ARIM, FOREVER

"Eccola, ma è lei!"
Mi sono detto la prima volta
che ti ho vista in questa vita.

Ti riconobbi subito.
Ci presentarono,
ma io ero felice
di ritrovarti.
Ti stavo a fianco come chi
lo è sempre stato.
Ci presentarono,
ma io ti conoscevo già.
Allora non dissi nulla
perchè non ricordavo
dove e quando.

Ma ora guardo
nel fuoco del camino
e vedo bagliori
di tempi lontani,
passati e futuri.
Vedo che corriamo
in una prateria.
Sei vestita di pelli,
armata di arco ed ascia.

Un ricordo chiama l'altro,
poesia visionaria.

Diecimila anni fa,
forse centomila.
I ghiacciai si ritiravano.
Il cervo ferito inseguivamo,
ti ricordi?
C'eri anche tu alla caccia.
Io mi ricordo:
alle donne era proibito,
ma tu eri vestita
come un maschio.
Nessuno sapeva
che eri femmina,
neppure io.

Fuggivi da tribù lontane
eri inseguita,
ti difendemmo
e ti unisti a noi.
Eri un abile cacciatore.
Tutti ammiravano
il tuo coraggio
e la tua iniziativa.

Eri tu che decidevi
l'animale da cacciare,
bisonte, rinoceronte lanoso,
cervo, mammouth lunghe zanne.
eri tu che disponevi
i cacciatori.

Ti ricordi?
La notte delle cerimonie
alla luce delle torce
dipingevamo le figure
delle prede sulle pareti
di una grotta profonda.
Poi tiravamo frecce
sulle figure,
o si lasciava l'impronta
della mano.
Non danzavi mai con le donne
stavi sempre con noi.

Io ti ammiravo,
ma un giorno
che mi strisciasti contro
il cuore si mise
a battere forte.
Ne rimasi turbato.
Ero terrorizzato
di un tale sentimento.
Ero un fiero cacciatore,
un valoroso guerriero,
e non una checca.

Preso dal disonore
ogni precipizio
mi ipnotizzava.
La terra franava,
i sassi rimbalzavano
cadendo,
ma tu una mano posasti
sulla mia spalla
e mi fermasti.
Finalmente, poco tempo dopo
scoprii il tuo segreto.

Un giorno, teschi su picche
sbarravano il cammino.
L'orrido avvertimento
volesti sfidare
e superasti il confino.
All'urlo delle frecce
fuggimmo inseguiti,
sulle tracce del lupo.
Per non lasciare
le nostre ossa imbiancare,
ci buttammo in un dirupo.

Ti ritrovai fra le rocce,
incosciente.
Eri nuda nel petto,
ne restai stupefatto.

Ti copersi subito
per proteggerti dagli altri
e conservare il tuo segreto.
Ma fui anche tanto sollevato
per l'onore ritrovato.
Ti caricai sulle spalle
per tornare al campo.

I ricordi vengono,
uno dopo l'altro,
come un branco di bisonti
sulla prateria
e non li posso fermare.

Più avanti,
una volta che fummo soli,
confessai di conoscere
il tuo segreto.

Furibonda,
mi volevi uccidere.
Mi tirasti l'ascia
di selce affilata
che schivai,
ma mi ferì la spalla.
Ero più giovane di te
e molto forte
(un "sano" paleolitico),
mi difesi con vigore
e riuscii a dominarti,
benchè ferito.

Tenendoti per i polsi
ferma a terra,
giurai sul mio onore
- di guerriero -
di mantenere il segreto,
ma confessai anche
il mio amore per te.

Allora mi curasti la ferita
e facemmo un patto.
Così, di giorno
eri un abile cacciatore
e un indomito guerriero,
di notte,
la donna più dolce
e più appassionata del mondo.

Ora vedo capanne tra le fiamme
un furioso combattimento,
tribù nemica.
Morti e feriti,
fra questi ultimi
anche noi.
Così non ti potei aiutare
e la tribù scoprì
che eri donna.

Invece di punirti,
il consiglio ti elesse regina
per il tuo valore.
Avesti un figlio
forte e valoroso,
poi delle femmine
che continuarono
la discendenza.

Il fuoco,
lingue ardenti,
racconta ancora,
alito di fumo,
di altri tempi.

Nel medioevo ero teutonico
cavaliere crociato
in Terra Santa,
fortezza assediata dai mori.
E tu eri damigella araba
indocile, al velo obbligata.

Dalle battaglie rientravo
ai servitori sbraitando,
di cucirmi le ferite,
lo scudo, la corazza,
la spada, per terra gettando,
con grande fragore.

Tu sognavi l'Occidente,
mi amavi perdutamente.
Ma io, ancora con la sabbia
nelle chiome e sulle labbra
correvo dietro a tutte,
ma non a te.
Mi stavi troppo addosso
e non ti volevo.

Eppure, ogni tanto,
dal tremore della tua voce,
dai sospiri tuoi profondi,
dalle lacrime ai tuoi occhi,
venivo toccato
e ridevo scuotendo la testa.
Ancora un poco
e t'avrei baciata.

Invece, per farti arrabbiare,
davanti a te prendevo le altre
anche le brutte.
E tu neppure la forza avevi
per scappare.
Restavi lì a distruggerti
di pena d'amore.

Allo squillo delle trombe,
tu piangevi e mi imploravi,
a mani giunte, di restare,
mentre l'armi indossavo,
e via ti scaraventavo.
Per rompere l'assedio
dei mori alla fortezza,
le armate cristiane
uscivano a ranghi furenti
con grande frastuono
e si perdevano
a cavallo del vento,
nella sabbia e nel vuoto,
verso il balenare,
all'orizzonte,
delle scimitarre al Sole.

Oltre a me,
che non ti volevo,
un altro cavaliere
nel tuo cuore portavi
un certo Guidalberto
da Sanlazer,
che poi sposasti.

Dei tempi che seguirono
non so più nulla
perchè in una battaglia,
combattendo all'arma bianca,
uno squarcio nel cuore
che cucir non si può,
mi stese sul campo,
la sabbia in bocca
e negli occhi.

L'ultimo spasimo
fu per te, damigella araba,
che per crudele scherzare
non avevo ancor baciata.
Tu poi mi cercasti,
piangendo e piangendo,
in giro per l'orizzonte
finchè l'armi mie trovasti
e carezzavi allora
l'aspro acciaio,
perduta nel cuore.

Il fuoco s'è calmato,
manda solo qualche bagliore,
fuliggine e vapori,
immagini indistinte.

"Arim, guarda, son'io!
Non mi riconosci?"
Ma l'oblio,
che separa le esistenze,
ti avvolge, e non vedi in me
il tuo antico compagno di caccia,
quando incendiavamo la prateria
per dirigere i branchi,
quando si faceva a gara
a chi arrivava primo.

Tempi felici,
adesso intristiamo
negli uffici.

Ora voglio superare
le barriere del tempo,
e l'oblio della morte.
Voglio trovare il modo
perchè le nostre vite
si incontrino sempre
e con le età giuste.

Così un sogno ho fatto:
sbadigliavo, ma tanto
che mi sono rovesciato
come un guanto.
Ero ancor io,
ma d'un'altra natura,
difficile da dire.

Mi apparve un buco sottile.
Qualcuno di là mi chiamava.
Presi paura, ma la voce
mi rassicurava:
"Non temere, sono amico".
Il buco si allargò,
un vecchio pellerossa
vidi, uno sciamano.

Aveva trecce nere,
camicia a scacchi
e blue jeans.
Il viso largo
mi sorrideva.
Egli mi tese la mano
un calore mi pervase
e mi calmò.
Poi mi fece cenno di sedere
nella sua capanna.

Esperto di reincarnazioni
il fremito mio aveva percepito
e, con le sue emanazioni,
presso di sè mi aveva chiamato.

Il ricordo delle due vite
nelle quali ci incontrammo
egli mi ha confermato,
ma ce n'era un'altra.
E poi mi ha anticipato
che nella prossima,
lavoreremo insieme
per una compagnia di viaggi nello spazio:
io sarò pilota di un'astronave,
tu, armata di fucile laser,
sarai guida in safari alieni.
Reporter, con macchina strana,
farai cineologrammi o che so io.

"Per avere le vostre vite sincronizzate",
ha detto, "dovete compiere
solenne invocazione,
e giuramento con il sangue.
Incidere il polso destro,
e incrociando le ferite,
mescolare il sangue.
Dovrete allora chiedere
al Grande Spirito,
alle Divinità dell'Universo,
ai Signori del Cosmo,
chiunque essi siano,
di unire le vostre vite
nel tempo,
nello spazio,
nel sentimento".

Io ho chiesto di non esser
per Fato sempre obbligati,
ma che però,
l'amore eventuale
dell'uno per l'altro,
sia ricambiato.

E così possa essere,
dobbiamo invocare,
per l'eternità dei tempi
e delle reincarnazioni,
finchè la specie umana
avrà discendenza.

Allora le nostre esistenze
saranno congiunte, se vorremo,
anche nell'oblio
delle precedenti vite.
Così per sempre persi non saremo
nelle profondità dello spazio
e del tempo.
E io non ti dovrò cercare,
in ogni vita,
per l'Universo intero.

A volte ci riconosceremo
per una traccia di memoria
delle vite passate
e per la premonizione
di quelle future.

Ma ora ti perdo,
lo sento.
Non riconosci in me
il tuo compagno di caccia.
Ma se ti rivedrò,
nel fuoco ti farò guardare.

In principio fu il fuoco,
prima ancora del tempo.
Il divenire è il fuoco,
non il tempo.
Il fuoco che tutto brucia
che tutto dissocia
e libera nell'aria
per il ciclo vitale.
Il fuoco,
che tutto conosce.

Se nelle fiamme
non vedrai nulla,
se lingue di fuoco
non ti parleranno
di tempi lontani,
se non mi vedrai
correre al tuo fianco
nelle battute di caccia,
o nuotare insieme nel fiume,
ti perderò
perchè il nostro sangue
non vorrai unire.

Vorrei allora avere
la tua immagine
bene impressa
nell'animo mio
per vincere
il prossimo oblio.

Ma già non ricordo più
nemmeno il tuo sorriso
che tanto mi piaceva
e che non ho baciato
da tempi ormai remoti.