comprensione e di rispetto del prossimo e sotto tanti altri aspetti. In ogni caso, la posizione comparativa è troppo vantaggiosa, stimolante e divertente sul piano intellettuale per essere ignorata. La posizione comparativa è una delle principali componenti del Pensiero Libero, ma vediamo un po' più da vicino alcuni dei privilegi che ci offre:


IL PANTHEON,
conclusione sulla conoscenza orizzontale

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Che cosa dobbiamo concludere dalla lettura di questo capitolo? La descrizione del quadro del sapere umano è servita ad assegnare spazi delimitati alle principali discipline della conoscenza ed a fornire le basi di un sistema di organizzazione del sapere che abbiamo definito bibliotecario o enciclopedico. Possiamo definire questo sistema acentrico, perché è basato sul riconoscimento di numerosi saperi, nessuno dei quali sovraordinato agli altri.

Ho messo in evidenza il carattere multidimensionale della natura, che ci permette di riconoscere la complessità dell'oggetto che stiamo osservando, un'integralità che viene invece violata dalle prospettive riduzioniste.

Al termine di questo capitolo, dovreste aver recuperato la sfericità degli oggetti reali, il loro essere formati da numerose componenti. Noi stessi siamo soggetti e oggetti di conoscenza. Ciascuno di noi si trova in un punto-cerniera, dove confluiscono tutti i piani della natura, da quello fisico a quello della coscienza e forse anche del soprannaturale. Questo modo di osservare le cose restituisce loro l'intima complessità.

Il carattere specialistico del sapere di molte persone, l'ignoranza delle altre culture e la certezza ideologica sono il presupposto della chiusura e dell'intolleranza. L'importanza della posizione comparativa sta nella sua apertura ad ogni prospettiva, nella possibilità di confrontare le diverse posizioni su ogni argomento e nella possibilità di cercare la verità senza pericoli di sudditanza.

La posizione comparativa ha anche altri effetti: da ora in poi, non ci accontenteremo più di una sola tesi, di un solo punto di vista, di un solo piano della realtà, ma andremo a cercare anche gli altri, che sappiamo esistere. Mentre prima ci affannavamo ad individuare la Teoria Vera, d'ora in poi godremo del dispiegarsi della natura nella sua fantasiosa ed irriducibile ricchezza e della molteplicità delle ragioni umane che cercano di descriverla, ricavando complesse architetture del pensiero. E' come passare dal canto monodico alla polifonia: sono entrambi belli, ma chi tornerebbe indietro? Chi rinuncerebbe al rincorrersi delle voci e degli squilli delle trombe fra i colonnati delle cattedrali tipici della polifonia? Alla fine, sarà anche difficile staccarsi da questo grandioso quadro per compiere una scelta, ma che fine avrà fatto la primitiva chiusura? Eccola laggiù a mille miglia di distanza.

Tornando alle religioni, osserviamo i sacerdoti delle differenti confessioni spennarsi l'un l'altro mentre pretendono ciascuno la verità delle proprie rivelazioni. Sì perché, pur essendo il Dio delle tre religioni testamentarie lo stesso, risultano tre rivelazioni differenti: ...è una faccenda davvero imbarazzante, ma che nessuno è riuscito a risolvere! E ora, quale gruppo di sacerdoti stringe in pugno l'eterea sostanza? Essa non è piuttosto come il vento che soffia fra un tempio e l'altro, fra una scrittura e l'altra, fra una religione e l'altra: sostanza libera, non prigioniera di alcun profeta, non raggiungibile con formule magiche o rituali esteriori, disponibile solo a chi vi riflette liberamente come a un Grande Mistero, sul quale le diverse religioni inviano solo un barlume di luce?

Uno dei passi più importanti per assumere le nuove forme di pensiero consiste dunque nel dotarci di un modo di conoscere orizzontale. Come abbiamo visto, un'analisi convenzionale è verticale. Viene compiuta in un determinato ambito specialistico nella convinzione di trovarvi tutto quanto sia necessario. Purtroppo le analisi specialistiche, mentre si affannano a spiegare tutto con un'unica chiave, trascurano sempre qualcosa. Quello che perdono per strada non è di poco conto, è la complessità, il carattere multidimensionale degli oggetti e degli eventi, la loro autonomia ed autenticità, infine perdono il rapporto di ciascun piano del reale con gli altri.

Un'analisi orizzontale è più adatta a cogliere relazioni fra elementi distanti e limita le operazioni riduzioniste. Per fare questo, occorrerebbe anche possedere le conoscenze e le capacità di lavorare in questo senso, in mancanza delle quali si resta inevitabilmente alla superficie delle cose. Questo è però un modo di procedere che tiene conto anche della complessità e dell'unitarietà del nostro essere e della nostra situazione esistenziale. Quindi tiene conto della molteplicità dei piani sui quali si estendono sia l'oggetto che l'osservatore. In ogni caso, gli strumenti umani di intervento sulla natura sono oggi talmente potenti ed hanno ripercussioni così vaste, che una tale prospettiva è divenuta ormai obbligatoria, anche se i limiti umani rendono inevitabilmente imperfetta questa operazione.

Il disincanto ci aveva gettati in una condizione di disorientamento che era anche instabile e pericolosa dal momento che predisponeva alla ricerca di una nuova subordinazione. L'acquisizione di una conoscenza orizzontale, ed in particolare del punto di vista comparativo, ci dispone in una condizione di libertà intellettuale altrimenti difficile da ottenere e da mantenere. Questo è un importante passo in avanti nella nostra metamorfosi intellettuale per acquisire il Pensiero Libero.

Dal nostro passato storico, possiamo raccogliere un importante elemento, il Pantheon. Esso ha rappresentato un luminoso esempio di pluralismo religioso e di pensiero della Roma antica. Da tempio dedicato a tutte le divinità, oggi il Pantheon può assumere il ruolo più ampio di biblioteca e di mitologia universale, nei cui scaffali poniamo tutte le ideologie, religioni, speranze, utopie e filosofie una accanto all'altra. Il Pantheon ci può aiutare a superare le culture verticali, esclusive ed intolleranti che hanno condizionato gli uomini per millenni. Il superamento di queste culture non viene compiuto con la loro negazione, ma al contrario con l'acquisizione di ogni loro contributo positivo.

Il pluralismo non deve esistere soltanto a livello sociale, dove ciascun individuo potrebbe essere portatore di una cultura chiusa, ma deve esistere anche e soprattutto a livello individuale, in cui ciascuno deve riconoscere la pluralità delle manifestazioni di ogni cosa e la pluralità dei punti di vista.

Questa collezione è importante perché sta alla base della nostra posizione comparativa, ma sarebbe sbagliato pensare che tutto si esaurisca in una contemplazione relativista di tutte le tradizioni ed idee. Ho già detto che la posizione comparativa è da intendere come premessa per scegliere. Con il Pantheon ci ricolleghiamo alle antiche tradizioni ed affermiamo la laicità delle nostre istituzioni. Nell'ambito di tutte le tradizioni ed in particolare nelle nostre radici antiche, cerchiamo gli elementi per l'invenzione del futuro. Nel nostro cammino verso il futuro, dobbiamo compiere delle scelte, quindi la nostra posizione è valutativa. Una posizione nella quale lo Stato sia l'organizzatore ed il guardiano della convivenza civile, ma nella quale ciascuno di noi, forte della posizione comparativa, possa compiere le proprie scelte.

Secondo questa analisi, un passo importante per la nostra metamorfosi intellettuale consiste nell'abbandonare i sistemi di credenze autoritari a favore dei sistemi di conoscenza pubblici ed aperti come la scienza, la filosofia e la letteratura. Anche nella religione si può assumere una posizione aperta. Dal momento che come abbiamo visto la scienza non è competente nel definire i fini dell'uomo, né il giudizio morale né quello artistico, per affrontare questi problemi possiamo fare riferimento alla filosofia. Questa disciplina non si limita allo studio della natura, ma attraverso la ragione, si occupa anche dei problemi morali, del valore delle cose per l'uomo, dei fini dell'esistenza, del modo migliore di vivere e degli stessi sistemi religiosi. All'interno della filosofia, è possibile trovare la raccolta dei più importanti punti di vista formulati dall'uomo ed è dunque possibile assumere un punto di vista comparativo che ci permetta di evitare ogni subordinazione e di riconoscere l'autonomia della scienza e degli altri saperi. Mentre ideologie e religioni tendono a produrre forme di pensiero gerarchizzate e chiuse, la scienza, la filosofia e la letteratura insieme sono in grado di dar vita a forme di pensiero libere ed aperte. Ecco infine come sia possibile far convivere sistemi di pensiero diversi, evitando che uno prevalga sugli altri e riesca ad ottenere il controllo del nostro animo che è e deve rimanere libero.


RESPONSABILITA' MORALE
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Eravamo abituati a compiere le nostre scelte sulla base di valori e di principi "superiori". Le nostre scelte discendevano razionalmente da presupposti ideologici, quindi non eravamo noi a compiere realmente queste scelte, in realtà le fuggivamo comodamente. Ora, in mancanza di tali riferimenti, le scelte tornano ad essere affare nostro. Torniamo ad esserne responsabili e non c'è scampo.


RAGIONE PRATICA
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Si definisce ragione teoretica quella che si occupa dell'indagine conoscitiva della realtà. Con ragione pratica ci si riferisce invece alle proprie attività concrete; per esempio stabilire cosa fare e come farlo; quindi ci si riferisce ai fini, ai  programmi ed ai metodi per realizzarli. A tale proposito abbiamo già parlato dei vantaggi che la posizione comparativa ci offre nel compiere tali scelte.

Una volta cadute le finalità e i ruoli superiori, i problemi programmatici sono fra i primi a riproporsi. In altre parole, le ideologie e le religioni hanno tradizionalmente svolto la funzione di definire gli scopi da raggiungere e di gestire tutti gli altri problemi morali. Una volta che questi riferimenti vengano abbandonati, la definizione dei fini e i diversi problemi morali devono essere affrontati direttamente da noi. Poiché le scelte possibili sono innumerevoli, ci si trova di fronte ad una libertà sconfinata, molto difficile da gestire. Si tratta quindi di riorientarci, di darci nuove prospettive. Questo spiega il rinnovato interesse per la filosofia dopo la caduta delle ideologie. Infatti questo genere di problemi può essere affrontato con il contributo della filosofia, ma anche della letteratura, dell'esempio delle persone che ci circondano e, con molte cautele, della religione. Il tutto, come si è detto, nell'ambito di una condizione comparativa.

Il problema delle scelte consiste principalmente in un concretissimo definire la nostra libertà, dandole dei contenuti. Altrimenti essa rimarrebbe uno spazio potenziale dalle dimensioni sconfinate che ci disorienta. Cosa sono questi contenuti? Sono dei programmi, delle attività per vivere in un modo più compiuto, per esprimerci meglio, per realizzarci meglio, per divertirci o al contrario per aiutare il prossimo (vedi il capitolo sulle Attività Libere). Tutto questo deve passare attraverso il nostro personale giudizio, il nostro modo di essere. Per questo è necessario conoscerci meglio.

Per coloro che possiedono predisposizioni evidenti, questo problema non si pone. Per esempio, per un piccolo Mozart non sarebbe difficile scoprire che cosa gli piacerebbe fare nella vita dal momento che si orienterebbe in modo spontaneo verso la musica e in essa troverebbe la propria realizzazione. Per chi invece non possiede vocazioni così evidenti, l'individuazione delle proprie predisposizioni risulta meno semplice, ma presenta quasi sempre delle soluzioni perché la larga maggioranza delle persone possiede qualche "bernoccolo" che le caratterizza e il mondo stesso offre una quantità di stimoli di grande interesse.

Dietro alla posizione comparativa potrebbe esserci il pericolo di finire in un atteggiamento da spettatore, oppure in un nichilismo dovuto alla trasformazione della critica delle ideologie in atteggiamento sistematico, in una metafisica. Si finirebbe in questo modo per credere che non esista nessuna verità di nessun tipo. Mi vengono in mente quegli asceti che vivevano appollaiati sulla cima di alte colonne di marmo. Bisogna evitare di cadere in questa trappola che è l'esatto opposto della Ragione Oggettiva, ed altrettanto autoritaria. La posizione comparativa non è da intendersi come fine a se stessa, ma come una premessa per compiere le nostre scelte, per poter giudicare meglio le diverse alternative, per comprendere meglio i limiti e il valore delle nostre scelte, per poterle intendere sempre come ipotesi.

Nella realtà quotidiana siamo spesso anche costretti a scegliere fra alternative diverse, mentre preferiremmo non farlo, oppure dobbiamo giudicare affermazioni ed eventi e pure questa è una scelta. Anche il non scegliere è un modo di scegliere, perché a scegliere sarà la realtà al posto nostro. A volte, neppure volendo ci si può sottrarre a questo difficile compito. L'aver abbandonato i riferimenti autoritari non significa che non si sia più in grado di scegliere o di giudicare, significa che adesso tocca a noi farlo, con la nostra coscienza e non più con il comodo e deresponsabilizzante ricorso a principi superiori. I nuovi riferimenti saranno il nostro modo di essere, l'esperienza, i valori, il buon senso e riflessioni che terranno conto anche del pensiero umano precedente.

Non bisogna pensare che i nostri riferimenti debbano essere le maggiori ideologie e religioni che hanno finora dominato la mente di tanti milioni di persone, ma saranno l'insieme degli elementi presenti all'interno del pensiero umano: scienza, filosofia, religione, politica, letteratura, etc. Cambierà anche il modo con il quale impieghiamo queste conoscenze. Mentre prima ciascuna di esse assumeva una posizione isolata e di contrapposizione verso tutte le altre, ora le confrontiamo e scegliamo quelle, o quelle loro parti, che ci sembrano più ragionevoli. Prima ogni sistema-isola era in guerra contro tutti gli altri e insegnava ai propri abitanti ad odiare gli stranieri, ora che siamo diventati geografi, tracciamo la mappa delle isole e navighiamo sui mari che le separano. Le reti che gettiamo ci riportano pesci strani e meravigliosi e non odiamo più nessuno.

Alla base di questo atteggiamento di scelta di ciò che nei vari sistemi ci è più congeniale e dei principi che ci sembrano più adatti al nostro modo di essere, c'è la convinzione che non esistano verità assolute nella conoscenza o principi immutabili e validi per tutti in campo morale, ma che al contrario ci sia un generale pluralismo dei giudizi che si fonda su una irriducibile diversità degli esseri umani. Torna attuale l'affermazione di Protagora secondo cui l'uomo è la misura delle cose.

Chiaramente anche questa forma di relativismo deve essere considerata con cautela, evitando di portarla alle estreme conseguenze. Essa deve essere una posizione di principio perché nella pratica per ciascuno di noi alcune cose valgono più di altre. Non solo, ma alcuni valori o metodi sono proprio da combattere, mentre altri sono da affermare. Inoltre, le nostre scelte devono avvenire all'interno di ciò che è legale, tenendo conto anche dei costumi e del sentire generale della società, utilizzando anche le nostre capacità di giudizio, evitando comunque di danneggiare il prossimo, animali e l'ambiente o meglio ancora proteggendoli ed aiutandoli.


RAZIONALISMO CRITICO
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Secondo il pragmatismo, la validità di una teoria viene giudicata in base alle sue conseguenze pratiche. La gestione della posizione comparativa da un punto di vista pragmatico obbliga all'esame delle conseguenze di un'idea o proposta d'azione. A proposito di questo, si veda il concetto di "razionalismo critico" di K.R. Popper (7, cap 24).

La perdita, ormai irreparabile, della Ragione Oggettiva che fondava le morali certe dalle quali si potevano derivare tutte le scelte, insieme con la libertà e l'autonomia di giudizio, ci riporta una scomoda responsabilità. Le nostre scelte, proposte e programmi devono essere sottoposte ad un esame critico. Lo studio della filosofia è molto utile in questo perché fornisce numerosi strumenti per affinare le capacità di giudizio.

Il razionalismo critico di K. Popper nasce dalla confluenza dell'epistemologia e del pragmatismo sul pensiero etico. Questo pensatore deriva dal metodo scientifico la necessità di sottoporre alla prova sperimentale anche le teorie morali. Questo non solo per evitare inconcludenti discussioni, quanto anche per tenere conto del fatto che molto spesso l'applicazione alla realtà delle teorie ottiene un effetto diverso o perfino contrario a quello desiderato.

Il termine pragmatismo non deve essere confuso con l'amoralità e neppure con un rude atteggiamento di praticoni senza scrupoli. Al contrario, consiste in un importante metodo per la verifica della bontà delle teorie. Secondo il pragmatismo, infatti, la validità di un'idea non deve essere giudicata tanto sul piano teoretico, quanto piuttosto in base alle sue conseguenze pratiche. Buona non è l'idea bella ed elegante, ma quella che dà i migliori risultati. Alla fine, il pragmatismo risulta assai più morale di tanti moralismi astratti. Popper applica dunque questo atteggiamento non solo alle teorie scientifiche, ma anche a quelle morali. Mentre per il cristianesimo l'intenzione è sufficiente, con il pragmatismo nasce l'etica delle conseguenze.

La moralità o amoralità di un individuo è poi una sua scelta personale che non ha niente a che vedere con i metodi che impiega per valutare le proprie teorie morali. Tuttavia, una persona morale e pragmatica non si accontenta di un buon principio come fa una persona morale e basta (la quale spesso chiude gli occhi sugli eventuali effetti negativi), ma si preoccupa anche e soprattutto del buon risultato. Oltre ad essere più impegnativo, questo è assai più utile.

In base a questo atteggiamento, anche le ideologie devono essere sottoposte all'esame critico. Esiste un metodo abbastanza efficace per valutarle. Si tratta di riportarle nelle condizioni storiche nelle quali hanno operato, o in quelle più vicine. Per esempio, il marxismo sembrava la soluzione di tanti problemi sociali, ma una volta messo in pratica in numerosi paesi non ha risolto quei problemi né ha mantenuto la promessa della giustizia sociale perché si è formata una classe di privilegiati, la Nomenclatura.

Questo esame storico delle idéologie consente di superare tante inutili diatribe per valutare invece le conseguenze reali della loro applicazione. In tale modo ci si può interrogare sulle disfunzioni e cercare di correggerle. Al contrario, chi invece nutre verso di esse aspettative esagerate, finisce per vedere solo i propri sogni. Come mai tante utopie di destra o di sinistra, una volta scese nella storia, hanno avuto bisogno di costringere tanta gente fra i reticolati? Come mai certe religioni hanno avuto bisogno di combattere gli eretici e gli infedeli? Un maggiore pragmatismo permetterebbe di migliorare grandemente la capacità di progettazione da parte dei movimenti politici, evitando tante dolorose esperienze sociali. Imparare a distinguere fra teorie e promesse dai fatti è quanto mai importante perché i movimenti politici raggiungano la maturità.


AUTENTICITA'
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Nei capitoli precedenti, abbiamo visto come proprio la cultura sia spesso occasione di falsa conoscenza e di manipolazione. Abbiamo visto come sia possibile liberarci da questo asservimento, come si possa ottenere una gestione libera delle conoscenze, quali metodi si possano adottare per valutare le idee sia da un punto di vista razionale che morale. Ora per potere definire i contenuti della nostra libertà, è necessario esaminare ciò che sta alla base del nostro agire, quello che ci spinge ad agire, vale a dire le motivazioni.

Mentre nelle prospettive ideologiche e religiose gli adepti erano costretti a dedicare tutte le proprie energie all'utopia, ora la scelta dei fini a cui dedicarci spetta a noi. Adesso potremo finalmente dedicare una parte del nostro tempo alla ricerca se non proprio della felicità, almeno a quella di un nostro equilibrio. Cercheremo di raggiungere questo attraverso diverse strade quali l'espressione della nostra natura e di ciò che siamo anche in base alla nostra educazione ed esperienza, cercando di contribuire al bene pubblico, comunque senza nuocere ad altri.

Affermare che prima ci si dedicava a fini sociali, mentre ora a fini egoistici è francamente sbagliato e ingiustamente semplicistico. La chiusura in un edonismo fine a se stesso non ha niente a che vedere con il pensiero libero, ma è un cortocircuito psicologico da evitare. L'attenzione alle motivazioni non significa abbracciare una prospettiva edonistica, perché fra i nostri valori c'è anche la nostra socialità, il piacere di aiutare il prossimo e di partecipare al bene comune.

E' chiaro anche che chi vuole approfittare della libertà per drogarsi o per vivere fuori dalla legge può farlo, ma deve essere chiaro che queste non sono delle strade raccomandate, tutt'altro! Le società libere offrono innumerevoli opportunità per vivere serenamente, per migliorare se stessi, per aiutare il prossimo, etc. Sarebbe veramente stupido dedicarsi a comportamenti autodistruttivi, quando si possono accogliere le opportunità che la vita ci offre per approfondire le nostre conoscenze, per provare nuove esperienze, etc.

Ci sono diversi modi per utilizzare positivamente la libertà che abbiamo. Per esempio, molti di noi possiedono delle predisposizioni e alcuni perfino delle vocazioni. Per queste persone, esprimere queste caratteristiche della propria natura li rende felici. E' chiaro che per potere seguire questa strada occorre conoscere come siamo fatti e quali siano le opportunità offerte dal mondo. Un'altro modo è quello di aiutare il prossimo. Questo può essere fatto partecipando ad attività di volontariato, ma anche in tanti altri modi. Chi desidera migliorare se stesso può farlo approfondendo le proprie conoscenze, oppure cercando di migliorarsi nel carattere e nello spirito. Chi è portato verso la scienza può cercare di contribuire al progresso dell'umanità operando in questo campo, come chi sente di avere delle doti di creatività, può esprimerle nelle diverse branche dell'arte, quali la musica, la letteratura, la pittura, etc. C'è una infinità di possibilità di esprimere se stessi e molte ci offrono anche la possibilità di giovare al prossimo. Qualsiasi sia la strada scelta, non ci si deve chiudere in sé stessi, ma occorre mantenersi aperti alla società, alla comunità, comunicare, partecipare, lavorare insieme.

Uno dei passi necessari per ottenere quelle nuove forme di pensiero di cui ho parlato consiste quindi nel cercare di conoscerci meglio. Infatti, per poter compiere delle scelte e per saper fornire dei contenuti alla nostra ritrovata libertà, è necessario sapere da cosa siamo attratti, quali siano le nostre motivazioni, quale sia il nostro modo di essere. Nel prossimo capitolo, andremo alla ricerca di ciò che siamo. Daremo un'occhiata alle componenti comuni che condividiamo con il resto della specie e vedremo alcuni metodi da seguire per scoprire le componenti particolari che invece ci caratterizzano come individui.

L'autenticità sta nelle strade che ci riportano verso noi stessi. Autenticità significa scoprire finalmente chi siamo, che cosa ci circonda e stabilire un rapporto consapevole e libero con il nostro ambiente sociale e naturale. Autenticità vuol dire ritrovare la nostra dimensione, un modo più naturale e semplice di vivere, ma poi non solo questo perché siamo anche persone moderne e complesse. Va bene anche questa complessità, purché non serva solo per ingannarci. Va bene anche la ricchezza di opportunità offerta dalle società moderne, ma devono essere disinnescati tanti meccanismi perversi. Possiamo anche partecipare coscientemente al sistema, ma senza regalargli l'anima. Insomma, dobbiamo riprendere il controllo della nostra vita. Questo non vuole dire che torneremo a fare i primitivi, ma che intendiamo vivere la nostra esistenza di uomini moderni con spazi per la nostra libertà e chiarezza di rapporti.


CONOSCI TE STESSO!
INTRODUZIONE
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L'esortazione: Conosci te stesso! è vecchia di oltre 2400 anni. Essa risale a Socrate e fu ripresa da Platone. Ma se ci pensiamo bene, questi antichi filosofi invitavano la gente a percorrere una strada molto difficile se non impossibile per quei tempi. Infatti, i greci antichi mancavano di fondamentali conoscenze come quelle dell'evoluzione della nostra specie, dell'antropologia, della psicologia, della biologia, etc. Senza queste conoscenze, ben difficilmente si sarebbe potuto capire a cosa si riferisse esattamente quell'esortazione e come si potesse metterla in pratica. Inoltre, la loro impostazione era abbastanza razionalista. Platone ebbe comunque il merito di riconoscere l'esistenza di una pluralità di componenti della nostra anima e di sostenere la necessità di ottenere un'armonia delle parti, nella quale nessuna doveva diventare egemone sul tutto.

Nel medioevo cristiano, anche l'esortazione ad una migliore conoscenza di sé venne usata come mezzo per giungere a Dio. In questo modo, se ne capovolse il senso. Per Cartesio, essa conduceva alla coscienza di sé e ai processi razionali che si svolgono nella nostra mente. Per Hegel, questo motto portava alla conoscenza dello Spirito (quello con la S maiuscola, ovviamente). Ogni periodo, ogni pensatore hanno dunque inteso questa esortazione a modo proprio, molto spesso allontanando l'individuo da una autentica conoscenza di sé. Infatti, coloro che vengono indotti alla trascendenza, vengono allontanati dalla conoscenza del mondo e di se stessi. Solo oggi, sulla scorta delle conoscenze conquistate e armati di un atteggiamento più concreto, possiamo dare delle risposte più soddisfacenti al tentativo di conoscere che cosa siamo e come siamo fatti.

La nostra civiltà ha rivolto la propria attenzione principalmente verso la natura esterna e ha trascurato quello che abbiamo nel nostro animo, che pure è di grande importanza per la nostra esistenza. Questo capitolo cerca di indicare alcune vie per rintracciare le nostre modalità di essere e per iniziare una esplorazione di noi stessi. "Conosci te stesso!", come premessa per trovare finalmente un modo di vivere in migliore accordo con il nostro animo.

Nel tentativo di descrivere la nostra natura umana, sono partito da tempi molto remoti. Credo però che sia utile conoscere le tappe più importanti che ci hanno modellato nel corpo e nell'anima.


CHI E CHE COSA SIAMO?
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Alla domanda: "Chi sei?", in genere rispondiamo con il nome e cognome. Se insistono, aggiungiamo la città e l'indirizzo. Se non si accontentano, ecco il titolo di studio ed il mestiere. Andare oltre ci è difficile, ma anche il nostro interlocutore a questo punto si ritiene soddisfatto. Eppure chiunque altro potrebbe avere il nostro nome, abitare nella nostra via o fare il nostro mestiere. Quindi, che cosa c'entrano questi dati con quello che siamo veramente? Questi dati descrivono quello che siamo socialmente, quello che ci hanno fatto diventare, ma non dicono nulla sui nostri desideri, su ciò che ci piace o meno, sulle nostre predisposizioni, quindi su quello che siamo veramente. Allora come possiamo fare per saperlo? Per prima cosa, cerchiamo di fare un po' di luce sulle caratteristiche che condividiamo con tutti gli altri esseri umani, poi cercheremo di individuare le nostre particolarità.

Le nostre modalità di essere fondamentali, quelle che condividiamo con tutti gli altri esseri umani, sono prima di tutto il frutto dello sviluppo filogenetico della nostra specie. Questo è vero tanto sul piano fisico quanto su quello psicologico, degli istinti, sensibilità e propensioni. Allora diamo un'occhiata al passato. Già che ci siamo, perché dovremmo accontentarci di risalire il tempo solo per alcuni milioni di anni, quando con lo stesso biglietto possiamo andare fino all'inizio stesso del tempo?

I materiali del nostro corpo
Subito dopo il Big Bang, nello spazio c'era quasi esclusivamente idrogeno (74%) ed elio (26%). Questi sono gli elementi più semplici, essendo il loro nucleo costituito soltanto da uno e due protoni rispettivamente. Da dove provengono allora tutti gli altri elementi che costituiscono il nostro pianeta e che compongono il nostro corpo? La condensazione delle nubi primordiali di idrogeno ed elio ha fatto nascere miliardi di stelle. Al loro interno, per fusione nucleare, si formano gli elementi di peso atomico basso. Le stelle di massa assai superiore a quella del Sole, hanno una breve ma intensa vita al termine della quale esplodono liberando fantastiche quantità di energia e di materiali. A queste stelle è stato dato il nome di supernove. Nel breve tempo dell'esplosione di una supernova, si producono i rimanenti elementi del sistema periodico, inoltre i materiali della parte esterna della supernova vengono proiettati nello spazio e lo arricchiscono di tutti gli elementi chimici.

Alcuni miliardi di anni fa, vicino ad una nube di idrogeno ed elio dalla quale sarebbe nato il sistema solare, esplose una supernova. Una parte delle polveri provenienti da questa stella, viaggiando nello spazio, incontrarono la nube di gas interstellare, si mescolarono ad essa e la compressero. In questo modo, iniziò un processo di condensazione gravitazionale della nube intorno ad un nucleo centrale: il protosole e ad alcuni nuclei periferici: i protopianeti. Dopo alcune decine di milioni di anni, la densità e la temperatura del protosole raggiunsero valori tali da innescare la reazione di fusione nucleare che vediamo ancora oggi. Però, in quel primo momento, la reazione fu talmente violenta che spazzò via una gran parte dei gas residui dal sistema solare. I pianeti "terrestri", quindi: Mercurio, Venere, Terra e Marte, rimasero privi di atmosfera. In seguito, la Terra formò per degassamento un'altra atmosfera, aiutata in questo dall'attività vulcanica. Mentre l'atmosfera primordiale era composta da idrogeno ed elio, quella successiva era composta principalmente da azoto, ossidi di azoto, anidride carbonica, monossido di carbonio, metano e vapor acqueo. Mancava l'ossigeno.

All'infuori dell'idrogeno e dell'elio, i materiali di cui sono composti i pianeti terrestri derivano quindi da quell'antica supernova. Se non ci fosse stata l'esplosione della supernova, i pianeti terrestri non avrebbero avuto quel importante nucleo roccioso, ma sarebbero stati essenzialmente composti da gas e la vita non sarebbe potuta comparire. Il nostro stesso corpo è dunque formato quasi interamente dalla polvere di quell'antica stella.

L'origine della vita cellulare, basata su composti di carbonio
Quando, circa 4,6 miliardi di anni fa, il Sole si accese, sulla Terra stava terminando il processo di caduta dei meteoriti. Ogni volta che cadeva un meteorite di grosse dimensioni, l'acqua degli oceani si riscaldava fino a bollire. Quindi, sembra che la vita sia nata più volte sul nostro pianeta. La caduta di meteoriti terminò sostanzialmente circa 3,8 miliardi di anni fa, anche se continuano a caderne sporadicamente ancora oggi.

Secondo alcuni scienziati, i nostri più antichi progenitori sarebbero stati dei batteri termofili, organismi capaci di vivere anche a temperature superiori ai 100°C. Se questo fosse vero, la vita potrebbe avere cominciato a organizzarsi fin da quando l'acqua riuscì a rimanere permanentemente sulla superficie terrestre, senza più evaporare per il calore delle rocce sottostanti.

Sembra che le scariche elettriche dell'atmosfera primitiva abbiano favorito il prodursi nell'acqua dei mari primordiali di numerosi composti organici precursori della vita, quali amminoacidi, basi azotate, zuccheri, fosfolipidi, etc. In breve tempo, da queste molecole organiche si originarono cellule estremamente primitive, ma capaci di riprodursi. Purtroppo, i primi organismi viventi non hanno lasciato traccia della loro esistenza e non è possibile stabilire quando la vita apparve sulla Terra. Le più antiche testimonianze di vita che sono state trovate risalgono a 3,8 miliardi di anni fa. Si tratta di stromatoliti, depositi calcarei marini dovuti ad organismi fotosintetici.

La ricerca e la produzione di cibo
Prima di arrivare alle alghe e ai vegetali, organismi capaci di produrre da sé il nutrimento di cui hanno bisogno, le cellule primordiali si nutrivano di amminoacidi e di altre sostanze assorbite dall'oceano. Tuttavia, aumentando il numero di organismi presenti nelle acque, queste molecole divennero sempre più rare. Alcune cellule cominciarono a nutrirsi di altre cellule, ma anche questo metodo aveva dei limiti. La comparsa, in alcuni batteri primitivi, della funzione clorofilliana risolse il problema del nutrimento. Infatti, la clorofilla utilizza acqua, anidride carbonica e un raggio di luce per produrre zuccheri. La cellula è poi in grado di trasformare gli zuccheri in altre sostanze, come grassi e proteine. Accanto alle alghe azzurre, batteri capaci di procurarsi il nutrimento per mezzo della fotosintesi, si svilupparono altri microrganismi che si cibavano di loro. Da allora, la spinta verso la ricerca del cibo e il desiderio di mangiare non si sono più perduti, ma sono passati da una specie all'altra in forme diverse.

L'antico progenitore eucariotico
Dagli archeobatteri, di cui fanno parte anche i batteri termofili, si originarono le diverse specie di batteri. La cellula dei batteri è definita procariotica. Fra alcuni procarioti primitivi si stabilì un rapporto di simbiosi che portò alcune specie a vivere all'interno di altre, arricchendole di nuove ed importanti capacità. Per esempio, i mitocondri, organelli che producono energia nella cellula, sono dotati di una propria membrana e di un proprio DNA, separato da quello dalla cellula che lo ospita. I biologi sostengono che essi derivino da batteri molto efficienti nel produrre energia, penetrati in qualche  modo nella cellula ospite primitiva e che stabilirono con essa un rapporto di simbiosi. Altrettanto vale per i cloroplasti, che deriverebbero da antichi batteri fotosintetici.

Con alcune acquisizioni di questo tipo ed altri perfezionamenti,  si formò la cellula eucariotica le cui varie parti sono racchiuse da membrane: una cellula moderna e complessa di cui sono formati i protisti, lieviti, funghi, piante ed animali, uomo compreso. Poiché gli esseri pluricellulari sono comparsi circa 800 milioni di anni fa, per tre lunghi miliardi di anni la cellula si è evoluta e perfezionata. In quel periodo, il nostro tris-tris-nonno era dunque un protista flagellato fotosintetico e per vederlo, ci voleva un microscopio.

L'organizzazione pluricellulare
Cosa ci resta di questo lungo periodo in cui eravamo unicellulari? Ci resta la struttura del DNA, il suo codice, i meccanismi di produzione proteica, di duplicazione cellulare, in pratica tutti i fondamentali meccanismi cellulari che condividiamo con tutti gli animali, piante e perfino con i lieviti ed i funghi. Quello che è stato aggiunto in seguito sono le informazioni genetiche necessarie per fare vivere le cellule in forme associate, cioè per trasformare questi esseri da unicellulari a pluricellulari. Circa 800 milioni di anni fa è cominciata l'evoluzione degli strumenti cellulari necessari a fare vivere queste cellule in "società" complesse come sono gli organismi vegetali e soprattutto animali.

Un'altra traccia del lungo periodo in cui siamo stati protisti è il sapore delle lacrime. Esse hanno la stessa concentrazione salina dell'oceano di circa 600 milioni di anni fa. Infatti, nelle cellule primitive, per evitare problemi di osmosi, la concentrazione salina interna, era pari a quella esterna. Le cellule degli animali e quelle del nostro corpo, che derivano da quei lontani progenitori unicellulari, hanno ancora questa antica concentrazione salina.

L'origine della sessualità
La sessualità, che conosciamo bene per essere una delle forze più profonde che influenza il nostro comportamento, fu inventata dai batteri miliardi di anni fa. Essa consisteva in congiunzioni cellulari durante le quali veniva scambiato una parte del genoma. Questo permetteva una più rapida diffusione delle acquisizioni positive dell'evoluzione all'interno delle specie. Per quanto noi siamo cambiati molto rispetto a quei lontani progenitori, le nostre congiunzioni consistono ancora in uno scambio di materiale genetico.

L'avvento della respirazione
L'atmosfera primitiva era priva di ossigeno, tuttavia, oltre 3,8 miliardi di anni fa era iniziato il processo di fotosintesi clorofilliana, il quale come scarto produce ossigeno (CO2 + H20 ---> CH2O + O2). L'ossigeno liberato nell'atmosfera veniva catturato dalle rocce per numerosi processi ossidativi. Ciò nonostante, la quantità di ossigeno prodotto dalle alghe primitive continuava a crescere fino a superare la quantità di quello sottratto dalle ossidazioni. Circa 1,2 miliardi di anni fa, nell'atmosfera c'era abbastanza ossigeno per produrre grandi quantità di ossidi di ferro che si depositarono in formazioni chiamate: red beds, letti rossi. Circa 800 milioni di anni fa, l'ossigeno atmosferico raggiunse il tenore di circa 1%, abbastanza per diffondere all'interno di primitivi organismi pluricellulari, piccoli e sprovvisti di un sistema di trasporto dell'ossigeno come la circolazione sanguigna. Fino ad allora, l'ossigeno era un prodotto tossico per le cellule primitive. Poi, esse impararono ad utilizzarlo nel loro metabolismo per trasformare zuccheri e grassi in energia. Per gli organismi animali di maggiori dimensioni, l'introduzione di ossigeno nell'organismo avviene con la respirazione e la circolazione sanguigna si incarica di trasportarlo a tutti i tessuti. La nostra organizzazione pluricellulare è un evidente traccia del nostro passato.

La colonizzazione delle terre emerse
L'ossigeno atmosferico è stato importante anche per la formazione dell'ozono, che fa da schermo alla radiazione ultravioletta del Sole. Quando l'ossigeno raggiunse il tenore del 2 %, la quantità di ultravioletti che raggiungevano il suolo si ridusse abbastanza da permettere agli organismi di vivere sulle terre emerse. I primi organismi ad uscire dall'acqua e a colonizzare le terre furono delle piante, circa 420 milioni di anni fa. Successivamente fu la volta degli artropodi (crostacei, insetti, aracnidi, miriapodi). Grazie al contributo delle piante, la produzione di ossigeno aumentò ulteriormente. Nel carbonifero, circa 300 milioni di anni fa, il tenore di ossigeno nell'atmosfera raggiunse il suo massimo valore, pari al 35%. In seguito calò, ed oggi ne abbiamo circa il 21%.

Il ciclo del carbonio
L'alto valore di ossigeno del carbonifero fu dovuto alla grande quantità di foreste allora presenti, favorita da un elevato tenore di anidride carbonica disponibile nell'atmosfera. In seguito l'anidride carbonica, essenziale per la fotosintesi clorofilliana, calò progressivamente. Infatti essa veniva assorbita dagli oceani dove formava composti calcarei che si depositarono sul fondo. Un'altra parte di anidride carbonica sottratta all'atmosfera è quella che è entrata nella composizione di piante ed animali e che ha in seguito formato depositi di carbone e di petrolio.

In seguito a questi processi sottrattivi, l'anidride carbonica stava rapidamente esaurendosi. Venendo a mancare la riserva di carbonio, essenziale alla biosfera, con essa si sarebbe estinta la vita sulla Terra e oggi il nostro pianeta sarebbe un deserto da miliardi di anni. Per fortuna, depositi fossili di carbonio, di petrolio e rocce carbonatiche sono stati trasportati sotto la crosta terrestre dai moti convettivi del mantello sottostante. Nel mantello, a causa delle elevate temperature, molti composti vengono dissociati e grandi quantità di anidride carbonica vengono restituite all'atmosfera dai vulcani. Questo ciclo ha permesso di mantenere nell'atmosfera un tenore minimo vitale di anidride carbonica dello 0,24%, mentre al di sotto dello 0,18% la fotosintesi clorofilliana non riuscirebbe più a funzionare!

L'origine dei vertebrati
Come abbiamo visto, appena il tenore di ossigeno atmosferico lo permise, dagli esseri unicellulari derivarono forme pluricellulari sempre più complesse. Uno di questi animaletti, aveva la forma di un vermetto. La sua caratteristica principale era quella di aver sviluppato una lamina elastica, di cartilagine, lungo il proprio corpo. Questo gli permise di nuotare rapidamente. In circa 200 milioni di anni, da questo animaletto, si originarono i pesci, dai pesci gli anfibi e dagli anfibi i rettili. I pesci deponevano le uova in acqua. Anche gli anfibi deponevano le uova in acqua, ma vivevano sulla terra. I vertebrati terrestri, quindi anche noi, hanno ereditato dagli anfibi la struttura a capo, tronco, coda, quattro arti con le estremità a 5 dita, infine la respirazione polmonare.

I vertebrati alla conquista delle terre emerse
Inventando l'uovo, che racchiude acqua e nutrimento per l'embrione, i rettili si emanciparono dall'ambiente acquatico e divennero animali interamente terrestri. Dai rettili derivarono i dinosauri ed i mammiferi primordiali, alcuni dei quali erano provvisti di una alta cresta membranosa sul dorso. I mammiferi placentati sono più recenti. In ogni caso, mentre i rettili riproducono l'ambiente marino nell'uovo, i mammiferi lo riproducono nel corpo della madre, prova evidente di come le nostre origini marine continuano ad essere presenti in noi. Tutti gli animali terrestri, vivendo in un ambiente asciutto, hanno bisogno di bere per riequilibrare il necessario tenore d'acqua dei propri tessuti.

Il senso dell'olfatto
Sembra che tra i nostri progenitori ci siano stati dei roditori o degli insettivori. Erano ancora animali il cui senso più sviluppato era l'olfatto. Negli animali, questo senso è direttamente collegato con le aree della memoria ed anche a noi un odore è in grado di evocare ricordi e lo fa direttamente, senza passare per le aree del linguaggio.

Vita arboricola, la vista stereoscopica, la visione dei colori
Decine di milioni di anni fa, da questi roditori si svilupparono animali simili ai lemuri che divennero arboricoli. Con il loro adattamento alla vita sugli alberi, queste proscimmie cominciarono a sviluppare il senso della vista: una più acuta visione stereoscopica per individuare meglio la distanza dei rami, una buona discriminazione dei colori necessaria a distinguere i frutti maturi in mezzo alle foglie. Si ridusse però la capacità olfattiva.

Dai quadrupedi ai quadrumani
Le proscimmie erano quadrupedi. Camminavano sugli alberi come camminavano per terra: si arrampicavano sul tronco con le unghie e poi si tenevano in equilibrio camminando sopra i rami. Con il passare del tempo, le zampe di quadrupede (animale che cammina sulla punta delle dita), si trasformarono in arti prensili con cui l'animale si afferrava ai rami. Le scimmie antropomorfe che vivono o hanno vissuto sugli alberi sono quadrumani. Cioè possiedono mani alle estremità delle quattro zampe. Le mani non sono altro che strumenti di presa per afferrarsi ai rami e per questo motivo hanno il pollice opponibile alle altre dita.

Dai quadrumani ai bipedi
Dalle scimmie, che in modo simile ai lemuri camminano sui rami ed hanno la coda, derivarono le scimmie antropomorfe, che sono prive di coda e si muovono penzolando dai rami. La stazione appesa determinò nelle scimmie antropomorfe una sistemazione ed un sostegno dei visceri differenti da quelli dei quadrupedi. Anche il senso dell'equilibrio si modificò. Quando nel miocene, a partire da circa 20 milioni di anni fa, le foreste africane si diradarono, in vaste aree popolazioni di primati furono sospinte a terra. Fra queste, alcune scimmie antropomorfe, cercando mantenere la stazione verticale alla quale erano abituate, si alzarono sulle zampe posteriori.

Quello che determinò la stazione eretta fu probabilmente il senso dell'equilibrio acquisito durante la vita arboricola e non tanto la necessità di scorgere i predatori, come è stato detto. In ogni caso, i predatori presenti sul suolo determinarono un rapido perfezionamento della bipedia. Questo richiese un adattamento dello scheletro ed un rafforzamento dei muscoli dei glutei. Se non ci fosse stata la pressione dei predatori, verosimilmente i nostri progenitori sarebbero tornati alla quadrupedia. Questa forte pressione fece rapidamente perfezionare la stazione eretta ai nostri antenati australopitechi, tanto che già 5 o 6 milioni di anni fa il loro corpo era praticamente identico a quello attuale degli uomini. Quello che rimaneva ancora primitiva era la testa.

I nostri arti sono dunque quelli di un quadrumane che si è riabituato a camminare sul terreno, ma questa volta da bipede. Di conseguenza, le mani degli arti inferiori si sono trasformati nuovamente in piedi. Se però confrontate la zampa umana con quella di un quadrupede, vedete che il tallone del quadrupede è a mezza altezza, mentre quello umano tocca terra. La trasformazione da quadrupedi a quadrumani e poi a bipedi ci ha fatto perdere la spinta della schiena e l'uso degli arti anteriori durante la corsa. Il galoppo, proprio dei quadrupedi, ci è diventato impossibile e corriamo usando le sole gambe posteriori. Anche i nostri piedi corti ci penalizzano nella corsa. Di conseguenza, siamo molto meno veloci nella corsa dei quadrupedi. In compenso, gli arti anteriori hanno trovato nuove ed importanti funzioni.

La mano
Le scimmie antropomorfe non utilizzavano le mani solo per attaccarsi ai rami, ma anche per manipolare oggetti. Negli australopitechi prima e soprattutto negli ominidi poi, la mano diventò uno strumento di grande importanza nella fabbricazione di utensili, nel trasporto e nella preparazione di alimenti. Sembra che gli australopitechi usassero sassi e bastoni così com'erano, senza particolari lavorazioni, mentre gli ominidi avviarono la scheggiatura di sassi e di altri materiali per ottenere strumenti sempre più perfezionati. Di quei tempi remoti, conserviamo una spiccata propensione per le attività manuali.

Lo sviluppo del cervello
La nostra dentatura ed il nostro sistema digestivo sono quelli di animali principalmente frugivori, come le scimmie. Mangiando cibi sempre più teneri, perché selezionati e più recentemente cotti, il muso diventò meno prominente e poi piatto. Probabilmente, l'alleggerimento della presa dei muscoli masticatori può avere liberato lo sviluppo della scatola cranica e quindi del cervello dei nostri progenitori.

La scimmia antropomorfa non ha la feroce dentatura del predatore, non ha la capacità di scappare velocemente, ma si difende dai predatori salendo sugli alberi. Gli australopitechi ereditarono tutte queste debolezze, in più mancavano del rifugio costituito dalla foresta. Essi erano predati da numerosi animali, fra i quali la tigre dai denti di sciabola e i leopardi. Le popolazioni degli australopitechi e dei primi ominidi del genere Homo erano falcidiate dai grossi carnivori e rischiarono l'estinzione. La capacità di difendersi per mezzo di strumenti acquisita progressivamente dall'Homo habilis ha probabilmente salvato la specie. La quantità di resti ominidi nei pasti dei predatori diminuì fino a scomparire quasi completamente. Durante questo lungo periodo, come anche nei successivi, nella nostra specie si costituirono importanti strutture fisiche e forme comportamentali.

Probabilmente, a quei tempi si usava anche il linguaggio dei gesti per comunicare. Dopo aver inventato il linguaggio verbale, ancora oggi continuiamo ad usare anche il linguaggio dei gesti. Spesso, questo avviene anche senza che ce ne rendiamo conto.


LO SVILUPPO DELLA SOCIALITA' UMANA
Lenta maturazione dei piccoli
Ciò che la specie umana ha di specifico nei confronti degli altri animali è la dimensione del cervello e le sue superiori prestazioni. Questa specializzazione “intellettuale” della nostra specie richiede però tempi molto lunghi per la maturazione del cervello e per portare i giovani all'autonomia. Mentre il piccolo di una zebra è in grado di seguire la madre mezz’ora dopo essere nato, il piccolo degli umani richiede numerosi anni di allevamento e di educazione. Questo problema è presente anche nelle scimmie, ma lungo la linea evolutiva che ha portato all'uomo esso è diventato sempre più importante. Quindi i nostri antichi progenitori dovettero affrontare il grosso problema del lungo periodo di dipendenza dei piccoli dalla madre. Un'altra conseguenza di questa lenta maturazione dei piccoli è stato lo sviluppo nelle femmine di una particolare sensibilità affettiva che si rivolge prima di tutto verso i propri bambini e poi anche verso parenti e amici.

Divisione dei ruoli fra maschi e femmine
Questa lunga dipendenza dei piccoli umani ha comportato una limitata possibilità per le femmine di procurarsi da mangiare da sole, mentre i maschi restavano sostanzialmente liberi dall'allevamento dei figli. Di conseguenza si attuò una divisione dei compiti in base alla quale i maschi andavano a caccia, mentre le femmine restavano nei ripari o nei villaggi ad accudire i bambini, a cercare radici e bacche, a preparare il cibo, etc.

Dipendenza economica delle femmine dai maschi
In seguito a questa divisione dei compiti, le femmine divennero dipendenti dai maschi per il loro nutrimento. Questa dipendenza dovette essere perfezionata con una serie di adattamenti che coinvolsero profondamente entrambi i generi nel loro fisico e psicologia. Dal punto di vista fisico, i maschi svilupparono una costituzione più forte, adatta alla lotta e alla corsa. Le femmine invece svilupparono una costituzione che tendeva ad accumulare riserve di energia.

Lo scambio cibo x sesso e la dipendenza dei maschi dalle femmine
I maschi che andavano a caccia avrebbero potuto rimanere lontani dal villaggio e mangiarsi tutte le prede che avevano catturato. Per quale motivo invece tornavano al villaggio a condividere la selvaggina? Che bisogno avevano di condividerla con le femmine? A quei tempi, si badi bene, non c’era il matrimonio. Per evitare che le femmine ed i piccoli morissero di fame, la specie umana dovette sviluppare dei meccanismi per assicurare il loro nutrimento da parte dei maschi adulti, dei meccanismi capaci di creare una dipendenza dei maschi dalle femmine. Il motivo per cui i maschi tornavano al villaggio con pesanti prede sulle spalle era che le femmine avrebbero ricambiato il cibo con sesso. Questo comportamento esiste ancora presso alcuni primati molto prossimi all’uomo ed è stato documentato. Più volte è stato filmato un maschio di scimpanzè mentre portava dei frutti ad una femmina e ne otteneva in cambio l’accoppiamento. Anche i bonobo, primati ancora più simili all'uomo di quanto non siano gli scimpanzè, possiedono questo comportamento.

Le femmine si adattarono a questa situazione perdendo l'estro, il periodo dell'anno in cui sono sessualmente ricettive, o meglio estendendolo fino a divenire ricettive tutto l'anno. Nel versante maschile, la specie selezionò gli individui sessualmente motivati. I maschi non interessati al sesso e che quindi non tornavano al villaggio per condividere il cibo non si riproducevano, mentre le femmine che non si adattavano a questo scambio rischiavano di morire di fame. In questo modo i maschi divennero molto motivati verso le femmine le quali a loro volta, anche se non altrettanto motivate, per amore o per forza divennero ricettive. Per assicurare un rifornimento quotidiano di cibo alle femmine e ai piccoli, i maschi non potevano restare "sazi" di sesso per molti giorni, ma il seme e con esso il desiderio dovevano rinnovarsi ogni giorno.

Per alcuni milioni di anni, i nostri progenitori vissero in capanne ed in società tribali e si basarono su di una economia di caccia e raccolta. Questo modo di vivere, praticato per milioni di anni, si è depositato dentro di noi ed è quello per il quale siamo preparati. Infatti, non sono bastati i 5-8.000 anni di neolitico per cambiare geneticamente la nostra specie. Per avere minimi cambiamenti genetici ci vogliono periodi di tempo dell'ordine di diverse decine di migliaia di anni. Ancora oggi, ritroviamo questa antica alleanza fra i sessi nei comportamenti individuali e nelle forme sociali. E' necessario fare attenzione che non si tratta della sola dipendenza economica della femmina nei confronti del maschio, ma anche della dipendenza inversa sessuale del maschio nei confronti della femmina, infine della dipendenza psicologica di ciascuno dall'altro. Il rapporto di reciproca dipendenza e di scambio tra maschi e femmine ha funzionato fino ai giorni nostri, favorendo gli scambi materiali ed affettivi fra i due generi. Si tratta quindi di un rapporto profondamente consolidato nella nostra specie e che condiziona ancora potentemente i comportamenti umani, anche se questa antica alleanza è stata recentemente messa in questione dall'indipendenza economica raggiunta dalle donne.

Molti comportamenti umani possono essere spiegati in base al percorso evolutivo della nostra specie. Finalmente, dopo tanti anni in cui sono stati praticati metodi di analisi psicanalitica basati su ipotesi arbitrarie, gli psicologi sono finalmente arrivati a capire che il comportamento umano può essere meglio spiegato prendendo in considerazione il passato evolutivo della nostra specie. La disciplina che si occupa di questo studio si chiama psicologia evoluzionistica.

Come abbiamo visto, l'elevato desiderio maschile di sesso è probabilmente dovuto alla necessità della specie di motivare i maschi verso le femmine allo scopo di nutrirle e di proteggerle insieme con i piccoli. Queste ultime avrebbero invece sviluppato un atteggiamento ricettivo verso i maschi, motivato originariamente dal bisogno ma poi anche dal desiderio. Con il passare del tempo e con l'aumentare della complessità della psicologia della nostra specie, dalla sessualità è emersa l'affettività. In realtà, l'affettività è presente anche negli animali superiori e specialmente nei mammiferi, ma nella nostra specie è presente in una forma molto più complessa ed articolata. La sessualità o meglio l'affettività è fondamentalmente simile nei due generi, con qualche differenza degna di nota. Forse perché spinte a trovare maggiore sicurezza in un rapporto costante, le femmine cercano un rapporto privilegiato con un determinato maschio. Sembra che si tratti di un rapporto che comunque di solito dura una decina di anni.

La specie ha dovuto motivare sessualmente anche la donna nel confronti dell'uomo, ma il suo interesse sembra puntare ad obiettivi diversi. Le donne mostrano un più pronunciato bisogno di protezione e di compagnia, dovuto probabilmente alla loro missione riproduttiva e alla loro lunga dipendenza dagli uomini. Mentre il comportamento sessuale dell'uomo è tendenzialmente "episodico", quello della donna sembra diretto da un "istinto nidificatore", un istinto che cerca relazioni stabili. La donna tende ad usare strumentalmente il sesso per ottenere sostentamento e protezione. Quindi, la donna tende a concedersi più facilmente quando riconosce nel maschio che ha di fronte il proprio partner. Sarebbe comunque sbagliato credere che gli uomini siano interessati solo al sesso dal momento che anche per loro l'affettività rappresenta una componente insostituibile della vita. Questi antichi e diversi atteggiamenti li ritroviamo ancora oggi nei due generi, sebbene ogni donna, come ogni uomo, siano casi particolari che rientrano in un'ampia variabilità di predisposizioni e quindi di comportamenti.

L'amore svolge importanti funzioni regolatrici. La prima è quella di far nascere quel forte sentimento di attrazione verso l'altro capace di travolgere le barriere estetiche, la materialità dell'altro e le inibizioni culturali, di favorire l'accoppiamento e quindi la riproduzione. La seconda è quella di dilatare la relazione nel tempo, infatti, con l'amore la relazione va oltre il rapporto sessuale, e viene prolungata anche di anni per fornire la protezione della femmina per il tempo necessario per allevare i piccoli. Con il matrimonio, questa relazione viene estesa a tutta la vita, ma normalmente dopo una decina di anni l'amore tende ad evaporare e i due coniugi cominciano a litigare ed a guardarsi intorno. La noia, la frustrazione e l'insoddisfazione diventano le caratteristiche di una relazione portata molto oltre la sua durata naturale. Un secondo partner diventa spesso il necessario sostegno di una situazione altrimenti insopportabile. Anticamente non c'era bisogno di questi ripieghi perché più semplicemente entrambi gli ex-innamorati trovavano all'interno della tribù nuovi amori e, per la specie, nuove occasioni di riproduzione ed una più efficace distribuzione dei geni. La gelosia aveva probabilmente un effetto simile a quello dell'amore, consistente nel mantenere unita la coppia. Anche la sua durata coincide con quella dell'amore e finisce con quest'ultimo.

L'affetto a sua volta prolunga la relazione oltre l'amore. E' quindi utile al mantenimento del legame di coppia, seppure in forma attenuata. Era utile anche all'estensione dei vantaggi agli altri familiari (anziani, bambini), ai membri più prossimi della tribù che non erano direttamente coinvolti nel rapporto di coppia e che dovevano pur essere anch'essi protetti e nutriti.

La missione riproduttiva delle donne è probabilmente alla base del loro spiccato interesse verso i bambini. Le donne mostrano anche una grande capacità di mettersi in contatto emotivo ed intellettuale con i bambini per seguirli e sostenerli nella loro crescita psicologica.

L'amicizia è un sentimento molto simile all'affetto, forse identico, ma che si rivolge ai non familiari. Probabilmente era necessaria alla coesione della tribù, alla distribuzione di aiuti e vantaggi al suo interno e alla reciproca difesa. I familiari anziani e gli altri membri della tribù erano anch'essi importanti per la conservazione del gruppo. Anche il senso di appartenenza al gruppo fa parte di questi sentimenti che ne rafforzano la coesione.

Osserviamo ancora oggi una differenza notevole nella loquacità fra maschi e femmine. La scarsa loquacità dei maschi era probabilmente necessaria  per evitare di far fuggire le prede durante la caccia: se avessero preso con loro una donna, probabilmente sarebbero tornati a mani vuote. La loquacità delle femmine, invece, era probabilmente utile alla coesione della tribù e alla ripartizione dei vantaggi. Non solo, ma tale loquacità unita ad una superiore intelligenza affettiva, ha sempre permesso alle femmine di gestire a proprio vantaggio i maschi, più lenti nell'afferrare le situazioni. Anche la differenza nell'intelligenza affettiva fra i generi sarebbe dunque stata necessaria alla specie.

Da parte loro, i maschi svilupparono altre caratteristiche, tutte in qualche modo necessarie alla caccia e alla difesa del gruppo da animali feroci o da incursioni di tribù nemiche. Fra queste caratteristiche troviamo la robustezza fisica, il coraggio, la stabilità emotiva, le capacità decisionali, le capacità di astrazione, il senso dell'orientamento, la propensione al gioco basato sulla forza, la velocità e la destrezza.

Oltre alle caratteristiche psicologiche, la nostra specie adattò anche le caratteristiche fisiche di entrambi i sessi alle loro funzioni. Mentre gli uomini dovevano mantenere agilità e conservavano più a lungo un fisico atletico e forte, il corpo femminile invece divenne bello e gradevole per richiamare il maschio, ma con il tempo tendeva ad accumulare riserve alimentari. Le statuette delle veneri primitive rappresentano donne con i fianchi e i seni prosperosi. Questa predisposizione costituzionale del fisico femminile è oggi alla base della fortuna di una pletora di dietologi, estetisti, massaggiatori, chirurghi estetici, psicologi, etc.

Il permanere nei nostri geni della propensione al primitivo rapporto di scambio fra maschi e femmine lo ritroviamo anche nel cosiddetto mestiere più antico del mondo, dove si attua lo scambio di denaro per sesso, ma nella società contemporanea la femmina non avrebbe più bisogno di vendere il proprio corpo in quel modo primitivo dal momento che può trovare mezzi di sostentamento alternativi.

Dalla tribù alla famiglia
Le società primitive erano basate sulla tribù. Come si può ancora osservare presso alcune popolazioni, la tribù non è un insieme di famiglie costituite ciascuna dal papà, dalla mamma e dai rispettivi bambini, ma è un'unica grande famiglia dove gli adulti vivono in comune ed i bambini sono allevati in comune. Nella tribù, gli adulti tendono ad unirsi per periodi che possono andare da pochi minuti ad alcuni anni. Il matrimonio come lo conosciamo noi non esiste. I bambini apprendono la sessualità in modo naturale dagli animali, dai giovani e dagli adulti. Le tribù primitive sono in genere matrilineari. Vale a dire che viene riconosciuta la discendenza per linea materna e la tribù si struttura intorno a quel tipo di legame. Questo avveniva anche perché le società primitive non erano ancora consapevoli del ruolo del maschio nella fecondazione della femmina. I concetti di padre e di nonno non esistevano. Inoltre, le donne erano sempre presenti nel villaggio e tendevano a lavorare insieme, mentre gli uomini si allontanavano per la caccia.

Probabilmente la famiglia nacque nel neolitico, con l'avvento dell'agricoltura. L’agricoltura richiese la dispersione degli uomini sul territorio, sui campi da coltivare. In quel momento, la tribù primitiva entrò in crisi. Le unioni diventarono più individualizzate, senza obbligatoriamente arrivare alla coppia come la conosciamo oggi. Per millenni, sono infatti esistite forme familiari diverse da quella che conosciamo ora e più aperte, per esempio forme poligamiche, ma anche piccoli gruppi formati da donne e uomini che lavoravano gli stessi appezzamenti di terreno, famiglie matriarcali, famiglie estese. Forme familiari con più di due componenti adulti sono ampiamente conosciute nelle società primitive. Il matrimonio venne istituito come ufficializzazione dell'unione familiare. Con l'arrivo dal Medio Oriente di religioni sessuofobiche ed in analogia con il monoteismo religioso, il matrimonio diventò rigidamente monogamico, eterno ed indissolubile. Venne inoltre introdotto il patriarcato, che produsse profondi sconvolgimenti nella struttura delle tribù e nel ruolo delle donne. I longobardi ed altre popolazioni germaniche che invasero l'Impero Romano usavano invece affiancare in modo del tutto legale e socialmente accettato altre donne alla moglie.

Impoverimento della sfera affettiva
In una tribù, i bambini vengono allevati in comune e numerose ragazze e donne si occupano di loro. I bambini si sentono come avvolti da una sfera di affetti. La struttura matrilineare tende a rinforzare questa intonazione affettiva delle relazioni all'interno della tribù. In parte, questa sensazione è provata anche dai bambini d'oggi che vivono in piccoli paesi, in case dove abitano diverse famiglie appartenenti alla stessa parentela. Le numerose nonne, zie, cugine, sorelle, ma anche le analoghe figure maschili creano un bozzolo di affetti. Lo stesso discorso è in buona parte valido anche per gli adulti che si trovano immersi in una rete di affetti, parentele ed amicizie, sia che abitino in un piccolo paese, che a maggior ragione se vivono in una tribù. L'avvento del patriarcato ebbe notevoli ripercussioni soprattutto sulle donne che persero gran parte della loro influenza in un processo di emarginazione nel corso del quale esse vennero normalmente recluse e represse.

E' da notare inoltre, che mentre nella tribù vi sono numerosi componenti, nella famiglia ve ne sono molto pochi ed ognuno di essi è praticamente insostituibile. La famiglia è un gruppo molto piccolo e l'abbandono di uno dei suoi componenti risulta molto più grave della stesso evento all'interno di una tribù. Nella famiglia, la limitazione dei legami affettivi a pochi individui genera ansie e drammatizza i rapporti fra i suoi membri. Ciascun genitore sviluppa la paura di perdere il partner in un'altra relazione. Da questo timore nasce una possessività che porta spesso ad atteggiamenti di reciproco controllo se non di persecuzione. Nella città, un bambino vive con i soli genitori. Spesso non li vede durante tutta la giornata e ne sente la mancanza, come sente anche la mancanza di fratelli e di coetanei. Un bambino disabile troverebbe più facilmente i suoi spazi all'interno della comunità e non graverebbe solo sui suoi genitori. Gli stessi genitori spesso hanno pochi amici e parenti, e quelli che ci sono abitano lontano. La situazione generale odierna è quella di un notevole benessere materiale che non basta però a fronteggiare una grossa carenza di affetti.

Nelle nostre società, il lavoro, una quantità di impegni e di commissioni, e per la donna un cumulo di lavori domestici che si aggiungono al lavoro esterno, sottraggono ai membri adulti della famiglia il tempo per vivere la loro vita e per scambi con gli altri membri. La vita non esiste più. Ritagli di tempo devono essere faticosamente strappati ai doveri. Il lavoro è rappresentato quasi sempre da un'occupazione ripetitiva che dura decine di anni con minimi cambiamenti sia di tipo di lavoro che di ambiente fisico ed umano. Questa ripetitività finisce per annullare in breve tempo ogni creatività, ogni motivazione ed ogni interesse. L'essere umano ha invece bisogno di cambiare i suoi orizzonti diverse volte nel corso della propria vita. Il lavoro domestico, particolarmente ripetitivo, dev'essere compiuto tutto dalla moglie, che si trova anche isolata nella propria abitazione. Nella tribù, invece, le donne lavoravano in comune, cosa molto più facile e gratificante che farlo da sole. Solitudine, noia, ansietà e depressione si accompagnano spesso nelle moderne società industrializzate.

Proibizionismo affettivo e sessuale
L'istituzione della famiglia canonica ha avuto importanti conseguenze sull'economia affettiva degli esseri umani. Infatti, con il giuramento di mutua fedeltà, i due coniugi non solo si promettono aiuto reciproco, ma diventano anche l'uno il guardiano dell'altro. Quell'intenso scambio di effusioni che era proprio della tribù è stato eliminato dalla famiglia nucleare. I bonobo, che come ho detto sono le scimmie più vicine a noi dal punto di vista genetico, godono di una intensa e libera sessualità. Se il gruppo si spaventa per la vista di un predatore, passato il pericolo tutti corrono ad accoppiarsi, per calmarsi e ritrovare la tranquillità.

Anche le forme architettoniche sono state adattate a questo tipo di famiglia, infatti gli edifici e i muri sono altrettante barriere alla frequentazione reciproca, oltre che comode prigioni a cui si finisce per arrendersi. Un'architettura diversa ci consentirebbe un modo di vivere più libero. Ecco un altro modo con il quale la cultura ci condiziona e ci affligge: quello di far passare per naturale un tipo di convivenza, la famiglia monogamica, e un tipo di architettura che invece sono acquisizioni recenti e in larga parte imposte da costumi importati dall'esterno. Una forma di convivenza umana che non ha nulla di naturale, essendo un prodotto puramente culturale e che non trova giustificazione della propria rigidità nemmeno a livello sociale. In generale, le spinte centrifughe all'interno della famiglia sono generate dalle propensioni verso l'assetto delle relazioni fra i sessi che esisteva centinaia di migliaia di anni fa, ma ad esse si oppongono forme organizzative recenti alle quali non siamo geneticamente adattati.

L'invenzione del padre
Oggi si parla spesso dell'importanza della figura paterna nell'equilibrio psicologico dei bambini, tanto che certi psicologi fanno risalire delle patologie di bambini ed adulti alla mancanza del padre. Ragionano come se il concetto di padre fosse innato nel bambino, ma potrebbe non essere affatto innato. Presso i popoli primitivi non esisteva la consapevolezza del legame tra atto sessuale e riproduzione. Si credeva che le femmine venissero ingravidate dagli spiriti della foresta o dal vento o dagli dèi. Come poteva esserci il concetto di padre? Questo concetto è un'acquisizione recente e deve essere fatto risalire al momento in cui gli uomini si resero conto della funzione del maschio nella riproduzione. Questo è avvenuto in tempi diversi nei singoli popoli, in genere poche migliaia di anni fa. Non a caso, le tribù soprattutto quelle più primitive sono spesso matrilineari, dal momento che l'unico legame di parentela riconosciuto è quello madre-figlia/figlio e che può collegare nella parentela anche altre donne. Alla scoperta del padre biologico, recentemente è stata affiancata l'invenzione della figura del padre capo famiglia, che si è imposta con l'avvento del patriarcato. Oggi, quando viene mostrata la famiglia radunata attorno all'albero di Natale, viene anche fatto passare il concetto che la famiglia formata dal padre, madre e figli sia qualcosa di eterno e sempre esistito. Ben poche persone immaginano quanto sia diverso ciò che si nasconde dietro a quella cartolina.

Una comunità matriarcale
La comunità dei Moso, localizzata fra il Tibet e la Cina, rappresenta una delle ultime società matriarcali. In questa comunità, la "famiglia" è organizzata intorno alla madre e la discendenza è di madre in figlia (discendenza matrilineare). Le donne hanno una maggiore importanza sociale rispetto agli uomini e lavorano sia in casa che nei campi, mentre i maschi non lavorano e sono piuttosto emarginati. Il matrimonio non esiste. C'è però un sistema di visite, in base al quale i maschi adulti vanno a fare visita ad una donna, la quale nel caso che se ne presentino più di uno sceglie l'uomo con cui passare la notte. Di solito i visitatori arrivano verso sera e se ne vanno alla mattina, ma possono restare anche per alcuni giorni. Il concetto di padre biologico non esiste. I Moso sono convinti che il feto esista già nel grembo materno e che venga soltanto bagnato dal maschio. Si crede che le caratteristiche del figlio dipendano solo dalla donna. I bambini non vengono allevati dal padre, ma dallo zio materno che ne svolge le funzioni. Gli uomini non formano una famiglia propria, ma vivono nella famiglia materna. Di regola le donne e gli uomini "conoscono" nel corso della loro vita centinaia di partner. La gelosia è derisa come sono derise anche le unioni stabili. Le figlie possono allontanarsi dalla casa materna per andare a formare un'altra famiglia matriarcale.

Evoluzione delle forme di convivenza
Dalle primitive forme tribali, siamo passati per i clan, per le famiglie patriarcali allargate, alla famiglia nucleare. I diversi popoli hanno conosciuto differenti forme familiari. Per esempio, delle forme familiari nelle quali un uomo condivideva anche le sorelle nubili della moglie o viceversa. Negli ultimi secoli la famiglia è evoluta moltissimo. La permanenza della prostituzione nelle società basate sulla famiglia può essere dovuto al fatto che ne compensa in qualche modo le carenze.

Il calo dei matrimoni è un fenomeno vecchio di decenni nelle società industrializzate. Ormai, anche la famiglia nucleare è in crisi, di questo ne soffrono tutti i membri e anche la natalità ne risulta danneggiata. Siamo arrivati alla famiglia composta da madre e figlio, ma ormai stiamo assistendo alla scomparsa della famiglia stessa. I giovani tendono a non accettare più legami troppo forti qual è il matrimonio come lo conosciamo oggi e le unioni informali di durata indefinita si stanno diffondendo, ma spesso i giovani non si mettono neanche più insieme, neppure in una semplice convivenza.

L'autonomia delle donne
Da tempi immemorabili, la donna possiede l'istinto di non darsi mai gratis, ma di farsi ricompensare in qualche modo e questo era necessario alla sua sopravvivenza. Abbiamo visto che la prima forma di questo commercio consisteva nello scambio cibo/sesso. Ma questo scambio aveva l'inconveniente di dover essere rinnovato ogni giorno. Per la donna, l'avvento del matrimonio ha significato la conquista della protezione a vita e della tranquillità. In cambio essa promette la fedeltà e la sua disponibilità a fornire una serie di servizi domestici. A sua volta al maschio viene chiesto di rinunciare alla sua natura di cacciatore di femmine.

Nel tentativo di sedurre l'uomo, la donna è stata dotata di una spiccata propensione all'esibizionismo. L'atteggiamento tipico della donna è infatti quello di provocare il maschio, ma di non concedergli nulla, salvo ottenere in cambio qualcosa che la ricompensi in  modo adeguato. La donna ottiene di poter lavorare e di avere un proprio reddito. Come conseguenza, essa non dipende più dal maschio e non è più costretta a concedergli nulla. L'antica alleanza basata sulla reciproca dipendenza cade, maschi e femmine si allontanano.

La donna sente la maternità come una limitazione della libertà ed un impedimento economico e cerca di sottrarsi da questa servitù. Non essendo più costretta alla maternità ed essendo disponibili i contraccettivi, spesso rinuncia alla sua funzione riproduttiva. Con l'autonomia economica, oltre alla libertà, la donna ottiene l'affrancamento dalle servitù domestica, sessuale e riproduttiva.

Importanti flussi migratori e numerose adozioni compensano il calo demografico delle società tecnicamente più evolute. Con la conseguente comparsa di tensioni sociali dovute alle differenze culturali e alle difficoltà di integrazione reciproca.

Non più necessario nell'economia domestica, l'uomo diventa inutile, va in crisi e va alla ricerca di un nuovo ruolo. Da parte sua, la donna diventa vittima della sua stessa libertà. Una libertà troppo grande, nella quale si perde e non trova più la via per l'espressione della propria natura. Nel tentativo di calmare l'ansia di una vita priva di senso, si affida ad astrologi, maghi e altri imbonitori.

Verso nuove forme di convivenza
Se la famiglia che conosciamo è in crisi, da tempo si stanno sperimentando nuove forme di convivenza. Queste forme tendono inconsapevolmente alle forme naturali e probabilmente avranno come conseguenza di farvi coincidere delle rinnovate forme istituzionali. Ma non è facile riabilitare forme di vita comunitaria, a causa dei condizionamenti alla propria libertà che questa socialità troppo invadente può comportare.

L'individualismo spinge gli uomini a vivere sempre più isolati gli uni dagli altri e ha ridotto ai minimi termini le comunità familiare, quella degli amici, del vicinato, del paese, del quartiere, etc. Ma la specie umana e i suoi progenitori hanno vissuto in comunità dalla notte dei tempi, da milioni di anni. Gli uomini sono molto socievoli ed ora gli individui atomizzati delle società industrializzate soffrono della loro solitudine che pure perseguono attivamente.

I giovani, abituati come sono dal mondo dello spettacolo alla varietà di sollecitazioni e di partner possibili, mal sopportano l'idea di un legame fisso e per tutta la vita. Essi si mostrano più interessati ad eventuali unioni multiple, ma poco coinvolgenti. Nella società di singles, il matrimonio non gode di molto favore, le unioni sono volontarie e libere e durano finché c'è un reciproco accordo. In future società, potrebbero venire ricreate comunità liberate dai principali inconvenienti delle tribù primitive e della famiglia chiusa, ma non è chiaro se queste società sapranno garantire sufficiente autonomia ai propri membri.

Gli odierni strumenti di telecomunicazione favoriscono l'incontro, ma i rapporti tendono ad essere fugaci, come se coloro i quali si conoscono in questo modo non riuscissero a sbarazzarsi di una virtualità che li abbia misteriosamente contaminati.

Conclusione intermedia
Questo breve riassunto ha cercato di mostrare come siamo stati plasmati fisicamente e psicologicamente dal nostro percorso evolutivo. Ha cercato anche di accennare ad alcune delle principali tensioni alle quali siamo sottoposti a causa dei cambiamenti del nostro modo di sentire e di vivere nel corso dei millenni dovuti al passaggio dalla tribù alla famiglia e alla odierna crisi della famiglia stessa. Mi sono soffermato particolarmente sulla nostra affettività e sulla sua espressione, ma lo stesso tipo di analisi potrebbe essere fatto per molte altre nostre componenti che in questa nostra società non trovano sufficienti vie di espressione. Si pensi per esempio alla nostra manualità, alla nostra corporalità e alle nostre capacità creative. Nel prossimo capitolo, prenderemo in considerazione le nostre capacità intellettuali.

Quello che ho accennato in questo capitolo si riferisce a tutti gli uomini e donne in generale, ma come sappiamo, c'è una grande variabilità individuale ed ogni individuo è fatto a modo proprio. Più avanti, vedremo come individuare il nostro particolare modo di essere. In ogni caso, molto spesso i nostri comportamenti possono trovare spiegazione nel nostro passato evolutivo e in questo modo acquistano profondità.

La cultura è qualcosa di nuovo nella traiettoria evolutiva della nostra specie ed è in qualche modo "in prova". Molti degli inconvenienti che ho sottolineato all'inizio di questo lavoro sono dovuti all'immaturità di questo strumento. E' a partire da poche migliaia di anni che abbiamo dato nuove funzioni alla cultura. In essa, coesistono forme antiche ed altre moderne o del tutto nuove. La storia del XX secolo, caratterizzata da guerre mondiali, rivoluzioni, conflitti ideologici e religiosi dimostra ampiamente quanto dobbiamo ancora fare per imparare ad utilizzare convenientemente i nostri strumenti intellettuali.

Quello che dobbiamo ricordare dall'esame di questo lungo percorso evolutivo della nostra specie sono due cose: la prima, e la più importante, consiste nei fattori ambientali, economici e sociali che ci hanno determinato nella sostanza del nostro corpo, nelle forme fisiche e soprattutto in quelle psicologiche. Quello che siamo, nelle nostre funzioni di base, nelle nostre necessità e comportamenti emotivi, nei nostri valori naturali più profondi e nelle nostre modalità di essere che si sono via via aggiunte e integrate le une alle altre, deriva da questo nostro lungo passato evolutivo e molti dei nostri comportamenti trovano spiegazione in questa prospettiva. La seconda sta nell'emergere della cultura come strumento di regolazione sociale e di asservimento, ma anche come strumento di conoscenza e di liberazione. Più avanti vedremo come sia possibile utilizzare queste riflessioni per vivere in maggiore sintonia con noi stessi.


INTELLIGENZA, LINGUAGGIO, CONOSCENZA, COSCIENZA
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Nel nostro tentativo di fare un po' di luce su ciò che siamo, dobbiamo dare un'occhiata anche alle nostre facoltà intellettuali. Queste facoltà sono peculiari della nostra specie ed hanno una grande importanza nelle relazioni che stabiliamo con la realtà che ci circonda.

Intelligenza
La facoltà caratteristica del cervello è l'intelligenza. Ma che cos'è l'intelligenza? La definizione secondo cui essa consisterebbe nella capacità di risolvere problemi è molto generica e non dice un gran che. Una definizione più precisa la considera la capacità di cogliere rapporti. L'intelligenza opera incessantemente dei confronti e ne trae dei rapporti. I rapporti di similitudine e di differenza le permettono di classificare gli oggetti. Per esempio, possiamo riunire le rose, i tulipani e le viole nella categoria dei fiori, possiamo riunire gli esseri umani e gli uccelli nella categoria dei bipedi, etc.

L'intelligenza può scoprire anche altri tipi di relazione fra gli oggetti, quali quelli di contemporaneità, di successione, di implicazione, di causalità. Per esempio, è proprio l'intelligenza che ci fa scoprire la relazione di causa - effetto fra l'aver mangiato troppa cioccolata e avere mal di pancia. Attenzione però: non esistono solo classi di oggetti, ma anche di forme, comportamenti, azioni, funzioni, idee, etc. Per esempio, nella categoria dei triangoli (una sottoclasse delle forme) ci sono tanti triangoli diversi, in quella della generosità ci sono tanti comportamenti che dimostrano sollecitudine per il prossimo, etc.

Il nostro cervello è formato da alcune centinaia di miliardi di cellule nervose chiamate neuroni. L'intelligenza è prodotta dal particolare modo con cui essi sono collegati fra loro. I neuroni ricevono segnali da una moltitudine di altri loro simili (tipicamente alcune decine di migliaia) e trasmettono segnali a un numero limitato di neuroni. Il particolare modo con cui questi neuroni sono collegati (architettura) ne determina la funzione specifica. In questo modo, una moltitudine di cellule finisce per convogliare i propri segnali su di una o poche altre cellule le quali daranno un segnale specifico e significativo. Per esempio, nel corso della lettura, sono contemporaneamente impegnati milioni di cellule nervose. Se queste cellule incontrano una "o", la riconoscono e  attiveranno altri neuroni delle aree motorie della bocca le quali ci faranno pronunciare il suono "o". Se accanto alla "o" c'è una gambina, verranno inibiti i gruppi di neuroni della "o" e verranno invece attivati altri gruppi di neuroni che ci faranno pronunciare "p, q, b, d", a seconda dei casi. Il riconoscimento delle forme è solo una delle molteplici funzioni dell'intelligenza.

La struttura del cervello è dunque essenzialmente associativa. E' la sua associatività che durante la lettura presiede al riconoscimento delle lettere, all'attivazione delle aree linguistiche, all'attivazione delle aree del pensiero, etc. E' sempre in base a questa associatività che il cervello compie continui confronti in ciò che vediamo e ciò che abbiamo in memoria, oppure fra due o più oggetti e ci permette di cogliere delle relazioni fra di loro. L'intelligenza consiste dunque nella capacità di cogliere relazioni fra due o più oggetti, tanto che si tratti del riconoscimento di lettere, quanto di valutare le capacità di recitazione di un attore o del riconoscimento di un volto o altro.

Apprendimento
Alla nascita, un bambino possiede già una grande quantità di collegamenti predisposti. Moltissimi altri verranno stabiliti in seguito. Infatti, nel corso dell'apprendimento, i collegamenti validi verranno rafforzati, mentre quelli erronei verranno eliminati. A tale scopo, è molto importante la realtà e l'aiuto di un adulto per confermare al bambino ciò che è giusto e per indicare ciò che è sbagliato. E' con l'aiuto dell'insegnante che un bambino impara ad associare un suono ad ogni lettera dell'alfabeto. Il mantenimento di questi collegamenti e la loro memoria, gli dà la facoltà di leggere. E' chiaro che la capacità associativa è tanto più elevata, quanto maggiore è il numero di collegamenti e quanto più vasto è l'archivio delle classi che abbiamo distinto (conoscenza). Mentre avremo difficoltà se le classi che possediamo sono limitate, se sono fondate su criteri imprecisi o inadatti.

Molte aree, intelligenze e memorie
L'intelligenza non riguarda soltanto le funzioni visive e quelle razionali, ma anche quelle affettive, artistiche, matematiche, musicali, del movimento del corpo, dell'uso delle mani, del linguaggio e moltissime altre. Una persona dimostra intelligenza nelle relazioni sociali quando sa prendere il prossimo per il verso giusto, meglio di come faccia un altro. Una ballerina sa ripetere un passo di danza e interpretare gesti meglio di quanto non sappia fare una persona normale.

Il cervello ha una struttura modulare, essendo formato da tante aree ciascuna della quale gestisce una funzione diversa. Abbiamo quindi tante intelligenze e tante memorie quante sono le aree cerebrali. Di questo vi rendete conto quando per ricordarvi l'ortografia di una parola, la dovete scrivere. Nello stesso individuo, l'intelligenza è disuguale da funzione a funzione. La dovizia di neuroni e di collegamenti di cui è fornita ciascuna area cerebrale è diversa, per cui possiamo essere molto abili in determinati campi e meno in altri. Esistono persone davvero geniali in un ambito, ma che a volte risultano sorprendentemente goffe negli altri.

Al contrario, aree poco ricche di neuroni o con neuroni che possiedono collegamenti scorretti, svolgono male le proprie funzioni. Nella dislessia, le informazioni visive relative al riconoscimento delle lettere e al loro montaggio in parole non sono trattate correttamente e di conseguenza i dislessici presentano difficoltà nella lettura e spesso anche nella scrittura. La nostra specie ha acquisito il linguaggio da poco tempo sulla scala evolutiva. Di conseguenza, ancora molte persone hanno difficoltà con il linguaggio. Fra queste difficoltà, oltre alla dislessia, possiamo considerare anche i problemi nella comprensione del parlato, in base ai quali un bambino non riesce a seguire le lezioni e resta indietro e i problemi nell'espressione orale di propri contenuti in base ai quali egli non sa dire o scrivere compiutamente quello che pensa o pensa una cosa e ne dice o ne scrive un'altra.

Secondo Paul MacLean, nel cervello umano sarebbero distinguibili tre strati fondamentali: quello rettiliano, il più primitivo e profondo; quello paleomammifero, proprio dei mammiferi primitivi e quello neomammifero. L'ultimo strato sarebbe quello che caratterizza i mammiferi più moderni, in particolare i primati. Nell'uomo, questo strato avrebbe subito uno sviluppo eccezionale dando luogo ad una neocorteccia che avvolgerebbe l'intero cervello. Possiamo immaginare che questa neocorteccia abbia potenziato gran parte delle capacità della nostra specie, facendo emergere superiori capacità di astrazione, il linguaggio, il pensiero, capacità matematiche, creative, di affettività, etc. Insomma, l'elevata complessità del cervello umano avrebbe potentemente arricchito la nostra natura che mostra di possedere un repertorio di comportamenti, sensibilità, predisposizioni e capacità ben più vasto di quello animale. L'esercizio di queste aree, soprattutto di quelle più ricche di neuroni e di collegamenti, è fonte di piacere e ci realizza. Più avanti, torneremo su questo importante argomento.

Linguaggio
Il linguaggio è dovuto ancora alla capacità associativa della mente che associa un nome ad ogni classe. Per esempio dà il nome di triangoli all'insieme dei poligoni con tre angoli. Essa permette anche il confronto fra le classi per ottenerne delle relazioni. Il linguaggio non è poi solo in grado di nominare le classi ma anche di esprimere le relazioni che intercorrono fra di loro, come nell'esempio seguente: "gli uomini sono più forti delle donne, ma le donne sono più furbe". 

Conoscenza: i modelli percettivi e i modelli verbali della realtà
Torniamo un po’ indietro. Gli animali non possiedono un linguaggio verbale come il nostro, come fanno dunque a conoscere la realtà? Un animale immerso in un determinato ambiente ricava delle immagini di ciò che osserva, percepisce dei suoni, degli odori, delle sensazioni tattili, etc. Tutte queste percezioni ricostruiscono l’ambiente nella mente dell’animale. Detto in altre parole, l’animale crea un modello percettivo della realtà. E’ da notare che questo modello è parecchio raffinato. Infatti, non è costituito da un’immagine fissa e da semplici percezioni grezze, ma egli ottiene qualcosa che somiglia più ad un filmato in tre dimensioni, con associati suoni significativi, odori e sensazioni tattili, come quelle che può avere un lupo in un ambiente naturale, mentre il vento che gli muove la pelliccia gli porta l’odore di una preda. A questi modelli percettivi sono associati anche significati ed emozioni. Un termine che mette insieme tutte queste componenti è quello di vissuto.

Il pensiero degli animali.
Mentre le telecamere vedono e ricordano tutto, ma non capiscono niente, gli occhi sono in grado di individuare ed "estrarre" gli oggetti dallo sfondo e lo fanno  in un modo talmente rapido e pregnante che noi non ce ne accorgiamo nemmeno. Questa operazione incessante di estrazione e riconoscimento degli oggetti è compiuta dall'intelligenza (umana ed animale). Molte persone dubitano dell'intelligenza degli animali, eppure sebbene non parlino, sono capaci anche loro di estrarre e di riconoscere gli oggetti che incontrano e questa operazione richiede un potente lavoro da parte dell'intelligenza.

Gli animali possiedono nella mente le immagini degli oggetti che hanno incontrato ed il ricordo delle esperienze e delle emozioni che vi erano associate. Gli animali ragionano quindi per analogia a oggetti e a situazioni che già conoscono e sono in grado di compiere operazioni logiche con i propri modelli percettivi ed in questo consiste il loro pensiero. Anche l’uomo è un animale e anche lui ricrea nella propria mente un modello della realtà, esattamente come fanno gli altri animali. Anche noi abbiamo nella mente l’immagine di tanti oggetti e il ricordo di tante esperienze. Anche noi ragioniamo per immagini e in base a situazioni già sperimentate. In più abbiamo il linguaggio e la capacità di ragionare per mezzo di rappresentazioni linguistiche e logiche della realtà.

Conoscere significa creare un modello della realtà. Mentre gli animali conoscono per mezzo di modelli percettivi, gli uomini utilizzano gli stessi modelli percettivi e i modelli verbali. In realtà, nel corso della sua vita l’uomo tende ad utilizzare sempre di più i modelli verbali. I motivi di questo comportamento sono da ricercarsi nel ruolo privilegiato assegnato alla ragione dalla nostra civiltà, all'educazione scolastica che è quasi esclusivamente basata sul linguaggio, al modo di vivere urbano, alla distanza dalla natura, al ricorso a mezzi sostitutivi dell'esperienza diretta quali i mezzi di comunicazione e oggi l'informatica.

Perdita di contatto con la realtà
Prigioniero dei propri viaggi mentali, l'uomo tende a perdere il contatto diretto con la realtà per vivere in un mondo di astrazioni, in una propria realtà virtuale. Le sue astrazioni e la sua cultura si interpongono alla realtà e spesso la confondono. Oggi, la gran parte delle persone vive in un mondo artificiale e non conosce la natura. Poiché la conoscenza percettiva e diretta è quella che più si accorda con il nostro modo di essere, la sua regressione corrisponde ad un impoverimento della nostra esperienza. I mezzi di comunicazione ci descrivono avvenimenti a cui non abbiamo potuto assistere. Finiamo per conoscere solo con la ragione ciò che prima era conosciuto con tutte le dimensioni del nostro essere. La cultura si frappone fra noi e la realtà e spesso ne altera profondamente l'interpretazione, con conseguenze negative per la nostra libertà.

Si dice che la caratteristica specifica dell'uomo sia l'intelligenza, solo l'uomo pensa, ha il linguaggio e via di seguito. Questa serie di luoghi comuni ha fra i suoi risultati quello di consegnarci un'anima e di separarci dagli animali che diventano qualcosa di poco più di oggetti. Agli animali viene negata la loro "umanità" per il solo fatto che non sanno esprimersi verbalmente. Questo modo di concepire le cose, questa sopravvalutazione di facoltà intellettuali che non sappiamo neppure usare a dovere, non sono dannose solo per gli animali ma anche per noi stessi perché ci impediscono di capire quello che veramente siamo e ci fanno compiere una serie di errori.

Nei bambini, le immagini percettive sono molto importanti. Infatti, essi tendono a conoscere la realtà con tutto il loro corpo e anche con le loro emozioni. Quando entrano a scuola, si trovano in una situazione molto difficile perché gli insegnanti cercano di portarli immediatamente ad una conoscenza verbale del mondo a cui essi non sono preparati. Per dei bambini, stare seduti per tante ore è una vera tortura. Essi sono abituati a correre incontro alla realtà e non a stare seduti per ore ed ore ad ascoltare solo delle parole.

Questa privazione della libertà e del loro modo di essere spesso finisce per determinare un rifiuto della scuola nel corso del quale i bambini possono assumere comportamenti indisciplinati o di scarso impegno. Per evitare questo problema, la scuola dovrebbe prevedere un certo numero di lezioni pratiche che permettano ai bambini un contatto diretto con la realtà. Nel pomeriggio, anziché fare altre lezioni teoriche, bisognerebbe compiere attività creative e di gioco che permettano ai bambini di trovare anche piacere nella scuola e di desiderare di tornarvi. Con semplici accorgimenti come questi, il clima nella classe diventerebbe migliore e anche il profitto ne guadagnerebbe.

Manipolazione
Il linguaggio è in grado di esprimere ciò che è stato visto, ma anche di utilizzare le parole per attribuire alla realtà forme e significati che non le appartengono, per parlare di realtà mai sperimentate e per inventare realtà inesistenti. La capacità di inventare relazioni non riscontrate e di affermarle con la parola non consegna all'uomo solo la fantasia e la capacità di produrre leggende, ma gli consegna anche l'inganno e lo condanna ad una incessante lotta con le parole per riuscire a intravedere la realtà. Quello che stupisce in certuni è la mancanza della capacità di distinguere la realtà dalle sue descrizioni. Spesso, essi scambiano le descrizioni verbali per la realtà medesima. Data la loro mancanza di dubbi, non sentono neppure la necessità di controllare le fonti o di fare delle elementari verifiche.

Mancando del linguaggio verbale, l’animale è invece incapace di concepire realtà immaginarie (salvo che nel gioco e in modo limitato). Di conseguenza, è anche più oggettivo, ma la sua capacità di conoscere il mondo è molto più ridotta, e non solo geograficamente. L’uomo invece spinge il suo sguardo e il suo pensiero fino alle galassie più lontane. Può conoscere quello che succede dall’altra parte del mondo, salvo essere quasi sempre incapace di capire cosa sia veramente successo. Infatti, spesso gli stessi giornalisti tendono ad alterare la realtà per scopi di parte.

Dal punto di vista sistemico, il cervello è un sistema i cui neuroni sono gli elementi costitutivi. Ormai sappiamo che ogni sistema produce qualcosa che non esiste negli elementi che lo costituiscono. Quali sono allora le qualità nuove che emergono da questa organizzazione di cellule nervose? Sono i modelli percettivi, le descrizioni linguistiche della realtà e quindi il pensiero. Quando l'uomo pone se stesso come oggetto della sua attenzione, ottiene la coscienza di sé.

Il pensiero verbale e la coscienza sono dunque i prodotti più propri dell'uomo, autentici piani della natura conquistati da animali dotati di un sistema nervoso di elevata complessità. I neuroni da soli non pensano. Ecco ancora una volta come, con l' integrazione di elementi in un sistema, si originano funzioni nuove, per nulla presenti negli elementi di base e neppure nella natura fisica. La comparsa del linguaggio, del pensiero e della coscienza è dunque un evento che ha qualcosa di miracoloso, nel quale si generano delle qualità che prima non esistevano. Il pensiero è una dimensione nuova, inesistente negli animali inferiori, creata da una particolare organizzazione delle cellule nervose, da un sistema. Pur essendo un prodotto dell'attività dei neuroni, il pensiero acquista un'autonomia dalla struttura che lo rende possibile. Un'altra conseguenza di questa analisi è che anche gli animali sono dotati di intelligenza e, ovviamente, anche di sensibilità e coscienza. Quest'ultima proporzionale al grado di complessità dell'animale.

Il fatto che il pensiero possa comparire in virtù dell'organizzazione della materia non significa che non esista alcuna divinità. In realtà, potrebbero anche esserci, ma potrebbero avere deciso di non intervenire per lasciarci la nostra libertà.

Conclusione
Le nostre facoltà intellettuali ci offrono un modo diverso rispetto al resto del mondo animale di entrare in contatto con la realtà, un modo che dobbiamo ancora imparare a gestire, se non vogliamo finire prigionieri di realtà inesistenti e di manipolazioni. A tale scopo, abbiamo già discusso dell’importanza di dotarci di un pensiero libero.

E’anche importante tenere presente che l'elevata complessità del nostro cervello ha in qualche modo potenziato le nostre capacità primitive. Abbiamo pure visto come esso sia organizzato per aree, a ciascuna delle quali corrisponde una intelligenza ed una memoria specifiche. Queste aree chiedono di essere espresse e di questo parleremo più avanti.

Abbiamo anche potuto renderci conto che abbiamo in comune con gli animali il modo di conoscere percettivo, che dovremmo rivalutare.

Nella discussione delle scelte da compiere per dare dei contenuti alla nostra libertà, dovremo tenere in considerazione anche questi aspetti intellettuali della nostra natura, ai quali affiancheremo pure la nostra affettività, che abbiamo già imparato ad apprezzare come una delle qualità più significative del genere umano (e non solo).


VALORI NATURALI
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Quello che siamo è dunque il risultato di una lunga evoluzione biologica, di conseguenza dovremmo possedere più o meno gli stessi istinti degli animali da cui deriviamo. Infatti, i bambini piccoli possiedono il riflesso di suzione, quello di aggrapparsi, il riflesso di marcia automatica, l'attaccamento emotivo alla madre, la propensione per il gioco (presente perfino in animali semplici quali le mosche). Abbiamo ovviamente anche l'istinto di alimentarci, di bere e di riprodurci, ma non si può certo dire che il nostro comportamento sia interamente riconducibile a queste pulsioni elementari. Abbiamo anche sottolineato come il termine di istinti sia fuorviante perché tende a minimizzare il ruolo di importanti componenti del nostro animo, quale per esempio la nostra spiccata e articolata affettività.

Come abbiamo visto, la nostra specie è caratterizzata da un cervello molto complesso il quale ha potenziato grandemente le nostre capacità rispetto alle scimmie, nostre antiche progenitrici. Quindi accanto agli istinti e alle capacità che condividiamo con gli animali da cui discendiamo, dobbiamo considerare anche altre importanti capacità. Siamo per esempio dotati di una naturale curiosità, di un piacere per la conoscenza e per l’esplorazione. Abbiamo una spiccata razionalità e capacità matematiche. Siamo attirati dall’assoluto e amiamo la perfezione nel pensiero, nell’espressione linguistica, nell'arte e nei comportamenti. Questa attrazione per l’assoluto ci ha anche fatto concepire sistemi di pensiero complessi e ci ha portati all’idea di Dio. Abbiamo un notevole senso estetico che ci fa provare piacere per le belle forme e da questa nostra sensibilità sono nate la scultura, la pittura, la musica, la letteratura e la poesia. Abbiamo anche un innato senso etico e tante altre capacità che non figurano in questa rapida elencazione.

Queste facoltà complesse vanno palesemente ben oltre alle necessità di sopravvivenza degli ominidi primitivi di cui biologicamente facciamo ancora parte. Non sappiamo come e perché si siano sviluppate tali facoltà. E’ per esempio difficile capire da quale necessità evolutiva siano scaturite le nostre capacità matematiche. A uomini primitivi quali noi siamo geneticamente non serve conoscere il calcolo differenziale, eppure lo padroneggiamo senza problemi. Abbiamo una passione per la musica, ma non ci limitiamo a battere un ramo su di un tronco cavo. Strumenti musicali antichi sono stati rinvenuti insieme con le prime manifestazioni di arte rupestre e di inumazione dei morti, ma difficilmente si potrebbe derivare la nostra inclinazione per la musica e soprattutto le nostre elevate capacità musicali da qualche meccanismo adattativo o di sopravvivenza. Probabilmente, la comparsa della neocorteccia nella specie umana ha notevolmente potenziato le capacità preesistenti.

E' difficile compilare un elenco delle facoltà presenti in questo "di più". L'importante è avere capito che la nostra volontà e il nostro comportamento non sono determinati solo dagli istinti, ma anche dalla propensione ad essere espresse delle strutture cerebrali complesse che stanno alla base delle nostre facoltà. Questa propensione tende ad emergere alla coscienza in forma di desiderio e, dopo un controllo etico e razionale, può essere trasformata in volontà ed in azioni.

Se per valore consideriamo qualcosa che ci piace e che desideriamo, anche l’espressione delle diverse componenti della nostra natura costituisce una serie di valori. Data la complessità che molte di queste funzioni raggiungono nella nostra specie, possiamo chiamare motivazioni complesse quei desideri che da essere emergono. Quindi, istinti e motivazioni complesse costituiscono i valori naturali che possediamo.

Si capisce bene quanto ci sarebbe da dire a proposito di ciascuna di queste facoltà. In ogni caso, queste capacità e quelle richiamate nel corso del rapidissimo excursus sul nostro passato evolutivo costituiscono l'insieme delle nostre modalità di essere generali, che possediamo tutti in misura maggiore o minore e che rappresentano i nostri valori naturali. Quando una o alcune nostre capacità sono particolarmente sviluppate in una persona si può parlare di predisposizioni e perfino di vocazioni. Più avanti, cercheremo di stabilire quali sono quelle particolari che ci caratterizzano come individui. L’espressione di queste nostre componenti naturali è fonte di soddisfazione e contribuisce al piacere di vivere.


VALORI ACQUISITI
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Con il termine di valori acquisiti, si intendono i valori di origine culturale che si distinguono quindi da quelli di origine naturale. Mentre i valori naturali sono trasmessi per via genetica, quelli culturali vengono trasmessi con l’esempio e con il linguaggio. Essi hanno la forma positiva quando incentivano un comportamento e negativa quando lo proibiscono.

Molto probabilmente, i primi valori culturali apparvero nelle tribù primitive. Fra di essi contiamo i miti, le tradizioni e la morale condivisa. Il loro esordio in grande stile risale al neolitico ed in particolare nelle civiltà dell'età del bronzo e nei grandi regni come quelli della Mesopotamia, dell'Egitto dei faraoni, etc. Per gestire questi vasti regni, i sovrani non potevano più lasciare i propri sudditi liberi di fare quello che volevano, ma avevano bisogno di poter disporre di loro secondo le proprie esigenze. I valori acquisiti sono stati dunque utilizzati per dirigere l'azione degli individui in società complesse. Tra i primi esempi di valori definiti culturalmente sono il codice di Hammurabi, le esortazioni scritte con geroglifici e i 10 comandamenti: non uccidere, non rubare, etc.

A quei tempi, il sovrano era considerato un dio o un suo rappresentante, quindi tra le prime forme di regolazione del comportamento umano vi era la morale religiosa. Solo molto tempo dopo le leggi dello Stato secolare  si incaricarono di definire le più importanti norme di comportamento. Ancora oggi, la morale religiosa influenza il comportamento di molti uomini, in forme generalmente complementari a quelle dello Stato. Non solo le religioni, ma anche le ideologie hanno il loro sistema di valori culturali. Essi possono essere diretti a fini di promozione umana, o al contrario al rafforzamento politico del sistema stesso.

Se non ci fossero i valori culturali, la gente tenderebbe ad orientarsi secondo i propri valori naturali e si comporterebbe in modo diverso da quello che la società o le autorità vorrebbero. Date queste premesse, è facile rendersi conto che i valori naturali e quelli acquisiti sono destinati ad entrare in conflitto. Di conseguenza, i valori naturali sono spesso repressi, impediti nella loro soddisfazione. A lungo andare, questa mancata espressione dei valori naturali crea disagio, insoddisfazione esistenziale, depressione ed altri disturbi psicologici. Normalmente, la gente non è consapevole di questa situazione e non capisce perché sta male.

La gente viene educata secondo un determinato sistema di valori culturali che spesso ha proprio la funzione di neutralizzare i valori naturali e di sostituirsi ad essi. Tradizionalmente, in Europa siamo chiamati a fare riferimento all'etica cristiana. Secondo questo punto di vista, esisterebbe una norma di comportamento ispirata alla virtù e alla salvezza dell'anima, costantemente minacciata dalle umane propensioni verso il peccato.

Normalmente, siamo educati secondo un sistema di valori religioso. Arrivati all'età adulta, spesso ci rendiamo conto che qualcosa non funziona. Può capitarci di non riuscire a studiare perché il nostro sguardo va alla finestra, non riusciamo più a restare in casa perché ci assale una incontenibile frenesia di uscire oppure ci viene voglia di andare a cercare gli amici. Dopo diversi anni che facciamo lo stesso lavoro, ci accorgiamo che non ci piace più come una volta, anzi ci annoia mortalmente. Possiamo anche sentirci sotto la cappa di piombo di una oscura angoscia che non si sa da dove venga, ma che pervade tutto ciò che ci circonda. Tutto ci sembra nero, il nostro futuro ci appare deprimente e senza scampo. Allora andiamo dal dottore che ci dà delle medicine, ma dopo un paio di mesi tutto torna come prima.

Ci vorranno anni per potere superare questa impostazione e per capire come stanno le cose. Per quello che riguarda la nostra astronomia interna, siamo ancora in un universo tolemaico. Ma per riuscire a ragionare sugli istinti e sui desideri legati alle nostre facoltà naturali, è necessario mettere da parte la religione, la creazione, l'anima e considerare la specie umana come frutto di una lunga evoluzione. Soltanto da una prospettiva filogenetica, psicologica e storica si può affrontare correttamente il problema dei rapporti fra i valori naturali e quelli acquisiti.

In questi anni e a causa di imponenti fenomeni migratori, questi sistemi di valori si sono incontrati e a volte anche scontrati. Non a caso si parla di "scontro di civiltà". Come abbiamo già accennato, la volontà di imporre un sistema di valori agli altri conduce a guerre sanguinose. Nel corso della storia, queste guerre sono finite quando si è riuscito a fare prevalere il rispetto reciproco al riguardo dei valori. Questo significa ammettere con i propri comportamenti la libertà di pensiero e il rispetto degli altri. Queste conquiste di civiltà possono essere favorite dal cosmopolitismo, un atteggiamento di apertura verso tutti i sistemi di valori. Il libro di K.A. Appiah (10) è di grande interesse proprio per i confronti incessanti che compie tra sistemi di valori diversi e per la discussione sui valori pubblici nelle società aperte.

Ma adesso che gli dèi sono caduti dalle nuvole e che i grandi sistemi di pensiero non riescono più ad incantare nessuno (si fa per dire), diventa possibile tornare ad interrogarci sulla nostra natura interna. Questo è importante perché essa è proprio l'origine profonda delle nostre motivazioni. E' necessario rivalutare le motivazioni naturali in modo che si sappiano riconoscere, anziché guardarle come figlie illegittime e viverle con sensi di colpa. Però, attenzione: i valori naturali sono solo una parte di noi. Dobbiamo evitare di assegnare loro una posizione esclusiva, altrimenti ne otterremmo conseguenze negative. Se per esempio ad uno piace il vino, non si deve per questo sentire autorizzato a vivere come un ubriacone. Non solo, ma viviamo in società complesse e non possiamo comportarci in modo asociale, pensando solo a noi stessi. Se facessimo tutti così, il sistema economico crollerebbe e si morirebbe di fame. Se quindi le proposte d'azione possono derivare dai nostri valori, la ragione deve esercitare una funzione di controllo.

Anche se può influenzare le nostre scelte, la ragione non fa parte delle motivazioni. La preminenza assegnata alla ragione da parte della nostra cultura ha contribuito ad emarginare ed a reprimere le nostre componenti naturali. Ora è necessario rivalutarle allo scopo di divertirci un po' di più. La ragione deve anche aiutarci a difenderci dalla funzione di asservimento dei valori culturali per recuperare la nostra libertà. Tuttavia, non tutti i valori appresi sono negativi. Possiamo infatti condividere la necessità di aiutare il prossimo e possiamo dedicarci ad attività di volontariato.

Come ho detto, il termine di istinti non è adatto per indicare la grande varietà di componenti e predisposizioni che possediamo. Infatti, con quel termine ci si riferisce normalmente a pulsioni elementari quali la fame e la sete. Se continuassimo ad utilizzare questo termine in quel modo semplicistico, finiremmo fuori strada. Se però consideriamo che fanno parte della nostra natura anche motivazioni complesse quali la capacità di amare, di apprezzare la musica e la poesia, ci rendiamo conto che al nostro interno ci sono anche qualità incantevoli e raffinate. Ecco ancora una volta perché per riferirci al prezioso carico naturale che abbiamo ereditato e che ci caratterizza dobbiamo utilizzare un termine più adatto, quello di valori naturali, comprendendo tanto gli istinti quanto le motivazioni complesse prodotte dalle facoltà "superiori" della nostra mente. Queste facoltà ci orientano naturalmente verso l'espressione della nostra natura superiore. Del resto, anche Dante Alighieri sosteneva che: ..."fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" (Inferno, . XXVI, 119-120).

La volontà trova dunque origine nei valori naturali ed acquisiti. Essi producono piacere quando vengono soddisfatti, producono dolore, dispiacere e perfino depressione quando vengono negati. La sofferenza deriva dalla mancata espressione dei nostri valori. Le motivazioni naturali e culturali si trovano spesso in conflitto fra loro. E' per esempio il caso dell'individualismo a cui ci richiama l'economia di mercato e delle opposte esigenze di comunità della nostra natura socievole.

La felicità deriva dunque dall'espressione dei nostri valori (naturali e culturali). Purtroppo spesso abbiamo delle difficoltà a soddisfarli. Siamo infatti esseri sociali e dobbiamo tenere conto di coloro che ci circondano. Molte altre volte sarebbe possibile, ma la società ce lo vieta, proibendolo o condizionandoci o colpevolizzandoci. Molto spesso, tuttavia, l'ignoranza di noi stessi e della nostra situazione ci impedisce di seguire la strada adatta, anche se questo non dovesse far male a nessuno. Allo scopo di vivere più compiutamente e di ottenere un migliore equilibrio, è importante conoscere meglio noi stessi e sapere quali siano le nostre componenti naturali. Dobbiamo anche fare chiarezza fra i nostri valori acquisiti per precisarli ed arricchirli, ma anche per ripulirli dai condizionamenti.


DETERMINA LE TUE MODALITA' DI ESSERE
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Fino ad ora, vi ho parlato delle caratteristiche che in linea di principio tutti gli esseri umani possiedono. Si tratta delle facoltà che la nostra specie ha acquisito nel corso della sua evoluzione e che in gran parte sono state potenziate dall'acquisizione della neocorteccia. Possiamo avere un'idea di quali siano queste componenti per mezzo dell'esame dello sviluppo filogenetico della nostra specie e con lo studio del comportamento animale, in particolare di quello dei primati. Anche lo studio del comportamento delle popolazioni primitive compiuto dall'antropologia e dall'etnologia ci offre interessanti informazioni sul nostro modo di essere.

Queste informazioni però riguardano le caratteristiche comuni, ma come ho detto più volte, il nostro cervello è formato da tante aree, ciascuna delle quali può essere più o meno ricca di neuroni e di sinapsi. Di conseguenza, ciascun individuo presenta una combinazione di abilità diversa da quella degli altri e che può anche essere considerata unica. Questo patrimonio di modalità di essere, comune a tutti gli individui della nostra specie, si esprime dunque in proporzioni e modalità diverse in ciascuno di noi. Ciascuno di noi ha una propria natura, un proprio modo di essere che deve essere conosciuto se si vuole vivere più compiutamente.

Per esempio, praticamente tutti gli esseri umani sanno parlare, ma alcuni sono di indole taciturna, altri invece non riusciamo a farli tacere... Certuni poi parlano anche da soli. Alcuni si esprimono in modo stentato, altri in modo preciso, elegante e con ricchezza di termini. Alcuni fanno fatica a scrivere la lista della spesa, altri scrivono romanzi e poesie. E' chiaro dunque che alcuni sono molto più dotati di altri nell'uso del linguaggio. Altrettanto vale per tutte le altre capacità umane. Quindi, ciascuno di noi rappresenta una combinazione particolare e forse unica di caratteristiche. Il problema che si pone adesso è quello di stabilire quali siano le componenti che caratterizzano ciascuno di noi in particolare. A tale proposito, è importante soprattutto conoscere le componenti che possediamo in misura maggiore del normale (senza trascurare anche quelle in cui invece siamo piuttosto carenti). Ma come possiamo fare per individuare le nostre particolari abilità, quelle che ci caratterizzano come individui? Per saperlo, non è indispensabile rivolgerci ad uno psicologo, ma è sufficiente applicare alcune semplici tecniche di autoanalisi.

Risonanza emotiva
Abbiamo già visto che la ricchezza in neuroni e in collegamenti di un'area del nostro cervello ne determina una più elevata capacità di esercitarne le funzioni. Quello che non ho ancora detto è che tanto più un'area è ricca, tanto più ci sentiremo attratti emotivamente verso attività che permettono di esprimerla e maggiore sarà la soddisfazione che ne trarremo. Se per esempio siamo predisposti per la musica, il nostro cervello sarà particolarmente ricco nell'area dedicata alla musica, l'ascoltarla ci darà gioia e con tutta probabilità saremo anche capaci di imparare rapidamente a suonare uno strumento musicale. La ricchezza di neuroni di una particolare area del cervello non si traduce dunque solo in una naturale inclinazione e in una superiore capacità nello svolgimento delle attività a cui essa presiede, ma anche in un'attrazione emotiva nei confronti di quelle attività e in un piacere che il soggetto percepisce nello svolgerle. Questo significa che, basandoci sulle nostre reazioni emotive nei confronti degli stimoli esterni, possiamo individuare i campi nei quali siamo più dotati e che caratterizzano il nostro particolare modo di essere.

Per chiarire meglio questa tecnica, vi racconto una mia esperienza di alcuni anni fa. Stavo camminando per la città, quando sentii una musica. Proveniva da un gruppo di musicisti che suonavano una loro canzone tradizionale. Era molto bella e benché avessi fretta non potei fare a meno di fermarmi ad ascoltarla. Mentre ero lì, mi capitò di osservare il comportamento dei passanti. C'era chi passava senza rallentare, c'era chi invece rallentava ma non si fermava, ma c'erano anche passanti che venivano irresistibilmente attratti dalla musica, andavano di fretta, ma rallentavano, passavano oltre, ma poi tornavano indietro, si fermavano e poi restavano tanto tempo ad ascoltare con evidente partecipazione. Non è detto che tutti quelli che tiravano diritto non apprezzassero la musica, ma da un punto di vista statistico quelli che si fermavano dovevano essere coloro che la gradivano maggiormente. Coloro che invece proseguivano, probabilmente non erano altrettanto interessati.

Per capire quali siano le vostre particolari predisposizioni, o anche semplicemente cosa vi piace, è quindi importante fare attenzione a come reagite emotivamente nei confronti degli stimoli che incontrate. La risonanza emotiva nei confronti delle sollecitazioni esterne è uno dei metodi che vi permette di scoprire le componenti naturali che vi caratterizzano. Potete per esempio valutare il grado di soddisfazione nell'ascoltare un concerto di Vivaldi, nell'andare al ristorante, nel ballare, dipingere, scambiare effusioni, nel risolvere un'equazione matematica, etc. Quindi dovete osservarvi più attentamente durante la vita di tutti i giorni per tracciare un profilo del vostro animo. Potete compiere queste osservazioni anche seguendo l'ordine delle discipline della conoscenza, le quali indicano altrettanti campi dell'agire umano, ma è anche importante cogliere quegli stimoli che la vita vi sottopone quotidianamente.

Nel fare queste osservazioni, tenete presente che se non vi piace una musica non vuole per forza dire che non siete portati per la musica in generale, ma può essere che quel particolare pezzo non vi piaccia. Siccome nella musica ci sono tantissimi generi e al loro interno innumerevoli brani, diventa evidente come possa essere complessa questa ricerca. D'altra parte è esperienza comune che ad una persona appassionata di operetta potrebbe non piacere l'opera o viceversa. Se però notate che un certo genere vi piace molto di più di quanto non succeda normalmente, questo può essere indicativo di una vostra "risonanza" per quel tipo di musica.

E' possibile inoltre che, conoscendovi, sappiate già indicare alcune delle abilità che vi caratterizzano. Dovrete anche tenere presente le cose che vi interessano, che vi incuriosiscono, che stimolano la vostra attenzione, le materie in cui andavate meglio a scuola, etc.

Anche l'osservazione di come si comportano le altre persone vi forniscono degli stimoli e le vostre reazioni sono indicative di possibili vostre componenti. Se per esempio il resoconto dei viaggi compiuti da un vostro amico vi affascina in modo particolare, potrebbe voler dire che siete portati per i viaggi. In questa ricerca, sono preziosi gli esempi delle persone che vi circondano, quali i vostri conoscenti, amici, parenti e genitori, come anche gli esempi di vita descritti dalla letteratura. Il repertorio dei comportamenti e delle scelte compiuti dalle altre persone è vastissimo, ma è molto importante perché vi permette di osservare e di scegliere.

Dovete inoltre fare attenzione alle vostre spontaneità. Infatti, anche un desiderio spontaneo di fare qualcosa può segnalarvi una predisposizione.

Svolgere attività artistiche è uno strumento importante per la conoscenza di se stessi. Esse sono una via di espressione dei nostri contenuti profondi, del nostro modo di essere, del nostro modo di vedere la realtà e di reagire ad essa, una via che non è intralciata dalla mediazione linguistica e culturale. Infatti, i nostri pensieri creano spesso confusione fra noi e la realtà che viviamo. Poiché i nostri contenuti si trasferiscono sull'opera d'arte saltando la mediazione linguistica, l'analisi della nostra produzione artistica può essere utile per mettere in evidenza quello che c'è dentro di noi e che non riusciamo a cogliere razionalmente.

Anche la conversazione con amici su questi problemi può aiutarvi a chiarire le idee. Loro stessi possono svelarvi alcune delle vostre modalità di essere che voi non cogliete per la troppa consuetudine che avete con voi stessi.

L'uomo si caratterizza anche per la memoria. E' la memoria che gli permette di costruire se stesso durante l'esistenza e di contribuire a costruire una civiltà. Disponiamo quindi di una notevole plasticità. L'educazione è in grado di valorizzare abilità, modalità di essere sia innate che non. Essa articola e affina le nostre componenti. La scuola crea sensibilità e interessi che le persone incolte difficilmente mostrano di possedere e può svolgere quindi un ruolo di promozione umana importantissimo. Soprattutto i bambini sono molto plastici, ma non bisogna considerare questa caratteristica assoluta, come se in loro non esistesse nessuna caratteristica innata. Anche un'esperienza positiva in un campo, creando associazioni neuronali favorevoli, può determinare reazioni positive senza che vi  corrisponda un'area particolarmente ricca, ma in generale, se possedete una netta predisposizione verso una certa attività, prima o poi essa si dimostrerà.

Prendete in considerazione anche i valori culturali, i quali possono essere oggetto di vostre libere scelte personali ed essere indicativi di vostre esperienze, di vostre riflessioni, etc.

Schematizzando, i metodi per individuare le componenti del vostro animo sono:

- studio del comportamento animale

per le modalità comuni alla specie

- esame sviluppo filogenetico della nostra specie

- esame delle forme culturali tradizionali


- risonanza emotiva

per le modalità individuali

- esame delle nostre abilità che conoscete già

- esempi della vita di altre persone

- osservazione delle vostre spontaneità

- analisi psicologica della vostra produzione artistica

- analisi dell'educazione e formazione ricevute

- conversazione con amici

- educazione (non tanto per individuare componenti e sensibilità, ma per crearle o valorizzarle).

- valori culturali nei quali credete


L'ALTERNARSI DELLE ATTIVITA'
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Come abbiamo visto, la nostra natura possiede una grande varietà di componenti che chiede di essere espressa. A tale scopo, compiamo tutta una serie di attività. A lungo andare, le attività svolte in modo ripetitivo come per esempio quelle lavorative portano alla saturazione di alcune nostre componenti e a uno stato di carenza di altre. La nostra persona possiede invece una naturale tendenza all'espressione della totalità del proprio essere, cioè ad esprimere l'intera gamma della propria natura, in primo luogo le componenti più ricche e che da più tempo sono in stato di carenza espressiva. Per questo motivo siamo portati ad alternare spontaneamente attività diverse, fra loro complementari nei confronti delle nostre esigenze. A volte basta anche poco. Infatti, è sorprendente come anche una semplice attività manuale sia in grado di restituirci la serenità.

Non siamo sempre uguali a noi stessi, ma spesso conosciamo uno spontaneo emergere di propensioni diverse. Esso è sintomatico di un alternarsi di necessità espressive, di una tendenza verso compensazioni. Se per esempio siamo stati troppo a lungo a sedere, ci viene voglia di camminare o correre, se siamo stati troppo a lungo soli, ci viene voglia di compagnia.

Non è facile agire razionalmente nella scelta delle attività necessarie al nostro animo, spesso non è neppure possibile. Lo sa fare meglio il nostro corpo e il desiderio, la curiosità, il trasporto, che improvvisamente ci coglie nei confronti di una attività di cui abbiamo bisogno, sono i mezzi con cui egli ce lo comunica. Possediamo dunque un'intelligenza somatica che ci guida e alla quale dovremmo prestare maggiore attenzione perché ci parla di noi stessi e della nostra condizione. Ho già parlato di risonanza emotiva. In generale, risulta molto riposante seguirla.

La nostra persona è posta al centro di una realtà complessa. Le dissonanze nel rapporto con l'ambiente non vengono sempre capite a livello razionale. Sono invece più spesso avvertite a livello somatico. Viene infatti spontaneo di stufarci di un'attività ripetuta troppo a lungo. La scelta della nuova attività è compiuta spesso in modo irrazionale rispetto alla nostra coscienza, ma razionale nei confronti della nostra totalità. L'esame di questi impulsi è utile per cercare di capire come siamo fatti e per capire la la realtà nella quale stiamo vivendo.

Il nostro essere e l'ambiente in cui vive, costituiscono due realtà che interagiscono direttamente. Spesso, a confondere i termini di questa interazione è proprio il pensiero. Infatti, esso si pone tipicamente fra gli stimoli e l'azione e non potrebbe essere in una posizione migliore per fare confusione. Il pensiero da solo potrebbe anche svolgere una funzione utile. Purtroppo, ciò che lo pone fuori strada è spesso proprio la cultura. La tradizione, le convenzioni, la religione, il consumismo e l'ideologia spesso ci allontanano dal capire noi stessi e la realtà in cui viviamo. Una cultura sana dovrebbe invece aiutarci a chiarire la nostra condizione, ad affrontare i nostri problemi e ci dovrebbe aiutare a trovare un migliore accordo tra le nostre modalità di essere e l'ambiente che ci circonda.

Nell'attuale forma di organizzazione sociale, il lavoro rappresenta un'attività importante in termini temporali e di impegno. Le altre attività gli sono spesso subordinate, quindi sono compensative nella direzione del ripristino della nostra completezza. Per questo motivo, chi esegue un lavoro ripetitivo ha tendenza ad impiegare il tempo libero in un'attività creativa e che richieda una visione complessiva delle cose. Chi svolge un lavoro direttivo e pieno di responsabilità propende per attività di evasione. Chi lavora in ufficio tende a fare del giardinaggio, fare dello sport o ad andare a pescare.

Poiché le nostre tendenze spontanee spesso sono opposte, può venirci il sospetto di avere un comportamento contraddittorio. In realtà, il nostro comportamento è coerente verso il riequilibrio del nostro essere, verso l'espressione della nostra totalità.

In questo confuso rapporto fra irrazionale e ragione, spesso si sottovaluta quanto anche l'irrazionale possa risultare utile per portarci elementi di conoscenza del nostro modo di essere e della realtà nella quale siamo immersi.


CONOSCI TE STESSO! CONCLUSIONE
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Questo capitolo aveva l'intenzione principale di mostrare quanto sia vasta la nostra realtà interna e quanto sia importante esplorare il nostro animo se vogliamo esprimerci meglio e vivere in migliore sintonia con noi stessi. Il motto: "conosci te stesso!" indica un nuovo oceano da esplorare. Per compiere tale viaggio ho individuato alcuni metodi di navigazione. Spero che vi abbiano aiutato ad intuire l'estensione del repertorio della nostra natura e che vi aiutino a ritrovare voi stessi. Ora spetta a voi stabilire le rotte!

Giunti a questo punto, vi sarete resi conto della complessità della nostra condizione, di come siano subdoli i metodi con cui veniamo condizionati e di quanto sia complessa anche la nostra realtà interna. Molte persone avvertono in modo acuto il problema del senso. Abbiamo visto che uno Stato pluralista e democratico non possiede una Verità sulla cui base dirigere le masse come avviene nei regimi totalitari. La fondamentale incertezza delle società aperte non deve quindi essere vista come un dato negativo, ma al contrario come un valore dal momento che essa è la premessa indispensabile per la nostra libertà e per l'espressione di noi stessi. Pure la libertà, che all'inizio poteva sembrare tanto vasta da creare sgomento, può essere tranquillamente delimitata con le nostre scelte e può diventare lo spazio in cui ci esprimiamo e dove viviamo. Anche la libertà è un valore prezioso, soprattutto se si impara a viverla positivamente. E' nell'esercizio delle attività che abbiamo scelto, e con le quali commisuriamo il mondo, che il problema del senso verrà risolto.

L'incertezza è anche ciò che ci spinge a cercare di conoscere la realtà con metodi sempre diversi, da direzioni sempre nuove. L'incertezza non è solo alla base di un atteggiamento di apertura di fronte ad ogni idea nuova, ma anche della stessa ricerca scientifica. Mentre la certezza è spesso associata all'arroganza, l'incertezza è piuttosto legata alla modestia intellettuale.

E' dunque attraverso le nostre modalità di essere e le nostre convinzioni che possiamo definire la nostra identità e il nostro senso delle cose. E' sempre in base alle nostre modalità di essere che possiamo compiere le nostre scelte e che possiamo circoscrivere una libertà altrimenti troppo vasta. E' attraverso la nostra espressione che viviamo e proviamo il piacere di vivere. Conoscere noi stessi è quindi un passo fondamentale per l'acquisizione della nuova forma di pensiero e per vivere in modo libero.


ATTIVITA' LIBERE
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Nelle società totalitarie, gli individui non hanno tempo libero, non hanno tempo per se stessi. Tutto il loro essere e la loro vita devono essere dedicati al regime. Spesso, le autorità organizzano manifestazioni nelle quali ognuno deve in qualche modo annullare la propria individualità nell'uniforme che indossa, nelle marce, negli slogan scanditi. Fino a circa un secolo fa, anche nelle società libere le cose non erano rosee. La gente aveva poco tempo a disposizione per se stessa. Il proprio tempo e le proprie energie dovevano essere dedicate al lavoro e ad una vita virtuosa. Nelle città dell'inizio della società industriale, la gente lavorava anche 16 ore al giorno e il tempo che le restava non era nemmeno sufficiente per mangiare e per dormire.

E' solo negli ultimi decenni che nelle società industrializzate il tempo libero è diventato qualcosa di reale e di fruibile. Purtroppo, la gente non era preparata a tutta questa libertà e spesso ne è stata disorientata. I problemi sono sorti quando l'orario di lavoro è stato abbassato prima a 48, poi a 40, quindi addirittura a 36 ore settimanali. Lavorando 6 ore al giorno, e dopo avere mangiato e riposato, resta ancora tanto tempo che la gente non sa più come utilizzare. Non molti anni prima, non c'era tempo per pensare e la gente si limitava a correre di qua e di là. Oggi, tutto questo tempo libero di cui disponiamo ci dà spesso come una sensazione di disagio.  Non perché manchino le proposte: ce ne sono anche troppe, ma perché non si sa per quale motivo sceglierne una anziché un'altra. Spesso, la gente cerca una ragione per cui fare una cosa, ma non la trova. Non siamo preparati ad affrontare queste scelte. Spesso vince la pigrizia e si finisce per passare gran parte del proprio tempo libero davanti alla televisione. Per fortuna non è sempre così e alcuni praticano anche qualche attività sportiva, altri si dedicano ad un'attività creativa o di volontariato.

In certi casi fortunati, lavoro e tempo libero possono essere anche coincidere. Se uno riesce a fare in modo che il proprio lavoro coincida con le proprie predisposizioni, se egli riesce a scegliere il lavoro e ad esprimersi in esso, come può succedere per un biologo appassionato di biologia, anche il lavoro diventa un'attività libera. Nelle nostre società, in cui il lavoro occupa uno spazio importante, la cosa migliore sarebbe proprio quella di amare il proprio mestiere. Molti giovani cercano spontaneamente di ottenere proprio questo. Purtroppo tale tentativo non sempre riesce e anche in caso di successo spesso il lavoro è ben lontano dal soddisfare l'intero nostro essere a causa della sua ripetitività o dell'elevata specializzazione. In generale, durante l'orario di lavoro esercitiamo una serie di attività ripetitive. Nel tempo libero, il nostro io va alla ricerca della propria completezza. Ecco che il tempo libero diventa lo strumento del nostro riequilibrio. Vi è una tendenza generale alla dilatazione del tempo libero. Arriveremo alla scomparsa del lavoro? Sicuramente il problema di cosa fare della nostra libertà diverrà tanto più assillante quanto più tempo libero si renderà disponibile.

Nell'ambito di quello che ho detto fino ad ora, il tempo libero è importante: è il tempo della nostra vita, è il tempo che possiamo finalmente dedicare a noi stessi. Le attività libere possono essere considerate anche un nostro canale di contatto con il mondo, un collegamento economico, sociale, conoscitivo, espressivo, perfino epistemologico. Infatti un'attività libera è spesso lo strumento con il quale ci rapportiamo al mondo e lo facciamo nostro. L'artista lo fa con le forme ed i colori, lo scienziato attraverso sperimentazioni ed elaborazioni matematiche, l'architetto con il gioco delle forme e degli spazi.

Come ho detto, per scegliere le attività a cui dedicarci è utile basarci sul nostro modo di essere e nel capitolo precedente vi ho indicato come determinare le componenti che vi caratterizzano. Per mezzo della risonanza emotiva e degli altri metodi suggeriti, vi è possibile individuare le attività che vi sono più congeniali.

 

 

Come è capitato altre volte in questo lavoro, anche la descrizione delle attività libere verrà appena accennata perché si tratta di un ennesimo campo sterminato che da solo richiederebbe una biblioteca. Mi sono limitato a raggruppare le attività libere in sei gruppi:

- naturalistiche
- artigianali
- artistiche
- comunicative
- sociali e politiche
- conoscitive.

L'osservazione del comportamento dei nostri simili è una eloquente vetrina delle attività libere effettivamente praticate, oltre che una preziosa fonte di suggerimenti. In ogni caso bisogna evitare di ricondurle tutte ad attività di carattere intellettuale. Infatti, non bisogna intendere le attività naturalistiche come qualcosa che consiste nello studio della natura, da compiere con libri. In modo simile, non bisogna risolvere le attività artistiche nello studio dell'arte, e così via. E' chiaro che in questo modo si eserciterebbero sempre e comunque facoltà razionali, mentre siamo composti da tante componenti. Quindi, quando parlo di attività naturalistiche, occorre piuttosto intendere attività volte ad entrare in contatto fisico con la natura esterna. Quando parlo di attività artigianali, occorre intendere attività creative da svolgere principalmente con le mani. Inoltre, acquisire una capacità operativa ed impadronirsi di una tecnica sono atti conoscitivi tanto quanto apprendere concetti.

Avrete tutti notato che a scuola ci sono ragazzi bravissimi nell'aggiustare il motorino. Normalmente questa dote non viene apprezzata. Anzi, questi ragazzi vengono penalizzati proprio per le loro capacità manuali che vengono viste come una conferma di eventuali carenze nell'astrazione. Altri ragazzi mostrano di avere doti spiccate di socialità. Sarebbe ora che la scuola riconoscesse l'esistenza della molteplicità delle dimensioni umane, delle differenze nelle modalità di essere degli allievi e che in qualche modo ne tenesse conto. Se non altro, ciò avrebbe il vantaggio di poter orientare convenientemente i ragazzi, anziché limitarsi ad emarginare tutti quelli che non dispongono di precoci capacità di astrazione e di memoria. Molto spesso, le capacità di astrazione si manifesteranno qualche anno più tardi, quando ormai la selezione scolastica è stata compiuta a danno del ragazzo e dell'economia del paese che ha bisogno di una cultura diffusa per sostenere il confronto internazionale.

Così come non ha senso l'emarginazione delle facoltà pratiche, non avrebbe neppure senso la messa al bando delle facoltà legate al linguaggio. E' importante arrivare ad un equilibrio fra le attività intellettuali e non. Quindi, parallelamente all'esercizio di un'attività pratica, è molto utile svolgere anche un'attività di studio che ci permetta di acquisire una superiore capacità di muoverci anche concretamente in tali campi.

Le attività naturalistiche sono il mezzo con il quale possiamo esprimere la predisposizione del corpo verso la natura. Le attività della creazione artigianale concedono spazio alla manualità e alla conoscenza delle proprietà dei materiali. Le attività artistiche si prestano all'espressione della sensibilità percettiva, a indagare sulla soggettività e a comunicare stati d'animo. Le attività comunicative cercano di soddisfare il bisogno di scambi affettivi. Rappresentano inoltre la dimensione più minacciata e repressa della nostra natura. Le attività sociali e politiche possono esprimere le tendenze altruistiche e di partecipazione alla vita collettiva. Infine le attività conoscitive permettono di approfondire la conoscenza della realtà e possono condurre ad attività di ricerca. La varietà di attività che sono comprese in queste categorie è vastissima. Non ne faccio un elenco perché sarebbe troppo lungo, tuttavia ognuno può riconoscerle nelle attività che vengono svolte dai nostri simili e per il piacere che ne ricevono.

Esercitare un'attività libera è importante per assumere un ruolo attivo. La TV è nemica delle attività libere. Se non ci fosse questo invadente apparecchio, spinti dalla noia, scenderemmo in cantina a fare qualche lavoro oppure impareremmo a suonare uno strumento oppure si andrebbe a trovare degli amici. Anche soltanto andare a fare una passeggiata è importante perché le strade si rianimerebbero e ne nascerebbero occasioni di incontro e di socializzazione.

Le attività libere non si limitano ad attività ricreative, ma ne comprendono anche altre più impegnative ed utili. Il nostro pianeta ha già subito in passato collisioni con grossi asteroidi, ha subito numerose glaciazioni, le specie viventi hanno conosciuto parecchie estinzioni di massa. Oggi i parametri orbitali della Terra sono già tutti pronti perché inizi una nuova epoca glaciale: buona parte delle terre dell'emisfero boreale verrebbe sommersa dai ghiacci, con drammatiche conseguenze sociali. Al contrario, potrebbe aspettarci un'epoca di riscaldamento del pianeta a causa dell'intenso uso di combustibili fossili. Ecco dunque nella protezione della nostra specie uno dei campi più importanti sul quale impegnarci e nel quale trovare nello stesso tempo attività di grande interesse. Molti giovani potrebbero impegnarsi nello svolgere attività di ricerca nello studio del paleoclima per riuscire prevedere il clima del prossimo futuro nel tentativo di contenerne le oscillazioni. I governi dei maggiori paesi potrebbero impegnarsi nell'allestimento di sistemi di deviazione o distruzione di grossi meteoriti o comete in rotta di collisione con la Terra. Già oggi, numerosi astronomi dilettanti danno il loro contributo nella scoperta e nella sorveglianza degli asteroidi di grandi dimensioni che incrociano l'orbita terrestre.

In questo nostro pianeta, non ci siamo solo noi umani, ma innumerevoli specie viventi. Il Signore ci ha affidato questo mondo, con tutti gli esseri che lo popolano, non per sfruttarlo, ma per proteggerlo. Numerosi professionisti della natura e volontari sono necessari al lavoro di monitoraggio e di difesa delle specie viventi in pericolo di estinzione e al più generale compito del raggiungimento di un equilibrio sostenibile con il pianeta. Centinaia di migliaia di persone di elevata istruzione svolgono attività di volontariato aiutando persone handicappate, malate, anziane e tossicodipendenti. Molte persone si recano in paesi del terzo mondo per offrire assistenza medica e supporto tecnico per il loro sviluppo. Molti di questi volontari vengono pagati poco e rischiano perfino la propria vita per aiutare il prossimo.

Abbiamo visto come l'attuale organizzazione sociale ci reprima e ci condanni ad una condizione di "solitudine affollata". La ricerca deve esplorare nuove forme sociali, abitative ed urbanistiche che permettano una maggiore facilità di incontro e di conoscenza fra le persone, perché siamo esseri socievoli. Le società industrializzate non hanno bisogno di aumentare il potere d'acquisto dei propri cittadini, ma devono affrontare problemi sociali quali la disoccupazione, la povertà, la delinquenza, la condizione dei giovani e degli anziani. Devono inoltre migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini, ricostruendo quel tessuto sociale e comunitario che è stato distrutto nei processi di urbanizzazione e di industrializzazione. La razionalità economica non può essere la sola guida per le nostre società, ma dobbiamo recuperare e privilegiare un punto di vista umano, altrimenti il progresso diventerà sempre più privo di senso e le nostre società sempre più difficili da vivere.

La riduzione del lavoro di fabbrica e del lavoro ripetitivo in generale renderà possibile un'educazione più attenta alla valorizzazione delle caratteristiche individuali. Da questo, dovrebbe aprirsi un vasto spazio per le attività educative anche dell'età adulta, per attività lavorative volontarie, per l'animazione del tempo liberato.

Le nostre società hanno curato in modo eccessivo la razionalità e si sono interessate troppo del mondo esterno, mentre hanno trascurato quello che abbiamo dentro di noi. Ciò che abbiamo messo sotto il tappeto non è di poco conto: è la nostra anima. I computer stanno dimostrando di essere molto più bravi di noi nella razionalità. Potremmo accorgerci di aver messo sotto il tappeto la nostra stessa umanità.

Fino ad ora, le donne sono state poco ascoltate, ora è giunto il momento di ascoltare anche la loro voce. La loro voce è quella della natura, è la voce della nostra umanità che non vuole arrendersi alle forze che cercano di annullarla. Le donne, forse anche per la loro missione riproduttiva, sono più legate alla natura. La loro affettività è meno reprimibile di quella degli uomini. Se raggiungeranno la consapevolezza di questa loro forza, potranno impugnarla per liberare l'intero genere umano dalla disumanizzazione.

In queste poche righe è racchiusa una quantità incredibile di spazi per le nostre attività libere, o più propriamente di vita. E non si tratta di banali ricreazioni. Ciascuna attività è, neanche a dirlo, un oceano. Con la nostra barchetta ci possiamo situare solo su di una piccola parte della loro immensa superficie. Ma questo non ha importanza, infatti qualsiasi rotta, se percorsa con un certo impegno, ci porta di fronte agli aspetti fondamentali della vita e ai misteri del creato.


IL SEGRETO DELL'OCCIDENTE
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Arrivati al termine di questo percorso, possiamo considerare con uno sguardo più consapevole i valori fondamentali delle nostre società. Ci rendiamo conto che mentre i membri delle società autoritarie sono prigionieri di "Verità" obbligatorie, nelle società aperte questo tipo di verità non esiste. Infatti, lo spirito critico che si è determinato in Occidente in seguito allo sviluppo della filosofia, della scienza e di istituzioni democratiche ha ostacolato l'affermarsi di "verità" non dimostrate. Come conseguenza di questo atteggiamento critico, lo Stato non dispone di nessuna certezza sulla cui base organizzare la propria attività e quella dei propri cittadini. Mancando una verità obbligatoria, nelle società aperte ciascuno è quindi lasciato libero di cercare la propria strada, di perseguire gli scopi che ritiene più opportuno e da qui nasce una fondamentale diversità delle opinioni e dei comportamenti.

Ora che non sono più inquadrati dallo Stato, come fanno i singoli a compiere le loro scelte? Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, essi possono cercare di conoscere se stessi per individuare le proprie predisposizioni e le proprie eventuali vocazioni per esprimerle. Essi possono anche fare riferimento alle proprie convinzioni ed ai propri valori per cercare di perseguirli. E' sulla base di queste scelte che ognuno può trovare la propria strada, definire il proprio senso delle cose e vivere in sintonia con se stessi e con gli altri. Mentre nei regimi autoritari, i singoli devono annullare se stessi nell'ideologia, il cittadino delle società aperte è libero di cercare la propria felicità (o serenità) nella realizzazione della propria essenza... con tutte le cautele già espresse.

Con la scelta delle attività libere a cui dedicarci, delimitiamo anche la libertà di cui disponiamo che altrimenti sarebbe sconfinata. Questa delimitazione rende la nostra libertà uno spazio concretamente fruibile e nel quale vivere con soddisfazione. Anziché venire militarizzati dall'ennesima ideologia e inquadrati per la conquista del mondo, potremo invece dedicarci a più pacifiche attività nelle quali ritrovare noi stessi, il contatto con la natura e con la nostra spiritualità. Non ci accontenteremo poi di trovare noi stessi, ma cercheremo anche di migliorarci, di superarci non solo nelle conoscenze, ma anche nelle capacità di vivere insieme agli altri, nelle nostre capacità, nella nostra spiritualità, etc. Evidentemente, la nostra libertà non può esistere all'interno di uno Stato totalitario, ma solo in uno Stato libero, quindi soltanto nell'ambito di una fondamentale incertezza metafisica. Mentre prima l'incertezza era considerata un inconveniente, essa ora diventa la premessa della nostra  libertà.

L'incertezza metafisica è dunque il segreto delle società aperte. E' solo riconoscendo il valore di questa condizione culturale che si può capire l'organizzazione libera delle nostre società, la diversità delle opinioni, la ricerca di un equilibrio dei poteri nelle istituzioni, l'avversione per i sistemi totalitari, la diversità delle preferenze, degli atteggiamenti e dei comportamenti dei cittadini, la loro apertura nei confronti delle novità e delle idee, la ricchezza della loro cultura, etc. Questo segreto diventa ancora più evidente se viene confrontato con il suo opposto: la Certezza Metafisica, la Verità Rivelata, la Verità Ideologica: quelle falsità obbligatorie che invadono l'intero spazio pubblico e quello privato penetrando in tutti i loro anfratti ed intimità, che si impadroniscono della nostra anima per alterarne i pensieri ed i sentimenti, che pretendono di stabilire il fine della nostra vita, che creano Stati etici invariabilmente dediti alla conquista del mondo e che soffocano le esistenze costringendole tra militanza e fanatismo.

Dal momento che la gente si veste, pensa e si comporta nei modi più diversi, ad un osservatore esterno le società occidentali possono dare l’impressione di grande confusione, ma questa confusione non è altro che il prodotto della ricerca della propria felicità per strade diverse l’una dall’altra. Infatti in queste società c’è spazio per chi ama l'arte, per chi preferisce vivere a contatto con la natura, per chi pratica lo sport, per chi si diletta a viaggiare, per chi si dedica ad attività di volontariato per aiutare i poveri ed i malati, etc. E' dunque in questa prospettiva di fondamentale incertezza, temperata da alcuni valori condivisi, che i cittadini delle società aperte possono definire i contenuti della propria libertà, esprimere se stessi ed ottenere un proprio senso delle cose.

La libertà di esprimere noi stessi non significa che dobbiamo confinarci in una bolla isolata, non deve vederci chiusi nell'individualismo. Per fortuna, la nostra natura socievole ci porta spontaneamente a cercare la compagnia dei nostri simili e la grande maggioranza della gente partecipa in modo diverso al lavoro collettivo per il sostegno economico della società, per la crescita del sapere umano, per il progresso del benessere civile, per la crescita della competenza e della sensibilità artistica nell'ambito della letteratura, della musica e delle arti figurative, per affrontare problemi etici ed esistenziali tramite la ragione, i dibattiti pubblici, etc. La libertà dell'individuo confluisce dunque in un vastissimo lavoro creativo dove l'intera umanità si trova impegnata in tutti i campi e a tutti i livelli. Al contrario, il sacrificio e l'asservimento dei singoli preteso dai sistemi autoritari viene sfruttato a vantaggio di poche persone, spesso animate da un delirio di onnipotenza. La nostra dimensione si misura in base all'efficacia del nostro contributo al lavoro collettivo in cui l'umanità intera è impegnata da millenni per fare avanzare la civiltà delle diverse popolazioni. La complessa organizzazione delle società libere è quella maggiormente in grado di organizzare questo lavoro collettivo, favorendo i singoli nel trovare la propria collocazione e nell'offrire il proprio contributo secondo le proprie vocazioni e capacità, sia nel lavoro che nel tempo libero.

La libertà dei cittadini delle società aperte non si riduce al tempo libero, ma riguarda la vita intera. Come abbiamo già detto, essi sono liberi di seguire il percorso scolastico verso cui si sentono attratti, di cercare il lavoro adatto al loro modo di essere e alla loro preparazione. Se poi lavoreranno come astronomi, lo stato metterà a loro disposizione strumenti di grande capacità e potranno effettuare attività di ricerca importanti per l'intera umanità, altrettanto vale per chi sceglie di diventare biologo, medico, archeologo, musicista, etc. Quindi, mentre nelle società totalitarie, l'esistenza dei singoli viene sacrificata allo Stato, nelle società aperte gli individui possono essere nelle migliori condizioni per esprimere se stessi e per contribuire al bene pubblico con le proprie capacità innate, le proprie conoscenze ed il proprio lavoro.

Anche se le società aperte non possiedono verità assolute, questo non vuol dire che siano completamente prive di riferimenti e di valori. Infatti esse contano fra i propri valori principali la libertà, la democrazia, il pluralismo, la giustizia ed il rispetto del prossimo. Questi valori, derivati dalle antiche culture greca e latina, si adattano molto bene alla condizione di incertezza. Le società aperte si ispirano inoltre al messaggio cristiano di amore per il prossimo per quello che riguarda la solidarietà sociale. Questi valori non sono obbligatori, ma sono ampiamente condivisi anche se vengono diversamente interpretati da ciascun cittadino. I punti di vista attraverso i quali il mondo viene prevalentemente osservato non sono più quelli religiosi o ideologici, ma sono rappresentati principalmente dalla scienza, dalla filosofia e dalla letteratura. Mentre nelle società autoritarie la cultura degli individui viene subordinata ad una ideologia o a una religione, nelle società aperte circolano numerosi punti di vista e la cultura è essenzialmente comparativa. L'incertezza metafisica si accompagna quindi con la posizione comparativa.

 

FORME DI PENSIERO E LIBERTA'

TIPO DI PENSIERO

SISTEMA

BASE TEORICA

IL SENSO DELLE COSE

CONSEGUENZE

P. FORTE RELIGIONI
IDEOLOGIE
DITTATURE
VERITA' METAFISICA
(indiscutibile)
Esiste un'unica Verità.
Essa dà un senso alle cose
Condizionamento delle attività pubbliche e private.
Dittature e Teocrazie che
vogliono conquistare il mondo.
TOTALITARISMO
P. DEBOLE SOCIETA' APERTE SCETTICISMO
NICHILISMO
L'INCERTEZZA E' DISAGIO
Non esiste alcuna verità, non esiste alcun valore, il mondo è privo di senso. DISORIENTAMENTO
VULNERABILITA'
Pericolo di ritorno al pensiero forte.
Pericolo di ricorso a stupefacenti.
LIBERALISMO
P. LIBERO L'incertezza è il fondamento della libertà
L'INCERTEZZA E' UN VALORE
 
Pluralismo dei punti di vista,
dei valori e dei significati.
La "verità" è dentro ciascuno di noi.
Il senso delle cose dipende da noi.
Si cerca di conoscere meglio se stessi per
vivere secondo la propria natura in modo
equilibrato e rispettoso degli altri.
LIBERALISMO SOLIDARISTICO

 

Nonostante già da alcuni secoli abbia riconosciuto l'importanza e l'autonomia della scienza, la religione continua infaticabilmente a cercare di far passare i propri punti di vista nella società. Questo è per esempio il caso del creazionismo e del disegno intelligente dell'evoluzione, che essa cerca di reintrodurre nelle scuole. Da secoli la filosofia ha liquidato le ideologie, ma la pretesa di conoscere il principio generale che regge l'intero universo si ripresenta ancora spesso in sette, movimenti e partiti. Nel secolo appena trascorso sono state sconfitte tre importanti ideologie, ma nelle società continuano ad operare organizzazioni che si rifanno a questi fantasmi intellettuali. Le insidie che minacciano la democrazia sono innumerevoli. Spesso le leggi restano inosservate, oppure interpretazioni capziose le rendono inutili. Spesso la giustizia opera in condizioni difficili e molti delitti restano impuniti. I fondamenti stessi delle società aperte devono essere riaffermati tutti i giorni, devono essere difesi da assalti continui. La democrazia non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma è il frutto di una battaglia continua contro quelli che la vogliono alterare per il proprio tornaconto personale. Queste mani avide possono anche conquistare la maggioranza nelle elezioni e allora la democrazia viene sequestrata e violentata senza riguardo. La democrazia non è un'acquisizione valida per sempre, ma il frutto di una faticosa riconquista quotidiana.

La scuola non deve limitarsi ad impartire un'istruzione, ma deve anche svolgere alcune funzioni educative e di orientamento. Con l'aiuto ai disabili, la scuola sta già dando ai ragazzi un insegnamento etico di grande importanza, educandoli verso buone relazioni con i compagni meno fortunati. La scuola deve educare anche alla libertà, deve aiutare gli studenti a riflettere sulla conoscenza, sulla cultura e sulle sue conseguenze sul comportamento umano, sui sistemi di pensiero, sui mezzi di comunicazione, sui pericoli di asservimento, su come affrontare i propri problemi esistenziali e di senso senza perdere la libertà. Normalmente, i genitori non sono in grado di svolgere questa funzione educativa e spesso sono proprio loro a trasmettere ai bambini tradizioni culturali chiuse ed oscurantiste. E' inoltre importante aiutare i giovani a trovare una propria via espressiva nel lavoro, nel rapporto con gli amici, nel tempo libero. Non bisogna sottovalutare l'importanza di questi problemi, la cui mancata soluzione favorisce disordini psicologici, nichilismo, assunzioni di stupefacenti, delinquenza, etc.

Nell'ambito scolastico, occorrerebbe istituire una disciplina espressamente concepita per discutere di questi problemi che potrebbe essere chiamata: Educazione alla Libertà. Questo momento metacognitivo potrebbe essere collocato nell'ambito dell'Educazione Civica e dovrebbe saper creare una nuova coscienza negli studenti. Inoltre, nel corso dell'insegnamento di materie come la storia e la filosofia bisognerebbe cogliere ogni occasione per riflettere sul progressivo costituirsi di sistemi politici più giusti e liberi, di nuovi modi di pensare, di conquiste di giustizia sociale e di libertà, etc.

L'ora di religione non deve più costituire un'occasione di indottrinamento e di proselitismo, ma deve diventare uno spazio dove si insegni la storia delle religioni, dove si compia una comparazione delle diverse fedi, etc. Una parte di questo insegnamento potrebbe essere riservata alla religione tradizionale del paese. Comunque si organizzi questo insegnamento, la scuola deve educare all'incertezza, deve mostrarne i vantaggi e deve insegnare a gestirla. La scuola deve quindi fornire ai giovani gli strumenti intellettuali perché essi possano in qualche modo proteggersi dai cacciatori di anime. Gli insegnanti, e specialmente quelli di filosofia, devono mettere in guardia i ragazzi dai pericoli delle forme di pensiero chiuso, devono parlare loro del problema del senso per aiutarli ad affrontarlo in modo positivo. Se questo non viene fatto, la libertà di espressione che nelle società aperte è riconosciuta ad ogni soggetto ed organizzazione continuerà ad essere utilizzata anche come libertà di manipolazione con le disastrose conseguenze che già conosciamo.

Questa difesa del pensiero libero e questa riflessione sulle forme di cultura possono avere anche il vantaggio non secondario di far conoscere ai figli degli immigrati quali siano i fondamenti delle società occidentali e come funzionino. Questo è importante perché spesso basta la conoscenza degli altri per averne fiducia e cercarne l'amicizia. Ciò può permettere loro anche una eventuale condivisione dei principi di convivenza ed una integrazione positiva. E' infatti importante che questi nuovi cittadini siano consapevoli dell'importanza di una cultura aperta e di istituzioni democratiche e laiche. Il pericolo è altrimenti quello dello sbandamento e della ribellione contro società che non hanno nemmeno capito e di cui non sanno apprezzare i vantaggi.


CONCLUSIONE GENERALE
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All'inizio ci siamo chiesti quali fossero le relazioni fra la scienza e le altre forme di pensiero. Al termine di questo percorso, vediamo nella scienza una componente fondamentale del pensiero libero, insieme con la filosofia e la letteratura (l'arte in generale). Abbiamo però toccato anche altri temi e questo è il momento di tirare le somme.

Questa analisi ha preso avvio dalla constatazione della natura culturale di importanti problemi che affliggono le nostre società, quali il nichilismo ed il fanatismo. Con questo lavoro, ho cercato di mettere in evidenza le principali dinamiche con cui certe forme di cultura ci condizionano e ci allontanano dalla realtà. Nel corso della storia, forme di pensiero chiuse e forme aperte si sono spesso scontrate. Anche se i filosofi ci parlano della crisi del pensiero forte, in realtà in molti paesi esso è più vivo che mai, al punto da costituire un autentico pericolo per la pace. E' quindi necessario darci da fare per sostenere e diffondere forme di pensiero aperte. 

Le società occidentali sono dunque così disarmate di fronte al nichilismo ed alle suggestioni dei totalitarismi? No, non lo sono affatto! Sono invece molto bene armate, anche se pochi sembrano conoscere ed apprezzare queste armi. Infatti, nessun sistema totalitario potrà mai competere con valori universali quali la democrazia, la giustizia e la libertà e prima o poi questi valori trionferanno anche là dove oggi sembrano irrimediabilmente perduti.

Anche le religioni monoteiste sono portatrici di un pensiero forte. Purtroppo il loro rafforzamento ha anche comportato la ricomparsa del fanatismo. Oggi ci troviamo in una nuova fase dell'antica lotta fra libertà e totalitarismo. Dobbiamo combattere per riformare i sistemi totalitari e per riportarli nell'ambito di un confronto pluralistico e libero. Per fortuna, non tutti i seguaci di un'ideologia o di una religione sono fanatici. Per loro indole o per le loro esperienze e convinzioni, molti di loro assumono posizioni moderate e tolleranti. Su queste persone possiamo contare per ottenere una riforma in senso liberale dei sistemi chiusi.

Mentre la prima parte di questa analisi ha descritto le principali caratteristiche del pensiero totalitario, la seconda parte ha cercato di indicare forme di pensiero aperte, adatte per la riconquista della libertà e per la vita in società cosmopolite. Il passaggio dalla condizione subordinata a quella libera non è purtroppo un processo semplice. Esso richiede una profonda trasformazione del proprio modo di pensare, di essere e di vivere. Nonostante tutte le difficoltà, la condizione libera è una meta che può essere raggiunta. Essa è la conquista di un nuovo rapporto con se stessi e con il mondo. 

Quanto ho sostenuto finora si oppone ai sistemi massificanti e totalitari. Credo inoltre nella possibilità di sistemi sociali nei quali gli individui possano contribuire in modo consapevole al benessere generale e che possano nello stesso tempo godere di una autentica libertà. Ma le soluzioni individuali non bastano, occorre ricostruire forme sociali e di comunità dove l'uomo possa sfuggire alla propria attuale condizione atomica per ritrovare gli amici e gli affetti che la sua natura socievole reclama. La libertà non serve a nulla, se poi la società ci costringe alla solitudine nell'ambito di una mercificazione generalizzata. Le nostre società devono restituirci il gioco, l'amicizia e gli affetti in modo da consentirci di ritrovare il piacere e il senso del vivere e con essi l'interesse stesso a vivere. Altrimenti, la gente può finire per sperare di ritrovare presso un sistema autoritario quella comunità che non riesce a trovare intorno a sé. Per essere veramente valida, la nostra via deve dunque incontrare quella di altre persone e fondersi nell'affetto e nell'amicizia. Nella dimensione sociale, la nostra soluzione troverà il necessario completamento ed equilibrio.

Questo lavoro si è limitato ad indicare dei metodi. Ognuno può metterli in pratica secondo il proprio modo di essere e la propria condizione. Data la diversità degli individui, ognuno dovrà trovare la propria via. Non sempre l'azione spontanea dei singoli arriva ad affrontare questi problemi con successo. La scuola deve quindi aiutare i giovani a gestire convenientemente se stessi, deve educarli all'incertezza e alla libertà, deve dotarli di una coscienza dei valori di libertà. Anche gli intellettuali ed in particolare i filosofi, anziché limitarsi a demolire tutto e tutti, devono assumere atteggiamenti positivi e devono aiutare la gente a conoscere meglio se stessa e a trovare ciascuno la propria strada. Quella che propongo è dunque una forma di pensiero libero. I contenuti devono invece essere il frutto della vostra scelta personale. Ovviamente, questa non è una mia invenzione, ma una conquista di molte persone.

Di fronte alle minacce di un rinnovato pensiero forte, i filosofi devono far comprendere ed apprezzare il valore di questa condizione alla gente. E' ora che i filosofi prendano le armi, le loro armi, quelle del pensiero, e scendano fra la gente a difenderla. I filosofi non sono portatori di conoscenze che non servono a nulla. Servono, eccome! E adesso è uno di quei momenti in cui bisogna farle valere.

Spesso è il nichilismo che spinge ad abbracciare sistemi autoritari per le certezze e le verità che essi offrono con la promessa di svelare il senso delle cose, ma queste certezze e queste verità sono false e il senso ottenuto è solo quello di un'ideologia. Il nichilismo costituisce una breccia attraverso cui le manipolazioni e il totalitarismo si insinuano nelle società libere. Il fanatismo è una conseguenza di una risposta sbagliata data al problema del senso. L'uomo deve liberarsi dai sistemi di pensiero autoritari che lui stesso ha creato, ma che non controlla più e deve riappropriarsi della sovranità che essi gli hanno sottratto. Questo risultato può essere ottenuto solo per mezzo del pensiero libero.

Questa analisi ha toccato tanti temi, forse senza risolverne nessuno in modo esaustivo. A tale scopo, avrebbe dovuto essere piuttosto l'opera di un esperto. Spero comunque che sia riuscita ad indicarvi una serie di strade da esplorare e di temi da approfondire. La risposta ai vostri interrogativi verrà da questi approfondimenti e dalle vostre scelte. Mi auguro quindi che questa analisi vi sia stata utile come guida per trovare l'uscita del Labirinto.-


BIBLIOGRAFIA
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1 - G. Reale, D. Antiseri "Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi". La Scuola, 3 voll.

2 - F. Adorno, T. Gregory, V. Verra "Storia della filosofia". Laterza, 3 voll.

3 - J.M. Koller "Le filosofie orientali". Ubaldini

4 - A. Leroi-Gourhan "Il gesto e la parola". Einaudi

5 - K. Lorenz "L'altra faccia dello specchio, per una storia naturale della conoscenza". Bompiani

6 - M. Horkheimer "L'eclisse della ragione". Einaudi

7 K.R. Popper "La società aperta e i suoi nemici". Armando

8 http://pespmc1.vub.ac.be/MEMLEX.html  Memetic Lexicon. Lista di memi

9 Paul Berman "Terrore e Liberalismo". Einaudi

10 K.A. Appiah "Cosmopolitismo, l'etica in un mondo di estranei". Laterza

11 Tariq Ramadan; "L'Islam in Occidente"; Rizzoli Osservatorio

 


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